14 SPECIALEORTESE Anna Moria Ortese. so; pensiamo soltanto agli allevamenti di animali, a tutte quelle creature tenute rinchiuse per poterle uccidere, pensiamo al dolore degli animali. Sarebbe meglio rinunciare a tutto, piuttosto che condividere queste colpe, o tollerarle. Per salvare il mondo c'è bisogno della nostra responsabilità, per salvare noi stessi dobbiamo responsabilizzarci verso il mondo. La creazione è tarata, ma si può correggerla. Però non bisogna perdere tempo, il tempo che ci resta è poco, la natura sta morendo. E il tempo che ho io è limitatissimo: se non parlo di queste cose, di cosa parlo? Parlando di libri, di romanzi, di letteratura, bisognerebbe anche parlare di stile.Nell'opera è fondamentale lo stile, ma a volte, quando la società intorno non sente, non conta: lo stile, in questo tipo di società, non conta più nulla. Non ho più le piccole cose che possono dare consolazione; o meglio: non mi consolo più con le piccole cose. Non è retorica, davvero mi detesto, davvero mi viene sconforto a considerare cosa scrivo e faccio, cosa ho scritto e ho fatto. Le interviste le vedo come delle provocazioni. Io non voglio piacere per un' immagine, io non voglio "immagine". Non posso più avere rapporti con la realtà, la realtà mi stanca, la realtà è un muro di volti. Io sono una persona isolata. Mi sembra di venire dal fondo delle tenebre, però sì, ho avuto il piacere di fare qualche cosa, di poter dire: io esisto. I libri, la scrittura, l'invenzione ... sono ricordi e malattie del1'intimo. I libri sono ferite dell'anima. L'ostrica costruisce perle vere, io forse no, le mie sono forse perle false. Però questo so fare. La perla è la malattia dell'ostrica. Scrivere è una malattia; mi costano molto, queste cose luccicanti che cerco di costruire. Nei miei libri ci sono proposte che appaiono inattuabili, proposte che il mondo rifiuta. Ci vorrebbe rinnovamento, nel mondo, non rivoluzione, che alla fine non cambia niente. L'importante è il rinnovamento. CONGETTURSEU UN PUMA SCRIVENDO ALONSOEI VISIONARI Anna Maria Ortese Alonso è stato scritto quando intorno a noi c'era ancora la tempesta dell'eversione e si parlava continuamente di "blitz". Alonso era un felino, un puma speciale (di cui, in realtà, avevo notizia), che nei continui fenomeni della natura aveva manifestato un radicale mutamento: sembrava avere qualità interiori, del tutto umane e anche spirituali. Una favola, certo, ma io volevo partire da lì, raccontare la storia di questa creatura mutata interiormente in creatura umana in un tempo "storico" in cui da noi e in molta parte del mondo accadeva, per circostanze comprensibilissime e che io non discutevo, il contrario. Questo Alonso io non riuscivo, per varie ragioni, a dimenticarlo, mi sembrava di avere un debito con lui. Tutta la storia nacque, nascostamente, dalle percezioni di questo mio debito. Per raccontarla avevo bisogno di un personaggio "ordinario", senza immaginazione né grandi qualità umane, una donna, d'età e possidente, che ascoltava senza capirla la storia del puma da un altro personaggio, che invece vi era straordinariamente interessato, perché il puma Io aveva visto molti anni prima nella nativa Arizona durante un viaggio. Questo terzo personaggio era un professore americano, specie a me del tutto ignota, come la donna che ascoltava, senza capirla, la storia del puma. Il racconto dell'invenzione partiva da certe voci che avrebbero accompagnato una storia della "eversione" italiana, un fatto incomprensibile: per quale ragione il "capo" (non occorre che lo ripeta, assolutamente immaginario) di un "movimento" eversivo si era ucciso in una casa isolata dove era apparso una sera, dopo una grande latitanza, a chiedere del denaro (cioè aiuto) al padre "infermo"? E chi era questo padre? E seppi così, poco per volta, come si sanno le cose quando si immagina una storia, che questo padre era stato amico del professore americano, amico sincero, dopo la guerra e che il professore italiano - Antonio Decimo, il padre del fuggiasco - era un positivista, un intellettuale totale e per qualche ragione importante, sprezzatore della natura e di quanti la considerano sensibile e vivente. Per il professore americano, che partiva da tutt'altre convinzioni, Decimo era un uomo, per la sua durezza, interiormente disperato e anche un manipolatore di intelligenze. Tuttavia gli era rimasto amico-nemico per decenni. Identificati (abbastanza) questi quattro personaggi, il puma, la donna e i due professori, e il momento in cui la storia si era conclusa con il suicidio del figlio di Decimo, affidai tutto il racconto dei fatti alla donna possidente e al professore americano che (venuto in visita al paese di lei, Realdina, anni dopo che la storia dell'eversione italiana, sempre nella mia invenzione, si era conclusa) sembrava non avere altro interesse alla vicenda se non la fine del puma. Anche la donna che ascoltava era molto distratta e parlava del puma (o ascoltava) con superficialità e anche crudeltà. Ma ecco che la storia del puma, da conversazione
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