Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

16 SPECIALEORTESE/CLERICI LAMALINCONIA DELL'ESILIO UN ROMANZOFILOSOFICO Luca Clerici Di solito, l'indice di un libro assolve a due funzioni. Aiuta il lettore a farsi un'idea dei contenuti orientandone le aspettative in modo funzionale e - in qualità di sommario - gli permette di riconoscere la fisionomia dell'opera a lettura ultimata. L'indice di Alonso e i visionari di Anna Maria Ortese (Adelphi, pp. 246, Lire 28.000) si sottrae a questa convenzione: le quattro parti in cui è organizzato il racconto sono infatti sintetizzate con titoli e sottotitoli asimmetrici e allusivi, addirittura criptici. Cosa c'è da aspettarsi dall'indicazione del terzo capitolo Jimmy in cielo? Perché nella seconda parte l'annotazione atmosferica prevedibilmente sussidiaria Il tempo cambia ha la stessa rilevanza di La tesi del criminologo, che sembrerebbe invece alludere a fatti materiali e violenti con ogni probabilità centrali per il plot? Né queste e altre simili perplessità si possono superare finito di leggere il romanzo: i principali fatti narrati e i protagonisti - a partire dal puma che dà il titolo ali' opera - nell'indice non hanno spazio. In verità, Alonso e i visionari è costruito secondo opzioni espressive che molto spesso non sono quelle tradizionali. Si tratta infatti di una macchina testuale fatta di significati allusivi più che propri, di vicende opinabili che si prestano a molteplici interpretazioni, di figure romanzesche il cui statuto di esistenza è quantomeno dubbio. E ciò non solo perché i fatti narrati sono suscettibili di ricostruzioni differenti a partire da punti di vista diversi, ma perché la stessa Ortese non intende accreditare un'unica versione degli accadimenti. La suggestiva elusività del romanzo si gioca però su tutti i piani dell'opera: il disagio dell'affascinato lettore è stimolato senza sosta. Alonso inizia così: "Mi chiamo Winter. Stella Winter Grotz". Narratore in prima persona, nel corso del libro è lei ad apprendere e riportare le successive versioni degli avvenimenti. Il fatto è che, a momenti, chi legge si trova di fronte una figura femminile di mezz'età, possidente e solitaria, coinvolta in una vicenda di terrorismo italiano culminata in un blitz delle forze dell'ordine in una casa isolata di Prato in cui è stato ucciso un pericoloso latitante. Molto spesso, però, Stella perde questi suoi connotati personalistici di narratore per lasciare la parola direttamente ali' autore, alla proiezione saggistica della scrittrice nel testo. L'O1tese prende così il posto di chi racconta, anche se il suo profilo è ben riconoscibile pure dietro ad altre figure, a partire dal professor Op. Da qui l'ambiguità dello statuto della vicenda narrata, oscura non solo all'eroina, ma alla stessa autrice, le cui opinioni affiorano nei discorsi di molti personaggi. E infatti non di rado le parole di Decimo, eroe negativo del libro, sono perfettamente consonanti con le opinioni dell'amico-antagonista Op. Se questa si potrebbe definire un'ambiguità "di impianto" del libro, non mancano analoghe duplicità (o molteplicità) di fondo. Che Stella modifichi la sua sensibilità nel corso della vicenda è un fatto normale, l'esito di un processo di maturazione o soltanto di evoluzione personale. Invece, vere e proprie metamorfosi riguardano altri personaggi, e non solo semplicemente per via di un mutamento di identità. Alonso, il puma che è stato portato a Roma dall'Arizona dal professor Decimo per il figlio, muore e resuscita. Assumerà le sembianze di un cane randagio e - forse - quelle di un servitore dei Decimo. Per non dire dell'identità quanto meno vaga della donna presente nella casa di Prato al momento dell'omicidio di Julio (donna forse mai esistita): "Per uno dei testimoni era una donna d'aspetto misero, come decaduto. Per l'altro, una vecchia, se non addirittura un vecchio. Ma il camionista assicura con sorprendente energia che si trattava di un nano". Altre sono però le sfasature che inducono nel lettore quella sensazione di arcano disagio cui facevo cenno. La presentazione di Alonso è emblematica. Durante il viaggio in Arizona "nel momento più ardente della mattina, verso le dodici, il sole, sparito da una parte, era ritornato subito dall'altra, e il fenomeno si spiegò presto con la repentina comparsa di una gigantesca spina di pesce, in realtà una brevissima collinetta di roccia che intanto, in quel tratto, avevamo raggiunto e subito superato". Sorprende qui non solo leggere due valutazioni contrastanti e immediatamente successive rispetto al medesimo oggetto (la collinetta prima "gigantesca" e poi "brevissima"), ma soprattutto apprendere poco dopo che quel rilievo non è affatto una collina bensì un cucciolo di puma. Analoghi sorprendenti correttivi della lettera sono di minore portata. Il riferimento è allo scandalo della casa di Prato: "E Antonio ne era stato coinvolto, benché innocente. Giustamente o meno questo non si potrà forse tanto presto provare". Come è possibile un coinvolgimento "giusto" di un innocente? O forse l'innocenza di Antonio è una mera ipotesi? Non mancano poi casi di apparenti coincidenze: per esempio, tanto il puma quanto l'affezionato Decio muoiono investiti da un camion. Oppure, la stessa immagine ricorre in due luoghi vicini. Antonio Decimo scrive a Jimmy Op: "Ho avuto inoltre un disturbo (suppongo circolatorio) all'occhio sinistro: un grande ricamo nero su bianco, come coma di cervo sulla neve". La pagina dopo: "Una volta soltanto ho veduto una bestia così, mezzo uccisa da una fucilata, un cervo, abbattuto ai piedi di un albero". E che dire del nome del futuro genero di Corinna, un "aspirante criminologo" versato in "malattie del profondo"? Si chiama Edwin Cerio, come il famoso cultore delle memorie di Capri, autore negli anni Trenta di diverse fortunate guide. Incongruenze, metamorfosi, ellissi del significato, spostamento del senso delle affermazioni, labilità della storia sulla quale si esercita l'analisi e la ricostruzione dei fatti da parte di chi racconta, le cui insicurezze sono a volte quelle dello stesso autore. Ecco quali sono le fondamenta di questo romanzo intrigante e misterioso, affabile e sfuggente, arcano e didascalico. Né le cose vanno diversamente a voler considerare i contenuti, la "filosofia" del libro. Anche qui, le contraddizioni non si contano. O meglio, le stesse affermazioni possono avere un significato diverso, un valore moralmente differente. Certo è ben percepibile una forte tensione utopica, uno slancio verso un 'ideale pacificazione degli esseri viventi, umani e animali, così come è netta la censura verso il sapere pragmatico e scientifico dell'era contemporanea. Ma la naturalità, d'altra parte, è un mito: la natura in sé è crudele. È la civiltà a rendere possibile la vita, prima ancora della convivenza civile. La responsabilità è un principio inderogabile. L'ambiguità sta insomma alla base della nostra esistenza, l'ambivalenza è all'origine della nostra cultura. Il dolore che l'Ortese

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