Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

22 INCONTRI/BUFALINO propria vita giunta già a un traguardo e questo per anni e anni, in fondo io ho consumato la mia vecchiaia e le mie esperienze senili a 25, 26, 27 anni. Mi consideravo allora vicino al traguardo finale. E quindi, pensavo che la mia vita durasse presumibilmente 28 anni, il mio ventottesimo anno era l'anno dell'estrema senilità. A quel tempo risale il mio essermi introdotto nei panni di un vecchio. Poi ho ripreso fiducia nella vita e mi sono accorto che non sarei morto subito. Man mano che passavano gli anni - apro una parentesi: questo poi è un fenomeno che ho riscontrato spesso in molti vecchi che ho conosciuto, una sorta di ilarità finale - quando ci si accorge di aver superati certi traguardi, allora si ha l'impressione di essere vissuti abbastanza; e ogni giorno che passa è come se fosse un guadagno. Rientra nell'animo una sorta di giocondità, di ilarità giovanile, come se si ricominciasse, e poi noi abbiamo una parola italiana che in modo crudele indica questa condizione ed è la parola "rimbambimento". Il vecchio che ridiventa bambino. Questo Suo aver vissuto da giovane la vecchiaia spiega anche il Suo esordio a sessant'anni? Dipende da un altro fatto, dalla diffidenza che ho sempre nutrito per la relazione con il mio lettore. Affidarsi, confessarsi a uno sconosciuto, per me è stato sempre un punto morto, una difficoltà. Se viaggio in treno non attacco volentieri discorso con sconosciuti. Mi metto a leggere e se qualcuno davanti a me legge, diciamo, un libro di Robert Walser mi sento in consonanza, mi sento fratello. Ecco, posso discutere con uno che legge Walser. Uno sconosciuto può essere un genio, può essere un criminale - per me resta una scatola chiusa che io non voglio aprire. C'era già sin o i Confronti: una copia lire 8.000; abbonamento annuo lire 65.000; (sostenitore lire 120.000 con libro in omaggio). Versamento sul ccp 61288007 intestato a coop. Com Nuovi Tempi, via Firenze 38, 00184 Roma. Per informazioni: telefono 06-4820503, fax 4827901, (indirizzo Internet: Http://hella.stm.it/market/sct/home.htm). dalla mia infanzia una difficoltà a rivalermi, a confessarmi con persone estranee. Le ho parlato delle mie poesie scritte a 10, 11 anni; le ho scritte senza mai farle leggere a nessuno. E anche più tardi è stato così. Avevo dei professori che mi stimavano molto e mi chiedevano: "Ma tu non scrivi?", e io rispondevo sempre: "Niente, niente". Non volevo mostrarle anche perché erano troppo accademiche, troppo vicine ai loro modelli. Non c'erano allora possibilità di leggere la poesia francese importante in originale e non c'era neanche la possibilità di avere commercio con la letteratura italiana contemporanea. Io ho tradotto addirittura I Fiori del male dall'italiano in francese; avevo solo il testo italiano ecosì ho ricostituito il mio Baudelaire; ho cercato in qualche modo di recuperare la matrice e l'armonia del testo originale. A 17-18 anni mettevo, senza naturalmente avere le esperienze amorose corrispondenti, tutte le lussurie immaginarie che avevo trovato in Baudelaire. A chi avrei potuto far leggere queste poesie? Era tutto un bluff, erano versi illeggibili. Poi quando ho scritto Diceria dell'untore si trattava di confessare una malattia che per noi qui in Sicilia a quei tempi era una specie di stigma, di disonore. C'erano tanti elementi che mi frenavano, ma soprattutto la mia diffidenza nei confronti dei lettori. Mi è rimasto sempre questo desiderio di tenere per me le mie cose. Anche se devo ammettere che nella mia vita letteraria ho avuto tanti successi: ho vinto un premio Strega, un Campiello, ci sono centinaia di recensioni dei miei libri. Però c'è stata anche tanta critica soprattutto da parte di quelli che non hanno trovato nei miei libri quell'impegno sociale che cercavano, che volevano che anch'io scrivessi come Sciascia, del quale ero amicissimo. Eravamo così amici forse perché eravamo così diversi. Infatti io gli dicevo: Io amo gli scrittori umidi e ammiro gli scrittori asciutti. Tu sei uno scrittore asciutto e io ti ammiro. Ma io amo Proust. Lei condivideva con Sciascia anche l'amore per la cultura francese ... Sì, anche se leggevamo spesso cose diverse. Lui amava soprattutto la letteratura dal Settecento a Stendhal. Ha avuto anche lui un'esperienza con la traduzione di Baudelaire, ma la sua prosa non risente la lezione decadente. Lei vive in un angolo a parte della Sicilia, in quella che viene chiamata la provincia "babba", e nel contempo - se penso a tutto quanto Lei conosce - nel centro del mondo ... Penso che la mia patria è la mia biblioteca. Sciascia parla della Sicilia in termini di sicilitudine; io invece parlo di isolitudine, parola che contiene "isola" e "solitudine". Accanto a questo c'è un mondo intero, il mondo degli scrittori che sento tutti fratelli. Leggere un libro per me significa permearmi, assorbire il contagio dell'aria di quel libro; assorbire la nascita, il passato, il vissuto di quello scrittore. Sono svizzero quando leggo Walser e austriaco quando leggo Schnitzler. Sto scrivendo ora un romanzo su uno scacchista, perché a me piacciono gli scacchi. Ho scelto come personaggio un celebre campione del mondo degli scacchi cubano. Ricreando il suo passato sono diventato cubano anch'io, ma siccome lui è andato a vincere un torneo importante a Pietroburgo, ho ambientato la sua storia in una notte bianca di Pietroburgo e ho riletto Dostoevskij. Così mi ritrovo grazie agli scrittori fratelli immedesimato nell'atmosfera pietroburghese. Il mondo mi appartiene attraverso i libri. La mia biblioteca fa diventare quest'isola un continente. La terra intera, la storia mi circonda. Dovendo vivere una protesi di vita, una mezza-vita, è soprattutto la lettura che mi rimane, qualche disco, qualche passeggiata.

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