blu, è riuscito a documentare che gli olandesi ordinarono a suo padre Ibro (52 anni), a sua madre Nasiha (48 anni) e a suo fratello Muhamed (21 anni) di lasciare la loro base. Oltre il cancello c'erano ad aspettarli i soldati serbi. "Non vogliamo morire per la Bosnia," dicevano gli olandesi a Senad, un altro interprete, "non è la nostra guerra. Non moriremo per i musulmani. Se accadrà qualcosa, ci nasconderemo e aspetteremo di uscire di qui". Nell'ora della catastrofe il generale dei caschi blu Janvier, che sino ali 'ultimo ha rifiutato di chiedere l'intervento dell'aviazione per impedire la caduta della città, brinda davanti alle telecamere con Ratko Mladié e gli attesta, per iscritto, che l'evacuazione dei civili è avvenuta in modo "corretto". In ottobre, il giornale "Tageszeitung" rivela che gli americani, tramite le intercettazioni telefoniche, sapevano dell'offensiva serba su Srebrenica sin da giugno, ma avevano taciuto, per non mettere in pericolo ("to avoid endangering") la loro iniziativa di pace. I primi indizi del piano risalgono addirittura a febbraio, quando i serbi cominciano a bloccare i convogli per indebolire a poco a poco la popolazione. All'inizio dell'estate la gente di Srebrenica è ridotta a cercare qualcosa da mangiare tra i rifiuti dei caschi blu, poi il corso degli eventi si accelera e il destino della città si compie secondo tappe che avanzano verso la fine come le figure di un orologio meccanico. Il 4 giugno i serbi si impadroniscono di una postazione olandese che controlla una delle loro strade di rifornimento. L'Onu non reagisce e i serbi pensano di avere il segnale di "via libera". Il 6 luglio Srebrenica e i caschi blu sono sotto attacco. L'8 luglio gli osservatori militari confermano che l'obiettivo dei serbi è prendere la città e non solo disarmarla, come era accaduto con Gorazde un anno prima. Il 9 luglio quattro tank entrano nel!' enclave, che secondo l'Onu può "cadere da un momento ali 'altro". Il comandante dei caschi blu olandesi Tom Carremans chiede più volte l'intervento dell'aviazione, ma il generale Janvier rifiuta. E continua a rifiutare anche il 10 luglio, quando gli osservatori militari avvertono che se le cose vanno avanti "c'è la possibilità di un massacro". In realtà la sorte di Srebrenica è già stata scritta, un mese prima, sui volti sbiancati di centinaia di caschi blu presi in ostaggio dai serbi e incatenati ai lampioni di Pale o ai depositi di armi. È un sequestro diverso da quello avvenuto nell'inverno del 1994. L'autorità dell'Onu è ridotta a zero e gli uomini di Karadzic lasciano capire che, in caso di attacco aereo, per gli ostaggi si prospetta una "soluzione somala". In cambio della loro liberazione, Janvier ha promesso a Mladic che non avrebbe più chiesto l'intervento dell'aviazione, e per evitare "a useless bloodbath" ("un inutile bagno di sangue"), i caschi blu olandesi, privi di copertura aerea, decidono di non contrastare né l'assalto dei serbi, né i rastrellamenti dei civili. L' 11 luglio la città cade. Per poche ore la base Onu di Potocari, alla periferia di Srebrenica, galleggia come una zattera su un mare in tempesta di 20.000 profughi. Si aggrappano ai reticolati, come ali' ultima ancora di saivezza. Poi i serbi si avvicinano e cominciano a mordere il gregge staccando dal gruppo gli uomini in età di leva e le donne più belle, sicché al recinto restano appesi solo gli stracci e i relitti che di solito si ammucchiano intorno alle basi dei caschi blu. Nelle campagne intanto si è aperta la caccia all'uomo. STORIAEMEMORIA/LOMBEZZI 11 Una colonna di 12.000 uomini e ragazzi che cercano scampo verso occidente, attraversando 100 chilometri di territorio serbo, viene sbranata a colpi di contraerea e di mortaio. Meno della metà si salva, per gli altri l'espressione "killing fields" ritrova il suo significato letterale, cambogiano. Tra coloro che si arrendono, i più fortunati vengono mitragliati, altri muoiono di sciabola o di coltello. "Solo il primo giorno," ha raccontato Hussan Mustafié rimasto nascosto fra gli alberi per 48 ore, "ho visto i cetnici uccidere almeno 500 persone. Li hanno allineati davanti alle fosse e li hanno abbattuti. I prigionieri che avevano scavato la fossa per i compagni, alla fine della giornata hanno dovuto farlo per sé". Il caos che accompagna la mattanza permette la fuga di due o tre prigionieri che, scopertisi vivi sotto montagne di corpi, riescono prima a schivare il colpo di grazia, poi la benna del bulldozer che seppellisce i giustiziati, infine a raggiungere il territorio bosniaco. "Si sentiva gridare 'uccidimi', 'falla finita'", ricorda Avdié, 17 anni, ferito dalle raffiche al braccio destro e fuggito alla sera, quando gli esecutori, ormai stanchi, decidono di finire il lavoro il giorno dopo. Molti prigionieri, ammassati in una scuola di Karakaj, sotto la supervisione di Mladié, prima di essere portati sul luogo dell'esecuzione sono costretti a bastonate a cantare inni cetnici: "Di chi è questo paese? Questa è la terra serba, sempre lo è stata e sempre lo sarà! ..." Srebrenica del resto, impossibile da difendere sul terreno militare e difficile da rivendicare su quello della trattativa, secondo fonti Onu, era già stata abbandonata al suo destino anche dal governo bosniaco, che poche settimane prima dell'offensiva serba avrebbe richiamato Naser Oric, il miglior comandante della zona. Questo sospetto, ormai, aleggia anche fra le tende del campo profughi di Tuzia, dove si sono raccolti fuggiaschi dell'"enclave protetta" ... Un mese dopo il massacro la mano di Mladié li raggiunge anche lì e una cannonata, sparata da 15 chilometri di distanza, rapisce la vita di 5 bambini. Il documento più eloquente del massacro di Oradour, il villaggio francese completamente bruciato dalle Ss il 10 giugno 1944, è una massa di bronzo che si allarga tutt'ora sul pavimento della chiesa madre. Sono le campane. Vennero fuse dal calore sprigionato da una cassa di esplosivo che trasformò la chiesa, in cui erano stati rinchiusi 300 donne e bambini, in un forno. Gli uomini erano già stati fucilati in piazza. Della strage di Srebrenica non resterà nulla. Secondo gli americani, i serbi avrebbero usato degli acidi per cancellare i cadaveri raccolti in 10 enormi fosse comuni: le "macchie" di Srebrenica. Testo tratto da Bosnia. Lessico di un genocidio, Baldini & Castaldi 1996.
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