Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

conservazione; detto in altri termini, è una cultura più incline a celebrare la vittoria sul fascismo che a ripensare la storia dal punto di vista dei vinti. Gli intellettuali, incarnazione in molte circostanze della coscienza critica della società, riscoprono allora l'impegno civile e l'azione, ma danno anche prova di una miopia che rasenta la cecità di fronte allo sterminio ebraico. Per la cultura europea di quegli anni, Auschwitz è un evento senza qualità, di fronte al quale gli intellettuali non si sentono né interpellati né testimoni: niente a che vedere col caso Dreyfus, con la guerra civile spagnola o con la guerra del Vietnam. Nel 1945, Jean-Paul Sartre pubblica un saggio intitolato Riflessioni sulla questione ebraica in cui il genocidio è appena accennato, incidentalmente; l'antisemitismo rimane per lui quello del caso Dreyfus e della Terza Repubblica, non quello delle deportazioni e delle camere a gas. Sono convinto che l'attenzione a volte unilaterale con la quale si guarda oggi allo sterminio degli ebrei sia in larga parte il frutto di questo riconoscimento tardivo della sua portata e della sua singolarità, venuto dopo un lungo silenzio e accompagnato dalla presa di coscienza delle responsabilità del1'Occidente per un crimine che non si è saputo impedire. Il senso delle nozioni di centralità e singolarità va infine precisato in rapporto all'uso che può essere fatto della memoria di Auschwitz, un problema le cui implicazioni sul piano dell'insegnamento non hanno bisogno di essere sottolineate. A volte la singolarità del genocidio ebraico viene contestata allo scopo di relativizzare i crimini del nazismo e riabilitare il passato della Germania, rendendo così rispettabili e legittime tradizioni ideologiche e politiche che prepararono il terreno all'avvento di Hitler. È questa una tendenza pericolosa incarnata in particolare dallo storico conservatore Ernst Nolte, per il quale i crimini nazisti non sono altro che la copia di quelli staliniani, o meglio bolscevichi, matrice ultima e decisiva di tutti gli orrori del Ventesimo secolo. Hitler si sarebbe così reso colpevole di alcuni deplorevoli eccessi nel corso di una battaglia difensiva, storicamente giustificata dell'Occidente e della germanità contro la minaccia comunista. Per questo la sua "guerra civile europea" non inizia nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, ma nel 1917, al momento della Rivoluzione d'ottobre. Lo Historikerstreit risale alla metà degli anni Ottanta. A volte, invece, la singolarità di Auschwitz viene cancellata attraverso la sua problematica assimilazione alla Kolyma, nel tentativo non di banalizzare il nazismo ma di ottenere il riconoscimento, troppo a lungo negato, dei crimini dello stalinismo. Si tratta evidentemente di due forme di "relativismo storico" molto diverse. ILgulag e le camere a gas non sono la stessa cosa, ma Varlam Salamov ha perfettamente ragione nel mettere il Ventesimo secolo sotto il segno di Auschwitz e della Kolyma. Durante questi ultimi anni, il problema del rapporto di Auschwitz con le altre violenze del secolo si è posto ancora a proposito della guerra civile nell'ex Jugoslavia. Quando nelle vie di Parigi sono apparsi dei manifesti che paragonavano Hitler a Milosevic e i campi di concentramento nazisti alle violenze dei serbi, molte voci si sono levate per denunciare lo scandalo inaccettabile di una tale comparazione. Gli argomenti invocati per respingere questo parallelismo sono spesso ineccepibili agli occhi di uno storico. Non c'è dubbio infatti che, per quanto portatrici di una logica potenzialmente genocida, le pulizie etniche che hanno insanguinato la Bosnia e la Croazia sono altra cosa rispetto ad Auschwitz; quest'ultima fu il genocidio di una supposta razza inferiore, le epurazioni etniche tendevano a terrorizzare e martirizzare la popolazione civile al fine di evacuare dei territori per insediarvi degli Stati-nazione omogenei. Porre sullo stesso STORIAEMEMORIA/TRAVERSO 9 piano questi due fenomeni non contribuisce molto alla loro comprensione. E tuttavia, il vigore col quale questa polemica è stata scatenata ha suscitato in molti un senso di disagio, quasi che lo scandalo non fosse il sangue versato in Bosnia, ma l'idea stessa della comparabilità delle violenze di una guerra civile con l '"Olocausto", crimine per definizione incomparabile, incomprensibile, incomunicabile e indicibile. Con atteggiamento ben più nobile sul piano etico e politico, Marek Edelman, uno degli ultimi superstiti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, ha definito la guerra in Bosnia come una vittoria postuma di Hitler. 14 Ritroviamo qui la dicotomia descritta da Tzvetan Todorov fra la memoria letterale e la memoria esemplare. La prima è quella della vittima che si rinchiude nel dolore, ne fa uno spazio privato da difendere gelosamente contro indebite assimilazioni e continua a "vivere il suo passato senza cercare di integrarlo nel presente". 15 Nasce così una sorta di culto della Shoah, con i suoi dogmi - l'incomparabilità e l'inesplicabilità normative dell'evento - e il suo temibile guardiano, nella persona del premio Nobel della pace Elie Wiesel. La seconda è evidentemente quella di Marek Edelman e anche, per riprendere l'esempio di Todorov, quella di David Rousset, che non si è limitato a testimoniare l'orrore del nazismo, ma ha saputo usare la sua autorità morale di reduce dei campi hitleriani per denunciare la realtà, allora negata, di quelli sovietici. Si potrebbe riformulare il problema dicendo che il riconoscimento della singolarità storica di Auschwitz deve essere fatto non per giustificare una memoria unilaterale, ma piuttosto per fondare un rapporto critico nei confronti del presente, teso a mettere in luce i molteplici fili che lo collegano a un passato dal quale è scaturito l'orrore. Le derive di una memoria unilaterale non sono soltanto potenziali; le tendenze si sono già manifestate a fare di Auschwitz uno schermo deformante attraverso il quale il nostro orizzonte di visibilità della barbarie del Ventesimo secolo risulta non allargato ma alquanto ridotto. Cercherò di essere più chiaro facendo alcuni esempi concreti. Il Museo dell'Olocausto di Washington è senza dubbio, come molto critici hanno sottolineato, estremamente ricco sul piano della documentazione, chiaro e didattico nella sua concezione espositiva. Suscita tuttavia qualche perplessità il fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di creare questo museo e non piuttosto un museo del genocidio degli indiani o della deportazione degli schiavi neri dall'Africa, due eventi fondatori della nazione americana. Il dubbio che si tratti di una memoria unilaterale orientata dalle istituzioni appare ancora più fondato se si pensa che l' inaugurazione di questo Museo dell'Olocausto ha praticamente coinciso con l'avvio delle celebrazioni per l'anniversario della fine della seconda guerra mondiale, durante le quali la stampa si è caratterizzata, salvo poche eccezioni, per i suoi elogi della bomba atomica su Hiroshima. Il Ministero delle poste ha persino pubblicato dei francobolli in cui il fungo atomico era presentato come un simbolo di pace, prudentemente tolti dalla circolazione in seguito alle proteste giapponesi. In Francia, le associazioni degli ex deportati ebrei sono finalmente riuscite, nel 1993, dopo molte battaglie, a ottenere che il 16 luglio, anniversario del terribile rastrellamento del Vel' d 'Hiv', sia dichiarato "Giornata nazionale commemorativa delle persecuzioni razziste e antisemite". Ancora lungo è il cammino perché si giunga a decretare una giornata di lutto nazionale per i crimini del colonialismo francese. Oradour-sur-Glane, una specie di Marzabotto francese, il villaggio dove le SS trucidarono nel 1944 quasi l'intera popolazione (642 persone), rimane comprensibimente una ferita aperta nella memoria della nazione.

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