8 STORIAEMEMORIA/TRAVERSO to che il genocidio ebraico rimette profondamente in questione radici e strutture delle nostre società occidentali, non al fatto che la morte in una camera a gas sia peggiore di quella provocata da una raffica di mitragliatore o dai colpi di un machete. Considerare Auschwitz come un paradigma della barbarie del Ventesimo secolo significa fame la via di accesso alle sue differenti manifestazioni, non il pretesto di una focalizzazione esclusiva. Quest'ultima è inaccettabile sia sul piano etico - perché contribuisce a mettere in ombra e dimenticare le altre vittime - sia sul piano epistemologico, perché una volta estrapolato dal suo contesto storico, anche lo sterminio ebraico risulta inintelliggibile. Non esiste infine un'assoluta unicità di Auschwitz, se non nel senso del tutto ovvio, non ancora obliterato dalla proliferazione dei serial televisivi, per cui ogni evento è dotato di una sua singolarità, la storia non si ripete sempre uguale a se stessa e ogni ripetizione presenta sempre qualche variante di rilievo. Postulare l'assoluta unicità di Auschwitz significa escludere o sottovalutare il pericolo che, sotto nuove forme, quel che è avvenuto nei campi della morte in Polonia possa ripetersi, magari su scala ancora più vasta, perché la civiltà che ha prodotto Auschwitz rimane la nostra e perché i mezzi di distruzione di cui essa oggi dispone sono infinitamente più potenti. Queste puntalizzazioni sulla nozione di singolarità non sono inutili, a mio avviso, se si pensa allo spazio crescente occupato dalla Shoah sia sul terreno della ricerca, più precisamente nell'ambito degli studi sulla seconda guerra mondiale, sia su quello della memoria, la cui preservazione e trasmissione non è più l'appannaggio esclusivo dei testimoni. Essa ha ormai da tempo valicato le frontiere delle associazioni dei reduci dei lager per divenire oggetto di una vera e propria politica delle istituzioni, attraverso i musei, le celebrazioni e l'insegnamento. Non bisogna tuttavia nascondersi che la crescente visibilità di Auschwitz nello spazio pubblico, dalle istituzioni ai mass media, non riflette sempre e ovunque il travaglio delle coscienze. Da qualche tempo si assiste a un fenomeno nuovo, che consiste fare di Auschwitz l'oggetto delle speculazioni più indegne, quelle della società dello spettacolo, in cui lo sterminio viene trasformato in merce e in bene di consumo. Qualche tempo fa mi è capitato di trovare, nelle pagine serie e rispettabili della Suddeutsche Zeitung, un inserto pubblicitario che proponeva in offerta speciale Shoah di Claude Lanzmann, i successi di Silvester Stallone e altri film dai titoli più o meno pornografici. Ecco un esempio concreto di quel che Adorno definiva la reificazione della storia attraverso l'industria culturale (un esempio sul quale meriterebbero di riflettere gli apologeti del postmodernismo). Un film come La lista di Schindle1; per esempio, non favorisce la riflessione né stimola la conoscenza del genocidio ebraico, contribuisce anzi a rimuoverle, trasformando l'evento nel catalizzatore esclusivo di una reazione emotiva. 12 Un 'altra via per neutralizzare la memoria dello sterminio, consiste nel codificarla attraverso una serie di norme giuridiche che, instaurando una verità di stato attribuiscono ai tribunali il compito di ricostruire la storia e puniscono i negazionisti con sanzioni penali trasformandoli così in vittime (è il caso della legge contro l'Auschwitz Luge in Germania e della loi Gayssot in Francia). Una volta affidato l'evento alla protezione del cinema, della televisione e dei tribunali, perché cercare di interpretarlo, capirlo, meditarlo al presente? Ma ritorniamo agli storici. Figure marginali negli anni Cinquanta e Sessanta - si veda in proposito la recente autobiografia di Raul Hilberg -, gli storici del genocidio ebraico sono oggi titolari di cattedre universitarie e dispongono spesso di veri e propri centri di ricerca Dachau l'arrivo degli alleati. FotoKeystone/Sygma/G. Neri. specializzati (negli Stati Uniti, ogni buona università possiede il suo dipartimento di Holocaust Studies). Quel che un tempo era agli occhi di tutti un evento secondario, quasi un dettaglio nel1'ambito della guerra, appare sempre più come uno dei suoi nodi centrali come un prisma, attraverso il quale viene spesso ripercorso tutto lo svolgimento del conflitto. Occorre tuttavia sottolineare che la centralità di Auschwitz nelle nostre rappresentazioni della storia della seconda guerra mondiale costituisce un fenomeno relativamente recente. La forza e la convinzione con le quali questa centralità viene oggi affermata sono direttamente proporzionali all'indifferenza con la quale lo sterminio fu accolto dai suoi contemporanei. Chi poteva pensare al dolore ebraico alla fine di un conflitto da cui nessuno è uscito indenne, in mezzo a un'Europa in rovine, dove i caduti, le vittime dei bombardamenti, i prigionieri di guerra, i deportati politici e gli sfollati sono decine di milioni? Vittorio Foa restituisce perfettamente l'atmosfera di quegli anni da lui vissuti come intellettuale resistente ed ebreo: "Tornavano i superstiti, uno su cento, dai campi di sterminio. Raccontavano e cominciavano a scrivere cose inimmaginabili sulla disumanità del potere e sull'organizzazione scientifica della morte, ma questi racconti non toccavano la nostra gioia di vivere finalmente nella pace. Non si spiega altrimenti il fatto che il libro di Primo Levi Se questo è un uomo, ha trovato difficoltà per la pubblicazione: si temeva di turbare un sollievo collettivo, col rischio di cadere nell'omertà. Ma anche i reduci, a partire da Primo Levi, erano soprattutto impegnati a ricostruirsi una vita normale a ritrovare una famiglia e un lavoro". 13 La cultura antifascista offre poco spazio alla memoria della deportazione razziale, è una cultura dominata dall'idea di progresso, da una visione positiva dell'avvenire, dal convincimento che ci si è sbarazzati, una volta per tutte, delle forze oscure della
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