Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

1O STORIAEMEMORIA/TRAVERSO Quanto ai 300 algerini annegati nelle acque della Senna il 17 ottobre 1961 a opera della polizia della Quinta repubblica, essi non hanno diritto ad alcuna commemorazione. Sono dimenticati, come lo sono del resto le vittime libiche ed etiopiche del nostro colonialismo. In Italia, paese eternamente paradossale, la memoria di Auschwitz, a cui si dedicano oggi libri e convegni, si fa strada parallelamente alla riabilitazione del passato fascista, che del genocidio ebraico fu complice. Un'altra variante della memoria unilaterale della Shoah, per molti versi comprensibile ma a mio avviso assai pericolosa, è rappresentata dallo stato di Israele dove, per riprendere le parole dello storico di Tel Aviv Saul Friedlander, Auschwitz è stata integrata "nella sequenza storica delle catastrofi ebraiche sfocianti nella nascita redentrice di uno Stato ebraico". 16 Letto dal sionismo in chiave storicistica, il genocidio ebraico appare quasi, a posteriori, dotato di un senso. Gli esempi di un uso limitato volutamente restrittivo, discutibile, strumentale o addirittura dannoso della memoria di Auschwitz si potrebbero moltiplicare. Auschwitz, dicono in molti, sta diventando un'ossessione; un'ossessione se serve a renderci più sensibili a un secolo di barbarie, inutile se apre la via a una memoria selettiva e miope. Vorrei concludere ricordando ancora una volta i 187 milioni di vittime di un secolo breve, ma particolarmente barbaro. Come direbbe Paul Celan, Auschwitz illumina, con la sua luce nera, questa foresta di vite spezzate. Ma bisogna fare attenzione: la sua luce è nera, essa può nascondere quanto rischiarare. Questo scoglio non dovrebbe essere dimenticato da chi cerca di leggere la storia del Ventesimo secolo senza occultarne le catastrofi e, soprattutto, interrogandola al presente. Note l) E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, Mondadori, Milano I 995, p. 24. 2) E.J. Hobsbawm, Barbarism: A User's Guide, in "New Left Review", 1994,n.206,p.45. 3) Cfr. le tabelle (che distinguono rigorosamente le vittime civili e militari) riportate in appendice a Alan Bullock, Hitler et Statine, Albin Michel/Robert Laffont, Paris 1994, voi. 2, p. 459. 4) Riprendo qui il modello proposto da Wolfgang Kraushaar, Sich aufs Eis wagen. Pladoyer fur eine Auseinandersetzung mii der Totalitarismustheorie, "Mittelweg", n. 36, l993, p. 6. 5) H. Arendt, The Origins of totalitarianism, Harcourt, Brace & Company, New York 1976, p. 458. 6) A. Gibelli, L'officina della guerra, Bollati-Boringhieri, Torino 1990. 7) G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen, C.H. Beck, Munchen 1985-1986, voi. 1, p. 239, voi. II, p. 404 (trad. it. Einaudi e Bollati-Boringhieri). 8) R Hilberg, La destruction des Juifs d' Europe, Fayard, Paris 1998, p I 045 (tr. it. Einaudi). 9) R. Conquest, La grande terreur, Laffont, Paris 1995, p. 996. 10) N. Werth, Goulag: /es vrais chiffres, in "L'Histoire", 1993, n. 169, p. 42. 11) Cfr. soprattutto Zygmunt Bauman, Olocausto e modernità, Il Mulino, Bologna 1993. 12) Cfr. Detlev Claussen, Veranderte Vergangenhait, prefazione alla nuova edizione del suo Grenzen der Aujkléirung. Zur gesellschaftlichen des modernen Antisemitismus, Fischer, Frankfurt 1994, p. 11. I 3) V. Foa, Il cavallo e la torre, Einaudi, Torino 199 I, pp. 69-70. 14) Cit. in A. Finkielkraut, La victoire posthume de Hitler, in J. Gillibert, P. Wilgowicz (a cura di), l' ange exterminatew; Editions del 'Université de Bruxelles, 1995, p. 261 15) T. Todorov, Les abus de la mémoire, Arléa, 1995, p. 33. 16) S. Friedlander, Memory, History and the Extermination of the Jews of Europe, Indiana University Press, Bloomington 1993, p. 44. MACCHIEDI SREBRENICA LACANCELLAZIONEDIUNASTRAGE MimmoLombezzi Gli atti mancati dell'Occidente, come la difesa delle cosiddette "aree protette", producono stragi e riemergono come lapsus. Dopo la caduta di Zepa e Srebrenica, le due enclave della Bosnia orientale, disarmate dall'Onu e poi lasciate in balia dei serbi nel luglio del 1995, le foto dei satelliti-spia americani rivelano in un campo di Nuova Kasaba, alla periferia di Srebrenica, due grandi macchie bianche. Diventeranno le "figure di Naxa" della guerra in Bosnia, indecifrabili come i disegni colossali, tracciati da ignoti sugli altopiani del Perù, ma eloquenti come i geroglifici assiri che registravano la contabilità dei nemici uccisi. Quando vengono pubblicate, forse per distogliere l'attenzione dalle stragi che hanno accompagnato la riconquista croata della Krajina, le organizzazioni umanitarie cercano da settimane di capire che fine abbia fatto la popolazione maschile di Srebrenica. I profughi fuggiti verso il territorio musulmano, infatti, sono solo donne, bambini e qualche vecchio. Parlano di mutilazioni singole e di esecuzioni in massa, ma sono solo "racconti". I serbi dicono invece che i maschi in grado di portare armi sono stati inviati nelle prigioni di Bratunac e di Karakoj, ma quando la Croce Rossa chiede di visitarli, ne trova solo 150. La domanda sulla sorte di altri 6.000 produce "imbarazzo" nelle autorità di Pale e resta senza risposta, come i latrati dei cani che urlano nelle strade vuote di Srebrenica. La risposta è, probabilmente, in quelle macchie bianche, scavate da un bulldozer fra gli scheletri di quattro case distrutte. Negli stessi giorni la diplomazia americana lancia l'ennesima proposta di pace a Izetbegovic: scambiare Gorazde, l'ultima "enclave protetta" in Bosnia orientale, con una striscia di terra che permetta di collegare Sarajevo al resto del territorio bosniaco. Questa soluzione, secondo gli americani, permetterebbe di dare continuità territoriale sia al territorio musulmano sia a quello serbo, eliminando dalla carta, dicono, la "macchia" di Gorazde ... La "macchia" di Srebrenica, intanto, comincia ad allargarsi vomitando fantasmi e rivelando un gorgo di tradimenti concentrici e di verità semiufficiali, la cui unica uscita è stato il più grande bagno di sangue avvenuto in Europa dopo l'Olocausto. La parata del disonore vede in prima fila i caschi blu olandesi che non solo non hanno sparato un colpo per impedire la strage, ma avrebbero addirittura consegnato ai serbi 239 persone che si erano rifugiate presso la loro base. La lista dei nomi sparisce subito dopo, insieme a un videotape che documentava alcune fasi della strage. Hasan Nuhanovic, che lavorava come traduttore per i caschi

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