Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

giocare con quello che accade loro e raccontarlo come fosse un gioco. Lei stesso gioca in questo romanzo - come del resto in altri suoi scritti - con la Sua propria situazione: l'eroe del Suo ultimo libro vive isolato come Bufalino, ritirato dal mondo ... Davvero è un tema per me ricorrentissimo. Tutte le mie opere sono una specie di gigantesca e falsa biografia nella quale entrano elementi autentici - che so io, nella Diceria del!' untore, una mia permanenza nel sanatorio che è autentica, però nello stesso romanzo c'è un mio amore per una malata, Marta, che è inesistente ... Una visione ... Una visione, sì. In realtà c'è stata una ragazza con la quale ci si guardava ecc., ma senza che tutto questo sia mai approdato a quelle vicende che sono nel romanzo; Argo il cieco si rifà a una mia esperienza di professore a Modica, con intrusione di elementi assolutamente inverosimili. Ho avuto degli amori, ma non sono quelli di cui parlo nel libro. Meglio ancora Calende greche è addirittura una sorta di visita a ritroso nel mio passato con gli anni segnati e con capitoli che potrebbero anche essere estrapolati e riportati a romanzi precedenti. C'è per esempio un capitolo che si svolge nel sanatorio e che potrebbe appartenere a Diceria dell'untore, ma è invece qualcosa di nuovo; c'è n'è un altro che potrebbe appartenere a Argo il cieco ecc. Quindi una grande biografia falsificata, mistificata; in Calende greche racconto perfino la mia morte in un anno imprecisato entro questo millennio, e ci sono altri episodi inventati quali una visita medica, un checkup in cui metto alcune malattie mie autentiche, altre me le attribuisco. È una deformazione ininterrotta di un essere che è l'unico che io conosco, ma al quale voglio attribuire anche vicende di altri per farne un personaggio romanzesco. Uno dei dati più frequenti e uno dei sentimenti cardine di questo personaggio è il sentimento di claustrofilia, cioè l'amore per gli spazi chiusi. È un amore reale? Un amore reale determinato però più che altro da circostanze esterne. Perché io ho anche viaggiato, ho amato anche vedere paesi nuovi, però ho finito sempre col ripiegare nell'intimità della mia stanza. Ho scritto in Cere perse un dialogo fra un viaggiatore e un sedentario, in cui io enuncio le ragioni dell'uno e le ragioni dell'altro facendo pendere la bilancia poi più a vantaggio del sedentario. Ma non nascondo il fascino del viaggiare, però è un fascino effimero nel senso che per vedere un museo come si è costretti a vederli oggi, cioè fra una nuca e l'altra in mezzo a una fila di visitatori, tanto vale guardarsi una bella riproduzione. Viaggiare significa sudare, affaticarsi. Io poi non ho mai goduto di buona salute. Negli ultimi anni la mia solitudine, la mia vita segregata è diventata quasi indispensabile, perché io vivo con una madre che ha 97 anni e mia moglie è stata colpita da un ictus: senza di me morirebbero, se non potessi stare continuamente vicino a loro ... Inoltre la maggior parte dei miei amici sono o morti o lontani. Non ho quindi luoghi o persone con le quali intrattenere un colloquio, una socialità. A parte nella memoria? Nella memoria, sì; è lei che mi consente di viaggiare o di inventare personaggi con i quali io vivo. Potrei ripetere il verso di Ungaretti - "Ho popolato di nomi il silenzio" - e io di figure oltre che nomi. E così in fondo questo sentimento della segregazione, dell'esilio, della quarantena - come i lebbrosi che vivono isolati INCONTRI/BUFALINO 21 - l'ho riportato anche in questo romanzo. Il mio personaggio assomiglia un po' a un personaggio di Hawthome, Wakefield, che scappa da casa e si va a chiudere in una stanza per guardare la vita da esterno; oppure a Bernardo Soares, un personaggio di Pessoa, oppure ancora ricorda Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij che io cito nel libro stesso. Sono sentimenti che si trovano nel mio libro e in tutta la mia opera e che servono poi a rendere a mio giudizio ingiustificabile l'accusa che qualche volta mi è stata rivolta di estetismo scrittorio, cioè il fatto che io adoperi un linguaggio alto, pieno di metafore e di immagini e che non scenda mai - quasi mai - all'uso del parlato quotidiano. Perché - questo lo dico pure nel mio ultimo romanzo - ho cercato di vincere l'angoscia con le euforie dello stile, cioè innalzando lo stile e innamorandomi delle parole ho cercato in qualche modo di medicare le ferite della vita, le ferite e l'angoscia della vita. In sostanza per me la scrittura è soprattutto una medicina. A me interessa poco il successo, pochissimo essere letto per ragioni economiche - certo scrivendo e vendendo libri si guadagna - ma io ho alternato spesso la pubblicazione dei miei libri per il pubblico, con la pubblicazione di libri che invece ho pubblicato in edizione privata, da regalare agli amici. Spesso ho fatto le due cose insieme; ho pubblicato Calende greche in edizione privata e poi quando la casa editrice mi ha offerto una grossa somma per la pubblicazione l'ho fatto uscire anche in libreria. Questo mi è servito, perché poi sulla prima edizione privata ho potuto introdurre tante modificazioni come se fossero delle bozze. E anche con Guerin meschino ho agito nello stesso modo. Se Lei confronta le due stesure, vedrà che ci sono delle modifiche. È una scrittura tutta eraclitea la Sua, che si fa e si disfa perpetuamente? Sì. Quello che avrei voluto avvenisse con Calende greche in verità (e cui poi ho rinunciato) era la cosa seguente: volevo lasciare il testo così, inedito, - pubblicarlo in prima edizione privata e man mano aggiungere capitoli nuovi da mandare ai lettori ai quali avevo regalato il libro come una specie di opera in progress che potesse continuare all'infinito. Avrebbe dovuto essere la mia ultima opera. Viceversa, avendola poi pubblicata come cosa compiuta, ho dovuto scriverne altre in forma diversa. Si tratta insomma di ulteriori aggiunte a questa mia infinita autobiografia falsificata. Lei ha affermato più volte di saper "scrivere bene". Cosa vuol dire? Significa organizzare dentro di sé una musica di parole; giocare con la prosa come se fosse poesia; ricercare delle cadenze, "reprendre à la musique son bien", come diceva Mallarmé, questa è una delle mie ambizioni: rubare alla musica la sua dolcezza e il suo fascino. Nello stesso tempo però per evitare questo inzuccheramento eccessivo, questa "svizzerizzazione" dello scrivere, ci sono gli elementi emozionali: la desolazione di fondo che non si concilia con nulla; non è il mio un dannunzianesimo. D'Annunzio scriveva meglio di me, ma non era disperato come me. Questo non è un punto di svantaggio o di vantaggio, è soltanto un connotato. L'aspetto che forse più sorprende leggendola è un' incredibile "giovinezza" dello stile. Lei parla spesso della vecchiaia, della malattia, eppure c'è nel Suo stile laforza di un diciottenne ... Nessuno è così giovane da vecchio come colui che è stato vecchio da giovane. Perché avendo nella gioventù esaurito già come nel caso mio tutto il circuito della vita, considerando la

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