Linea d'ombra - anno XIV - n. 117 - lug./ago. 1996

Luglio/Agosto 1996 Numero117 12000 si/edistorie,immagini, ssioniespettacolo

.·:W :i-;;... . •..s..- 'c... /1;;Y X··\ "RICONOSCENDO LEOR'4!·lJC!~lH-APRECEDUTO SIVA VA ----------- []NARRATIVA .• _, ----------- [DsAGGISTICA ----------~ FriedrichSchiller Il delinquenteper infamia Ciò che fa di lui un delinquente non è la sua rivolta ma l'umiliazione del carcere e l'ostracismo sociale che gli decretano coloro che dovrebberoriabilitarlo. MoriOgai L'intendente Sansho Riscrivere le storie perché il passato non muoia. La più bella e nota versione della leggenda di Anuu e Zushio, sorella e fratello venduticome schiavi. I.A CADliTA DELLACASA LIMONES RamonPérezdeAyala Lacadutadella casaLimones Un dramma che nasce dal pesodelleconvenzionid, alle divisioni sociali e sessuali, dagliobblighei dalleipocrisie, dall'immensafaticache costa portarselaeddosso. ------------ [DclNEMA ------------ UHt..,.111 ,uu,auMm I HGLI DELLA VIOLENZA LuisBufiuel I figlidellaviolenza Ci11àdel Messico 1950. Un gruppo di ragazzi cresce non amato e privo di diritti tra baracche e casupole di un'immensa periferia nel buio di una condizione intollerabile. 1,0UNIIII\N.Oftl(-m «~Mll(IUNO A BOCCAPERT.-1 CarmeloBene A Boccaperta Una partitura per il cinema. Un raccontovisionario e grandioso, il mondodella storia, il pozzo del nostro passalo, della nostra religiositàe della nostracultura. I vantaggi dell'abbonamento Per sole l.100.000 (contro un valore di lire 165.000) chi si abbona avrà diritto a ricevere: undici numeri ali' anno di Linea d'Ombra. Un numero in più gratis. Tra le combinazioni della collana Aperture: tre libri a scelta. ,.,.._,,..,a,,ou,_c. oor1uoo,oo, I I. I \I I I I llU.1..1 ',Ci'\\ GoffredoFoti I limitidellascena Cinema, teatro, radio e televisione. Azzardi e compromessi dal neorealismo al boom, dalla contestazione ali'omologazione. La società dello spellacelo e il culto dell'apparenza. Andrea Rauch LA FRECCIA NELL'ARCO RafaelSanchezFerlosio La freccianell'arco La denuncia dell'ardore encomiastico di una cultura propagandistica al servizio dell'idolatria della Trionfale Epopea Umanadel Progresso. ll L T I ~I O R O l' ~ Il E ,\LTRI SCRrJTI p o r I I I e I DUl-DONl'•4ùMAOI ~ .._,,..,,(ON,,,.,. NOIAOlflNtSIOfl».<'.0 JulioCortazar Ultimoround Unapassionedi giustizia profondamente sincera, un desiderio di libertà per i popoli e l'indignazione e la rivolta per il doloredegli oppressi. C O \I F , J D I I E \ I I E I R O l' I· I'! •f\l'!VlOtl'WltNITl~OI ... CONll• ,_!-111•1/lllll....,.,.,.,OCO.Hl(lfllfO lOCOC!U.C4IASfl'OOIKUDG4C4. U-,tUlll'O'Vil~I (;IJ -ll!<,IOOW!•OlfCJfON()f,. MINL<lll\llUN!l•t..\CAP<ll"Pl1 HQ!lll•ll<!H:"°""!IVIIMPIJ UUU•\'l!JtOl'AINS,.1.o.l>AmSA CeesNooteboom Comesi diventaeuropei Bisognerebbestudiarci. Come uno di quegli esseri ibridi, incompresi ovunque, che stanno di casa contemporaneamente in tre posti e al tempostesso in nessuno. FINCSHISEC' ORGE INNAN A GIUNTI Andrea Pedrazzini Daniele Scandola Linead'Ombrianmostra i Chiosbdi ell'Umanitaria ESTATE NEI CHIOSTRI DELCUMANITARIA Dopoil primonumerodel marzo 1983che vedevain copertinaun'operadi Schifano,Linead'Ombra ha continuato ad ospitareoperegrafichedi artisticontemporaneicon particolareattenzioneal magicomondodel fumettod'autore e degli illustratori.Si è formatacosì nel tempouna vera e propriacollezionedi famosiartistidi arte visualeche, a partiredal 13giugnofino al 13 luglioprossimosarà possibilevisitarenellesale de L'Umanitariain via Daverioa Milano,durantela ormai tradizionalerassegna"Estatenei Chiostri".

iOI □ Si, mi abbono a LINEA D'OMBRA per un anno approfittando di questa offerta esclusiva che mi dà diritto a tre libri a scelta. Riceverò gli 11 numeri (più un numero in omaggio) e i tre libri a sole lire 100.000 anziché 165.000. A pagamento awenuto riceverò subito i libri prescelti. [I] rn QJ Scelgo qui il gruppo di tre volumi prescelti: FriedrichSchiller,/I delinquenteper infamia MoriOgai, L'intendenteSansho RamonPérezdeAyala, Lacadutadella casa Limones RafaelSanchezFerlosio, La freccianell'arco JulioCortàzar, Ultimoround CeesNooteboom,Comesi diventaeuropei LuisBunuel,/ figlidellaviolenza CarmeloBene, A Boccaperta GoffredoFoti, I limitidella scena NOME ............................................... "'················ I COGNOME ........................................................ : I INDIRIZZO .......................................................... : I I .................................... , ......................................• GITTA' ................................................................ : CAP......................... TEL.................................... . Vi indico qui di seguito le modalità di pagamento (senza aggiunta di spese postali) O Vi autorizzo ad addebitarmi la cifra di I::. 100.000 su Carta Si I I I I I I I I I I I I I I I I I UliJ N. SCAD. INTESTATAA ................ FIRMA ............................................................... . O Assegno (bancario o postale n............................... . Banca...................................................... (in busta ci1iusa) O Awenutoversamentosulc/c postalen.54140207 intestato a Linea d'Ombra. Alla prima occhiata, vidi ch'era una nave di prim'ordine, una creatura armoniosa nelle linee del suo corpo ben fatto, nell'altezza proporzionata della sua alberatura. Qualunque fosse la sua età e la sua storia, aveva conservato l'impronta della sua origine. Era una di quelle navi che, grazie alla loro linea e all'accurata rifinitura, non sembreranno mai vecchie. J.Conrad Linea d'ombra è costantemente in viaggio nell'universo letterario e artistico, alla ricerca del nuovo e di chi non si piega ai dettami dell'industria culturale. Il viaggio è trasformazione, e gli avvenimenti di questi tempi richiedono un cambiamento. Linea d'ombra risponde rinnovandosi. Sarà più letteraria, più cinematografica, più musicale. Sarà un po' più italiana, senza smettere di cercare altrove. Continuerà a pensare in modo libero. LINEAD'OMBRAVI,AGAFFURI4O,20124MILANO. POTETMEANDARAENCHUENFAXAL02-66981251

SHRHE EDIZIDnl unDERGRDUnD Per ordini diretti tel 02/58317306 Due importanti novità per l'estate 1996: movimenti e controculture giovanili in un saggio e l'identità femminile postmoderna in un grande romanzo Le nuove proposte di una casa editrice che si è distinta per fantasia e rigore di realizzazione ConsorzioAaster,Centro SocialeCox 18, Centro Sociale Leoncavallo, Primo Moroni CENTRISOCIALI: GEOGRAFIEDELDESIDERIO collana Underground pp. 192 + 64 pp. di immagini, Lit. 25.000 Due centri sociali milanesi, il Leoncavallo e Cox 18, con la collaborazione del prestigioso Consorzio Aaster, si "leggono" attraverso un'inchiesta autogestita, la prima in Italia, diffusa tra migliaia di "frequentatori" durante un'iniziativa antiproibizionista. I risultati smentiscono radicalmente l'etichetta di "marginalità", apposta per anni dalla "stampa ufficiale" su questi importantissimi luoghi di produzione culturale e politica e forniscono significativi dati secondo le variabili, solo per citarne alcune, del lavoro, dell'istruzione, della composizione di classe e della condizione abitativa: in sintesi, ne escono soggetti che nelle loro dinamiche fondamentali, rispecchiano le modificazioni produttive caratteristiche della cosiddetta nuova "modernità". Al contempo, attraverso la lettura politica dell'inchiesta, viene dato un significativo contributo al dibattito intorno alle prospettive future di queste esperienze. Arricchiscono il volume un ampio inserto fotografico sulla storia dei due centri e una serie di mappe sugli usi della città e i movimenti a Milano negli ultimi trent'anni. Pat Kadigan MINDPLAYERS collana Cyberpunkline romanzo, pp. 240, Lit. 23.000 In un mondo dove è possibile noleggiarsi una personalità, scegliendola tra le centinaia in vendita nei negozi alla moda o al mercato nero, in una società dove il reato più grave è il furto della mente ed è possibile fondersi il cervello clonando i propri ricordi, si muove Allie la Sfinge, ex criminale in libertà vigilata riciclatasi in terapeuta high-tech. Per aiutare i suoi pazienti, Allie ha dovuto imparare a navigare nei loro pensieri attraverso il mindplay, una sorta di telepatia ottenuta dalla connessione con particolari computer, vivendo insieme a loro le allucinazioni più stravaganti e gli incubi più terribili ... Mindplayers è il primo romanzo psychocyber dell'unica scrittrice riconosciuta dal movimento letterario cyberpunk. PATRICIA K. CADIGAN: è la prima vera scrittrice cyberpunk tanto che lo stesso William Gibson dice di essersi ispirato a lei. Nel 1987 con Mindplayers, Pat Cadigan è stata finalista al Philip K. Dick Award. Con Synners e Fools (entrambi di prossima pubblicazione ShaKe), ha vinto i prestigiosi premi di fantascienza A.C. Clarke e Locus. ShaKe è distribuita nelle librerie da POE

Direzione: Marcello Flores, Goffredo Fofi (Direttore responsabile), Alberto Rollo. Gruppo redazionale: Mario Barenghi, Alfonso Berardinelli, Paolo Bertinetti, Gianfranco Bettin, Francesco Binni, Marisa Bulgheroni, Marisa Caramella, Luca Clerici, Riccardo Duranti, Bruno Falcetto, Pinuccia Ferrari, Fabio Gambaro, Piergiorgio Giacchè, Filippo La Porta, Marcello Lorrai, Danilo Manera, Roberta Mazzanti, Paolo Mereghetti, Santina Mobiglia, Luca Mosso, Maria Nadotti, Marco Nifantani, Oreste Pivetta, Giuseppe Pontremoli, Fabio Rodrfguez Amaya, Lia Sacerdote, Alberto Sai bene, Tiziano Scarpa, Marino Sinibaldi, Paola Splendore. Collaboratori: Damiano D. Abeni, Adelina Aletti, Chiara Allegra, Enrico Alleva, Livia Apa, Guido Armellini, Giancarlo Ascari, Fabrizio Bagatti, Laura Balbo, Alessandro Baricco, Matteo Bellinelli, Stefano Benni, Andrea Berrini, Giorgio Bert, Lanfranco Binni, Luigi Bobbio, Norberto Bobbio, Marilla Boffito, Giacomo Borella, Franco Brioschi, Giovanna Calabrò, Silvia Calamandrei, Isabella Camera d'Afflitto, Gianni Canova, Rocco Carbone, Caterina Carpinato, Bruno Cartosio, Cesare Cases, Francesco M. Cataluccio, Alberto Cavaglion, Franca Cavagnoli, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Doriano Fasoli, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spi la, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Progeuo grafico: Andrea Rauch Fotocomposizione: ShaKe-Tel. e Fax 02/58317306. Amministrazione e abbonamenti: Daniela Pignatiello - Tel. 02/66990276 - Fax 02/66981251. Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Leonardo Dehò, Michele Neri, Maria Profiti, Marco Antonio Sannella, Marco Tarchini, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche FarabolaFoto, Contrasto, Effigie e Grazia Neri. Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio 4 20 I24 Milano Tel. 02/669093 I Fax: 6691299 Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54 - 500 I9 Sesto Fiorentino - Tel. 055/30 I371 Stampa Grafiche Biessezeta Sri - Via A. Grandi 46 - 20017 Mazzo di Rho (MI) - Tel. 02/93903882 Fax 02/93901297. LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi LINEA D'OMBRA anno XIV luglio/agosto 1996 numero 117 IL CONTESTO 4 5 10 29 36 37 65 Goffredo Fofi Enzo Traverso Mimmo Lombezzi Martin Pops fohn Berger Hans Magnus Enzensberger Alberto Rollo SPECIALE ORTESE 13 Anna Maria Ortese 14 16 Luca Clerici INCONTRI 18 23 26 53 82 84 Gesualdo Bufalino Gabriele Braggion Nico Naldini Marguerite Duras Robert e Peggy Boyers Tahar Ben Jelloun Abdellatif Laabi CONFRONTI 57 60 62 86 Vittorio Giacopini Alberto Pezzotta Dario Voltolini INBREVE STORIE 74 Carola Susani 76 Sebastiano Nata 78 Oreste Pivetta FUMEffO 38 Mario Addis Tempi facili Storia e memoria L'età barbara Macchie di Srebrenica Italia lmagining Jtaly Una casa sui Monti Sabini Nostalgia Immagini di città: Milano Un'educazione milanese Il male freddo Scrivendo A/anso e i visionari La malinconia dell'esilio Infedele è la memoria a cura di Michae/ Jakob Pari se I' antideo/ogo Goffredo Parise reporter L'educazione alla pietà. Ricordo di Parise a cura di Gabriele Braggion li cinema? Un passatempo a cura di Doriano Faso/i Salmagundi, la priorità dell'attenzione a cura di Filippo La Porta Voci dal Mediterraneo a cura di Antonella Viale Il "ritorno" di Dio Il cinema di Hong Kong Lo sguardo del narratore Letture, recensioni, segnalazioni Coming out Bin-e rosse Storie d'attesa Alef La copertina di questo numero è di Dario Voltolini Abbonamento annuale: ITALIA L. 100.000, ESTERO L. 120.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.

TEMPI FACILI GoffredoFofi Nessuna esperienza sembra, in Italia, depositarsi davvero nella coscienza collettiva, divenire spirito e sostanza, acquisizione, lezione morale. Soprattutto da quando, negli anni Settanta, i meccanismi del consenso sono saltati, e la nostra modernità ha preso la strada principale delle divisioni corporative e ci ha tramortiti con la retorica dei diritti. Una morale pubblica non c'è mai stata, nonostante Risorgimento e Resistenza, e ogni volta, dopo ogni insorgenza morale di una minoranza che riusciva per qualche tempo a cogliere i disagi delle maggioranze, tutto ha finito per riaggiustarsi. La sconfitta dei movimenti sociali e culturali giovanili è venuta dal fuori di una non-misteriosa opacità, dal dentro di un'arroganza che credeva distinguersi tramite il settarismo - l'altra faccia del conformismo, della tradizione cattolica e del pensiero comunista (che è stato di molto danno e di breve durata). Se cattolicesimo e comunismo ci ripetevano con i loro modelli di comportamento pubblico e privato che tra le parole e i fatti c'è sempre l'interesse di parte e che le une servono a mascherare gli altri, a essi si reagì con le speculari prepotenze del craxismo e del terrorismo, loro versioni estreme che rompevano equilibri. Da essi è nata, a contrasto con ogni loro aspettativa, la rivolta di massa contro l'eccesso di una politica che violentava gli aggiustamenti abituali, e questo ha riproposto per una brevissima stagione lo spettro della destra (e che destra! quintessenza di cialtronaggine, della prepotenza e della volgarità, come da copione) e ha illuso la sinistra di esistere ancora con valori propri altri da quelli del buon senso dialogante e conciliatorio tra gruppi, attento soprattutto ai gruppi forti e organizzati. Non poteva durare, non è durato; ma oggi l'Ulivo rischia di proporre vecchi modelli come nuovi solo per la sua capacità di mediazione e, benvenuta, di moderazione. Ma a chi insegna qualcosa l'esperienza? Il variegato moto dell'opinione si ritrova attorno a capisaldi che sono, ora, di quieta crescita, non di messa in crisi dell'assetto raggiunto. Il nostro destino sembra essere di nuovo nella scesa a patti e nella trattativa, nel progresso senza avventure o nella difesa del progresso avvenuto; e però oggi senza quelle "sponde" che ieri tenevano e che hanno finito per traballare e cadere: la famiglia, l'identità e cultura di ceto, il senso dei limiti. Media aiutando, si sono ossessivamente comunicati i messaggi soliti del chiacchierio morale a copertura di una immoralità diffusa, dilagata, di cui l'esempio più evidente è stato ed è, per tutte le varie tribù nazionali, il rapporto con le nuove generazioni, l'educazione dei figli, l'irresponsabilità che ce li fa consegnare al futuro nudi e peggiori, e che li usa e abbandona, che li compra e li vende come possesso privato e di diritto per pagare i propri debiti di adulti ad altri adulti, per la propria ansia di avere e apparire. Non c'è estremismo comportamentale che davvero si distingua, se ogni estremismo è specchio di una comune normalità di cui non fa che accentuare i caratteri. Basterà davvero un pacato, per ora, "buon governo", peraltro così cauto e a-progettuale da far dubitare della capacità dei suoi membri di interpretare la melma soggiacente, basterà il risorgere FotoGiuliano Spagnul. delle vecchie maniere a creare altre sponde? C'è da dubitarne. Tanto più che si assiste, sinistra dopo destra, a fasti e fiere di poco diversi, a vanità e imbrogli variamente consociativi, talora con gli stessi cerimonieri televisivi e giornalistici, a una sorta di esibizione culturale cortigiana, sconcertante e disgustante. Addosso e attorno non al centro quanto al potere. Gli intellettuali non stupiscono più, maestri di aggiustamenti di coscienza e di false coscienze, tutti più "liberal" che mai e finalmente più vicini alle stanze dei bottoni, finalmente più contenti, grazie all'Ulivo, di sé: cinghie di trasmissione che si pensano e non sono necessarie, o piuttosto, secondo l'antica dizione, "cani da guardia". Però non c'è molto a cui far la guardia, l'omologazione ha conquistato culturalmente pressoché tutti, in questo OccidenteEuropa tutto sommato ancora felice e, oggi, senza pressioni esterne a mettere in crisi gli equilibri dei ricchi e dei garantiti nei maggiori bisogni. Noi lo sappiamo, non durerà, niente dura ormai a lungo anche se stagione dopo stagione tutto sembra di lunga durata e porta i nostri connazionali a dimenticare rapidamente l'appena ieri e ad adeguarsi rapidamente alla nuova situazione. Niente durerà a lungo, e più che mai ci sarà bisogno, per pochi forse ma vigili e responsabili sulla situazione di tutti, di essere preparati, di "tenere", di non svendersi, di non fidarsi della breve stagione, di essere più che mai curiosi del rapporto tra ieri e domani, tra qui e altrove e tra maggioranza e minoranze (e delle divisioni nella maggioranza, dei ritardi colpevoli delle minoranze). Occorrerà più che mai trasmettere ai nuovi arrivati non un'immagine in più ma una sostanza, una capacità morale dello sguardo e delle pratiche, una variante che non sia una variante ma una salda diversità bensì aperta, dialogante e se necessario provocatoria, della sua stessa minoritaria diversità. Noi non abbiamo bisogno di arrembaggi e cooptazioni. Ma poi, chi ci dovrebbe cooptare, se ci ostiniamo a vedere e a dire e per questo andiamo contro le menzogne istituite e ridondanti della piccola cultura rissosa e conformista delle università, dei media, dell'industria editoriale, delle beghe di clan, delle mode e delle pompose scemenze osannate nel giro viziosissimo di solidarietà di idee tra chi produce crea stampa diffonde difende recensisce stronca ... Non dovremo perdere mai né la nostra serenità né la nostra passione, la felice tensione della nostra veglia.

STORIAEMEMORIA 5 ' L'ETABARBARA AUSCHWITZELEVIOLENZE DEL"SECOLOBREVE" Enzo Traverso Nel suo bilancio del "secolo breve" ormai concluso, Eric J. Hobsbawm cita un dato statistico più che sufficiente a far apparire quella che egli definisce "l'età degli estremi" come una vera e propria epoca di barbarie: tra la prima guerra mondiale e la fine degli anni Ottanta, le vittime di guerre, genocidi e violenze politiche di varia natura ammontano a circa 187 milioni. Questa cifra si ferma al 1990, non prende quindi in considerazione le vittime della guerra del Golfo Persico, né quelle della guerra civile nell'ex Jugoslavia e neppure il mezzo milione di morti del genocidio nel Ruanda. Secondo una stima di Hobsbawm, ciò corrisponde all'incirca al 9 percento della popolazione mondiale alla vigilia della Grande guerra. 1 Per avere un'immagine più concreta dicosa significhi un dato del genere, si potrebbe pensare alla soppressione dalla carta dell'Europa di tre paesi come l'Italia, la Francia e la Germania. Sostituiamoli con un immenso deserto, o piuttosto con un immenso cimitero, e la nozione di barbarie moderna si preciserà nelle nostre menti. Nel testo di una conferenza pronunciata due anni fa, ben più lucida a questo proposito del suo libro sul "secolo breve", Hobsbawm indica in effetti la barbarie come il tratto decisivo di questi ultimi ottant'anni. Rileva l'indiscutibile regresso storico rappresentato dal Ventesimo secolo rispetto agli standard di "civiltà" raggiunti all'indomani della Rivoluzione francese e aggiunge che se l'umanità non è ancora definitivamente e irreversibilmente sprofondata in una barbarie senza ritorno, lo si deve essenzialmente alla persistenza dei valori ereditati dalla cultura dei Lumi. 2 Ricorda per esempio, citando il teorico della guerra von Clausewitz, che, dopo la caduta di Napoleone, il principio secondo cui la nazione vittoriosa non dovesse massacrare i prigionieri di guerra né trasformare le popolazioni civili in bersagli militari, sembrava definitivamente acquisito in Europa. Per avere un'idea di come le cose siano cambiate un secolo e mezzo più tardi, basti ricordare che il numero delle vittime civili della seconda guerra mondiale supera i 20 milioni. 3 Rispetto agli ideali cavallereschi e, verrebbe di dire, "umanisti" di von Clausewitz, il rovesciamento di valori implicito nel progetto della bomba al neutrone, una bomba capace di sterminare la vita senza intaccare le infrastrutture materiali, è pressoché completo. Sotto molti aspetti, non si può che aderire alla diagnosi di Hobsbawn: i valori in nome dei quali cerchiamo di combattere la barbarie di questo secolo sono in larga misura ereditati dai Lumi, da Beccaria a Kant, e si riassumono in ultima istanza in una idea universale dell'uomo che il nazismo tentò di distruggere. Non si tratta affatto, sulle tracce di Ernst Cassirer, di idealizzare la cultura del Settecento, ma soltanto di riconoscere un nucleo indistruttibile di valori - tolleranza, libertà, diritto, emancipazione delle minoranze e rispetto delle differenze culturali - che costituiscono ancora un argine al dilagare indiscriminato della violenza e della cultura che l'alimenta. Si tratta di una diagnosi ormai classica, che aveva già indotto Lukacs a presentare il nazismo come il prodotto di un lungo processo di "distruzione della ragione" e, più recentemente, Norbert Elias, sulla base di una diversa argomentazione, a definire Auschwitz come il simbolo di una forma moderna di "decivilizzazione". Questo approccio presenta tuttavia dei limiti evidenti, in quanto ignora quel che Horkheimer e Adorno hanno definito la "dialettica dell'Illuminismo", ossia il fatto incontrovertibile che le violenze estreme del Ventesimo secolo non sono il prodotto di una "ricaduta nella barbarie", secondo una formula ormai desueta, ma l'emergere di una barbarie affatto moderna, prodotto della civiltà, nutrita delle sue ideologie e messa in atto grazie alla potenza delle sue realizzazioni tecniche, una barbarie semplicemente inconcepibile al di fuori delle strutture portanti della civiltà moderna: l'industria, la tecnica, la divisione del lavoro, l'amministrazione burocratico-razionale, !'"etica della responsabilità" (nel senso di Max Weber e non di Hans Jonas), utilitaristica e funzionale, al posto del I '"etica dei valori". Questa constatazione si è imposta a tutti gli studiosi che hanno cercato di interpretare le guerre moderne, Auschwitz, Buchenwald, la "dekulakizzazione" delle campagne sovietiche, la Kolyma e Hiroshima, ma risulta in ultima istanza imprescindibile anche per analizzare dei genocidi in apparenza più "primitivi" come quelli della Cambogia o del Ruanda, presentati a volte come l'eruzione di odi ancestrali, nei quali hanno in realtà svolto un ruolo fondamentale sia il retaggio delle guerre coloniali, sia l'influsso dei modelli totalitari moderni, sia infine l'incitazione alla violenza attraverso i mass media. Ecco quindi una prima acquisizione indispensabile tanto allo studio che all'insegnamento delle violenze del Ventesimo secolo: esse sono un prodotto genuino della civiltà moderna, la testimonianza delle sue pulsioni distruttive e un richiamo costante, dopo un uso così generalizzato e terrificante delle armi al posto della ragione, alla necessità di ritornare alle armi della critica. Il richiamo al numero complessivo delle vittime è importante, perché le violenze e i genocidi del nostro tempo vanno inseriti e si spiegano soltanto nel contesto di un secolo di barbarie. Ma lo storico non si può fe1mare a questa constatazione, il suo compito consiste a ricostruire - anche positivisticamente, fattualmente, wie eigentlich gewesen - gli eventi e a cercare di interpretarli. Non può esimersi dal distinguere, comparare, classificare, col rischio a volte di trasformarsi nel contabile freddo e imperturbabile di crimini orrendi analizzati con uno sguardo assiologicamente neutrale. Cerchiamo di elencare brevemente gli orrori del Novecento: due guerre mondiali e varie guerre regionali, una delle quali, quella del Vietnam, forse anche più terribile, nei suoi limiti, delle precedenti: una catena di genocidi, a cominciare da quello degli armeni, durante la prima guerra mondiale, per finire con quello del Ruanda, passando attraverso lo sterminio per fame di 6 milioni di contadini ucraini durante la collettivizzazione forzata delle campagne sovietiche, e Auschwitz, vale a dire il genocidio degli ebrei e degli zingari. Il Ventesimo secolo ha sperimentato, con i campi di concentramento staliniani e nazisti, una nuova forma di dominio, di oppressione e di annientamento su scala di massa, concernente interi gruppi sociali o etnici, che va ben al di là dei massacri coloniali dell'Ottocento. Soprattutto, il Ventesimo secolo ha conosciuto delle forme storicamente inedite di sterminio, inimmaginabili ancora per chi, come i miei nonni, era nato alla fine del secolo scorso. Vorrei qui indicarne tre, a mio avviso le principali: Auschwitz, il gulag e Hiroshima, detto altrimenti il genocidio razziale, l'universo concentrazionario e la bomba atomica. Cercherò ora di descriverle sinteticamente. 4 Auschwitz è uno sterminio concepito su basi ideologiche, pianificato, gestito burocraticamente e messo in atto con metodi

6 STORIAEMEMORIA/TRAVERSO industriali. Le sue vittime sono designate in base alla loro appartenenza a un gruppo qualificato come una razza inferiore, nel- !' ambito di un progetto di rimodellamento biologico dell'umanità. Questo processo di distruzione viene prima messo in atto attraverso I'"operazione T4" (I' eutanasia) che colpisce gli handicappati ("vite indegne di essere vissute") per poi essere esteso, su scala ben più vasta e con altri mezzi agli ebrei e, in misura minore, agli zingari. Il gulag sovietico è uno stenninio né teorizzato né pianificato, gestito burocraticamente con metodi paranoici, che generalizzano su vasta scala una repressione originariamente tesa a colpire dei nemici, reali o immaginari, socialmente e politicamente definiti (i "criminali", i kulaki, i trotskisti eccetera). All'apogeo dello stalinismo, ogni cittadino sovietico costituisce una vittima potenziale del! 'universo concentrazionario. Questo tipo di sterminio è qualitativamente paragonabile, benché esteso su scala assai più vasta, a quello dei campi di concentramento nazisti, come Buchenwald o Bergen-Belsen, dove sono deportati gli oppositori politici, i marginali (sociali, sessuali, religiosi eccetera) e i prigionieri di guerra appartenenti a popoli considerati inferiori. La morte domina l'orizzonte di questi campi ma, a differenza di Auschwitz e Treblinka, non ne costituisce la finalità (nei campi di sterminio, i deportati ebrei e zingari vengono eliminati, nella loro grande maggioranza, al momento del loro arrivo senza neppure avere il tempo di conoscere la realtà del! 'universo concentrazionario). Certo, il gulag svolge una funzione rilevante in seno all'economia sovietica, come del resto il lavoro forzato in quella del Terzo Reich, ma nei campi di concentramento nazisti, il lavoro schiavistico non viene imposto a fini essenzialmente produttivi, si tratta piuttosto di un mezzo coercitivo teso all 'annientamento dell'umanità dei detenuti. Al di là di questa e di altre differenze non secondarie, il gulag e i Kz costituiscono veri e propri "laboratori in cui si sperimentava il mutamento della natura umana" (Hannah Arendt). 5 Hiroshima, infine, è uno sterminio senza motivazioni ideologiche, messo in atto da uno stato non totalitario, senza deportazioni né campi di concentramento, realizzato grazie ai più sofisticati mezzi di distruzione di cui dispone la tecnica moderna, teso a colpire la popolazione civile di un paese nemico, nel corso di una guerra. La seconda guerra mondiale è in effetti il momento in cui queste tre forme di sterminio trovano un punto di incontro. Essa si staglia, alla metà del secolo, come una frattura che lo spezza in due fasi ben distinte, senza peraltro porre fine alla sua catena di violenze, come il punto più alto della curva di un sismografo che indica una scossa terribile ma non un assestamento definitivo. Queste forme di sterminio possono avere dei precedenti storici: Auschwitz non è certo il primo genocidio del mondo occidentale e il sistema concentrazionario dei totalitarismi moderni appare già, nelle sue forme embrionali, sia nelle prigioni e negli asili di lavoro (le workhouses del Diciannovesimo secolo denunciate da Marx), sia nella combinazione di amministrazione e massacro che caratterizza, come ha sottolineato Hannah Arendt le conquiste coloniali. Ma Auschwitz e la Kolyma rappresentano uno stadio qualitativo ben superiore e la bomba atomica polverizza i mezzi di distruzione dei secoli passati, instaurando una nuova soglia del terrore di fronte alla quale ben poca è la differenza tra una palla di cannone e le frecce di un arco. Questo secolo di barbarie ha conosciuto varie cesure storiche, tra cui, indubbiamente, la prima guerra mondiale, studiata da Antonio Gibelli come un vero e proprio laboratorio della modernità, in cui si è sperimentata per la prima volta la distruzione tecnologica e la morte anonima di massa,6 o ancora la bomba atomica su Hiroshima, assunta da Gunther Anders come inizio di una nuova era, una sorta di Tag Null dell'umanità, ormai dotata dei mezzi tecnici con i quali può mettere in atto il proprio autoannientamento. Anche nel caso si procedesse, come è auspicabile, alla messa al bando di tutte le armi nucleari, ricorda Anders, rimarrà sempre la possibilità di costruirne altre, forse anche più potenti, perché questa capacità di reductio ad nihil è ormai irreversibile. 7 Una cesura storica, quella di Auschwitz, si distingue fra le altre, al punto di assurgere nelle nostre coscienze, a paradigma della barbarie di questo secolo. Va subito precisato che non si tratta del massacro più esteso. Per quanto impressionante, la cifra di 5 milioni e centomila morti (800.000 nei ghetti, 1.300.000 fucilati dalle Einsatzgruppen, 3.000.000 nei campi), 8 anche aggiungendovi un milione e centomila morti degli altri lager nazisti, rimane probabilmente inferiore a quella delle vittime dello stalinismo, assai difficile a valutare sul piano quantitativo. Uno storico come Robert Conquest, oggi contestato dopo l'ape1tura degli archivi sovietici, aveva avanzato in proposito la cifra di 20 milioni (13 nel corso della collettivizzazione forzata e 7 nei campi o in parte fucilati). 9 Ricerche più recenti indicano la cifra di 6 milioni di morti per la carestia e di due milioni e mezzo di deportati durante la collettivizzazione del 1932-1933 (molti dei quali perirono nel corso dei trasferimenti) e, per il ventennio 1934-1953, la cifra più realistica di 2 milioni di vittime dei gulag, su un totale di 15 milioni di deportati. 10 Questo tipo di revisioni non è nuovo. All'indomani della guerra, le autorità polacche indicavano a 4 milioni il numero delle vittime eliminate ad Auschwitz. Oggi sappiamo che furono al massimo un milione e mezzo. Le cifre sono certo importanti, ma non mutano la natura degli eventi, né la nostra percezione di Auschwitz e della Kolyma come due terribili universi di morte. Perché allora parlare di una singolarità di Auschwitz? Cercherò di indicarne alcune caratteristiche, precisando in seguito le precauzioni con le quali, a mio avviso, questo concetto va usato. Il genocidio degli ebrei d'Europa è messo in atto, contro ogni considerazione di tipo politico, economico o militare, a esclusivi fini ideologici. È perpetrato, con un imponente dispiegamento di mezzi, all'unico scopo di eliminare una categoria di popolazione definita razzialmente inferiore. È quindi un genocidio che, al di là della razionalità impressionante delle sue forme di esecuzione, non appare ispirato da nessuna razionalità sociale e politica. L'eliminazione degli armeni colpisce una minoranza religiosamente inassimilabile, politicamente sospetta ed economicamente dinamica, suscettibile di ostacolare la preservazione dell'unità e delle strutture tradizionali del!' impero ottomano minacciato dalla guerra; l'annientamento dei kulaki, per quanto si sia rivelato a lungo termine economicamente irrazionale, tende al principio a eliminare un intralcio sociale alla collettivizzazione dell'agricoltura e alla pianificazione economica: i metodi prescelti sono aberranti, ma il progetto, per quanto concepito con una logica totalitaria, non è completamente irrazionale; il genocidio dei Tutsi, in Ruanda, nasce da una lotta di potere e risponde a una finalità politica ben precisa: la volontà dell'élite Hutu al potere di sbarazzarsi col terrore del suo rivale storico. Il genocidio degli ebrei, al contrario, benché presupponga sia l'indifferenza delle popolazioni civili (non solo tedesca) sia la metodicità di un esercito di funzionari capaci di eseguire il loro compito senza alcun.a interferenza di carattere etico, è motivato in ultima istanza dati' odio razziale e colpisce una minoranza che non costituisce in nessun modo un nemico o una minaccia sul piano economico, politico e sociale. Si tratta di un genocidio, molti hanno sottoli-

Auschwitz.FotoCameraPress/G. Neri. neato, in cui la vittima è colpita non per quel che fa ma per quel che è, in cui la colpa della vittima è, come nei romanzi di Kafka, antologizzata. In questo senso si distingue non solo dagli altri genocidi ma anche dall'antisemitismo tradizionale che, storicamente, fa degli ebrei il capro espiatorio del disagio in seno a una comunità nazionale. Una volta eliminati, gli ebrei non potranno più svolgere questa funzione di "regolatore sociale". Questo genocidio costituisce una cesura storica perché l 'ebraismo è all'origine della civiltà occidentale e ne ha accompagnato l'itinerario per oltre due millenni. Sterminare gli ebrei significa quindi colpire uno degli elementi costitutivi della nostra civiltà e della nostra cultura. È per mezzo di Auschwitz che la nozione stessa di genocidio entra a far parte delle coscienze e perfino del vocabolario dell'Occidente. E Auschwitz rimane una condanna implacabile dell'Occidente. Il processo di distruzione analizzato da Raul Hilberg nelle sue diverse tappe - definizione, espropriazione, deportazione, concentrazione, sterminio - fa di questo evento un laboratorio privilegiato per studiare l'immenso potenziale di violenza di cui è portatore il mondo moderno. Se all'origine di Auschwitz c'è un'intenzione di sterminio, questo crimine implica alcune strutture fondamentali della società industriale. Tutte le componenti ideologiche e tecniche che caratterizzano le violenze di questo secolo trovano in Auschwitz la loro cristallizzazione idealtipica. La Shoah realizza la fusione dell'antisemitismo e del razzismo studiati da Hannah Arendt con la prigione di Foucault, la fabbrica di Marx e l'amministrazione burocratico-razionale di Weber. Si tratta, in questo senso di un paradigma della barbarie moderna. 11 STORIAEMEMORIA/TRAVERSO 7 La nozione di una singolarità storica di Auschwitz va tuttavia precisata, al fine di evitare inutili polemiche o fraintendimenti. Innanzi tutto essa va definita, non può essere semplicemente postulata né asserita in termini normativi. Detto altrimenti, non si tratta di un dogma, ma di una categoria utile al fine di classificare, distinguere e spiegare. Auschwitz non è affatto un evento storicamente incomparabile. La sua specificità, al contrario, può essere definita soltanto procedendo per confrontazioni. Affermare l'incomparabilità della Shoah significa espellere questo evento dalla sfera della storia e delle azioni umane, per fame una categoria metafisica. In questo modo, il genocidio ebraico non può più essere né studiato né compreso, ma solo teologizzato, la sua memoria non diviene fondatrice di alcuna responsabilità etico-politica per il presente, ma solo fonte di un culto religioso o di una commemorazione che, una volta ben tracciate le sue frontiere, si preoccupa soltanto di evitare ogni interferenza con la realtà attuale. La singolarità di Auschwitz non fonda nessuna gerarchia della violenza e del male. Non esiste un genocidio o uno sterminio "peggiore" di altri, né la qualità del genocidio ebraico conferisce alle sue vittime un 'aura particolare, una sorta di privilegio al martirio e, di conseguenza, alla memoria. Ciò significherebbe, inevitabilmente, relativizzare gli altri crimini, attribuendo loro uno statuto marginale o per così dire gregario nella scala degli orrori della barbarie moderna. Al contempo, è del tutto evidente che il genocidio degli ebrei non può apparire come un evento dello stesso valore agli occhi di un cinese o di un europeo. Se vi è una centralità di Auschwitz nelle nostre coscienze, essa è legata al fat-

8 STORIAEMEMORIA/TRAVERSO to che il genocidio ebraico rimette profondamente in questione radici e strutture delle nostre società occidentali, non al fatto che la morte in una camera a gas sia peggiore di quella provocata da una raffica di mitragliatore o dai colpi di un machete. Considerare Auschwitz come un paradigma della barbarie del Ventesimo secolo significa fame la via di accesso alle sue differenti manifestazioni, non il pretesto di una focalizzazione esclusiva. Quest'ultima è inaccettabile sia sul piano etico - perché contribuisce a mettere in ombra e dimenticare le altre vittime - sia sul piano epistemologico, perché una volta estrapolato dal suo contesto storico, anche lo sterminio ebraico risulta inintelliggibile. Non esiste infine un'assoluta unicità di Auschwitz, se non nel senso del tutto ovvio, non ancora obliterato dalla proliferazione dei serial televisivi, per cui ogni evento è dotato di una sua singolarità, la storia non si ripete sempre uguale a se stessa e ogni ripetizione presenta sempre qualche variante di rilievo. Postulare l'assoluta unicità di Auschwitz significa escludere o sottovalutare il pericolo che, sotto nuove forme, quel che è avvenuto nei campi della morte in Polonia possa ripetersi, magari su scala ancora più vasta, perché la civiltà che ha prodotto Auschwitz rimane la nostra e perché i mezzi di distruzione di cui essa oggi dispone sono infinitamente più potenti. Queste puntalizzazioni sulla nozione di singolarità non sono inutili, a mio avviso, se si pensa allo spazio crescente occupato dalla Shoah sia sul terreno della ricerca, più precisamente nell'ambito degli studi sulla seconda guerra mondiale, sia su quello della memoria, la cui preservazione e trasmissione non è più l'appannaggio esclusivo dei testimoni. Essa ha ormai da tempo valicato le frontiere delle associazioni dei reduci dei lager per divenire oggetto di una vera e propria politica delle istituzioni, attraverso i musei, le celebrazioni e l'insegnamento. Non bisogna tuttavia nascondersi che la crescente visibilità di Auschwitz nello spazio pubblico, dalle istituzioni ai mass media, non riflette sempre e ovunque il travaglio delle coscienze. Da qualche tempo si assiste a un fenomeno nuovo, che consiste fare di Auschwitz l'oggetto delle speculazioni più indegne, quelle della società dello spettacolo, in cui lo sterminio viene trasformato in merce e in bene di consumo. Qualche tempo fa mi è capitato di trovare, nelle pagine serie e rispettabili della Suddeutsche Zeitung, un inserto pubblicitario che proponeva in offerta speciale Shoah di Claude Lanzmann, i successi di Silvester Stallone e altri film dai titoli più o meno pornografici. Ecco un esempio concreto di quel che Adorno definiva la reificazione della storia attraverso l'industria culturale (un esempio sul quale meriterebbero di riflettere gli apologeti del postmodernismo). Un film come La lista di Schindle1; per esempio, non favorisce la riflessione né stimola la conoscenza del genocidio ebraico, contribuisce anzi a rimuoverle, trasformando l'evento nel catalizzatore esclusivo di una reazione emotiva. 12 Un 'altra via per neutralizzare la memoria dello sterminio, consiste nel codificarla attraverso una serie di norme giuridiche che, instaurando una verità di stato attribuiscono ai tribunali il compito di ricostruire la storia e puniscono i negazionisti con sanzioni penali trasformandoli così in vittime (è il caso della legge contro l'Auschwitz Luge in Germania e della loi Gayssot in Francia). Una volta affidato l'evento alla protezione del cinema, della televisione e dei tribunali, perché cercare di interpretarlo, capirlo, meditarlo al presente? Ma ritorniamo agli storici. Figure marginali negli anni Cinquanta e Sessanta - si veda in proposito la recente autobiografia di Raul Hilberg -, gli storici del genocidio ebraico sono oggi titolari di cattedre universitarie e dispongono spesso di veri e propri centri di ricerca Dachau l'arrivo degli alleati. FotoKeystone/Sygma/G. Neri. specializzati (negli Stati Uniti, ogni buona università possiede il suo dipartimento di Holocaust Studies). Quel che un tempo era agli occhi di tutti un evento secondario, quasi un dettaglio nel1'ambito della guerra, appare sempre più come uno dei suoi nodi centrali come un prisma, attraverso il quale viene spesso ripercorso tutto lo svolgimento del conflitto. Occorre tuttavia sottolineare che la centralità di Auschwitz nelle nostre rappresentazioni della storia della seconda guerra mondiale costituisce un fenomeno relativamente recente. La forza e la convinzione con le quali questa centralità viene oggi affermata sono direttamente proporzionali all'indifferenza con la quale lo sterminio fu accolto dai suoi contemporanei. Chi poteva pensare al dolore ebraico alla fine di un conflitto da cui nessuno è uscito indenne, in mezzo a un'Europa in rovine, dove i caduti, le vittime dei bombardamenti, i prigionieri di guerra, i deportati politici e gli sfollati sono decine di milioni? Vittorio Foa restituisce perfettamente l'atmosfera di quegli anni da lui vissuti come intellettuale resistente ed ebreo: "Tornavano i superstiti, uno su cento, dai campi di sterminio. Raccontavano e cominciavano a scrivere cose inimmaginabili sulla disumanità del potere e sull'organizzazione scientifica della morte, ma questi racconti non toccavano la nostra gioia di vivere finalmente nella pace. Non si spiega altrimenti il fatto che il libro di Primo Levi Se questo è un uomo, ha trovato difficoltà per la pubblicazione: si temeva di turbare un sollievo collettivo, col rischio di cadere nell'omertà. Ma anche i reduci, a partire da Primo Levi, erano soprattutto impegnati a ricostruirsi una vita normale a ritrovare una famiglia e un lavoro". 13 La cultura antifascista offre poco spazio alla memoria della deportazione razziale, è una cultura dominata dall'idea di progresso, da una visione positiva dell'avvenire, dal convincimento che ci si è sbarazzati, una volta per tutte, delle forze oscure della

conservazione; detto in altri termini, è una cultura più incline a celebrare la vittoria sul fascismo che a ripensare la storia dal punto di vista dei vinti. Gli intellettuali, incarnazione in molte circostanze della coscienza critica della società, riscoprono allora l'impegno civile e l'azione, ma danno anche prova di una miopia che rasenta la cecità di fronte allo sterminio ebraico. Per la cultura europea di quegli anni, Auschwitz è un evento senza qualità, di fronte al quale gli intellettuali non si sentono né interpellati né testimoni: niente a che vedere col caso Dreyfus, con la guerra civile spagnola o con la guerra del Vietnam. Nel 1945, Jean-Paul Sartre pubblica un saggio intitolato Riflessioni sulla questione ebraica in cui il genocidio è appena accennato, incidentalmente; l'antisemitismo rimane per lui quello del caso Dreyfus e della Terza Repubblica, non quello delle deportazioni e delle camere a gas. Sono convinto che l'attenzione a volte unilaterale con la quale si guarda oggi allo sterminio degli ebrei sia in larga parte il frutto di questo riconoscimento tardivo della sua portata e della sua singolarità, venuto dopo un lungo silenzio e accompagnato dalla presa di coscienza delle responsabilità del1'Occidente per un crimine che non si è saputo impedire. Il senso delle nozioni di centralità e singolarità va infine precisato in rapporto all'uso che può essere fatto della memoria di Auschwitz, un problema le cui implicazioni sul piano dell'insegnamento non hanno bisogno di essere sottolineate. A volte la singolarità del genocidio ebraico viene contestata allo scopo di relativizzare i crimini del nazismo e riabilitare il passato della Germania, rendendo così rispettabili e legittime tradizioni ideologiche e politiche che prepararono il terreno all'avvento di Hitler. È questa una tendenza pericolosa incarnata in particolare dallo storico conservatore Ernst Nolte, per il quale i crimini nazisti non sono altro che la copia di quelli staliniani, o meglio bolscevichi, matrice ultima e decisiva di tutti gli orrori del Ventesimo secolo. Hitler si sarebbe così reso colpevole di alcuni deplorevoli eccessi nel corso di una battaglia difensiva, storicamente giustificata dell'Occidente e della germanità contro la minaccia comunista. Per questo la sua "guerra civile europea" non inizia nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, ma nel 1917, al momento della Rivoluzione d'ottobre. Lo Historikerstreit risale alla metà degli anni Ottanta. A volte, invece, la singolarità di Auschwitz viene cancellata attraverso la sua problematica assimilazione alla Kolyma, nel tentativo non di banalizzare il nazismo ma di ottenere il riconoscimento, troppo a lungo negato, dei crimini dello stalinismo. Si tratta evidentemente di due forme di "relativismo storico" molto diverse. ILgulag e le camere a gas non sono la stessa cosa, ma Varlam Salamov ha perfettamente ragione nel mettere il Ventesimo secolo sotto il segno di Auschwitz e della Kolyma. Durante questi ultimi anni, il problema del rapporto di Auschwitz con le altre violenze del secolo si è posto ancora a proposito della guerra civile nell'ex Jugoslavia. Quando nelle vie di Parigi sono apparsi dei manifesti che paragonavano Hitler a Milosevic e i campi di concentramento nazisti alle violenze dei serbi, molte voci si sono levate per denunciare lo scandalo inaccettabile di una tale comparazione. Gli argomenti invocati per respingere questo parallelismo sono spesso ineccepibili agli occhi di uno storico. Non c'è dubbio infatti che, per quanto portatrici di una logica potenzialmente genocida, le pulizie etniche che hanno insanguinato la Bosnia e la Croazia sono altra cosa rispetto ad Auschwitz; quest'ultima fu il genocidio di una supposta razza inferiore, le epurazioni etniche tendevano a terrorizzare e martirizzare la popolazione civile al fine di evacuare dei territori per insediarvi degli Stati-nazione omogenei. Porre sullo stesso STORIAEMEMORIA/TRAVERSO 9 piano questi due fenomeni non contribuisce molto alla loro comprensione. E tuttavia, il vigore col quale questa polemica è stata scatenata ha suscitato in molti un senso di disagio, quasi che lo scandalo non fosse il sangue versato in Bosnia, ma l'idea stessa della comparabilità delle violenze di una guerra civile con l '"Olocausto", crimine per definizione incomparabile, incomprensibile, incomunicabile e indicibile. Con atteggiamento ben più nobile sul piano etico e politico, Marek Edelman, uno degli ultimi superstiti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, ha definito la guerra in Bosnia come una vittoria postuma di Hitler. 14 Ritroviamo qui la dicotomia descritta da Tzvetan Todorov fra la memoria letterale e la memoria esemplare. La prima è quella della vittima che si rinchiude nel dolore, ne fa uno spazio privato da difendere gelosamente contro indebite assimilazioni e continua a "vivere il suo passato senza cercare di integrarlo nel presente". 15 Nasce così una sorta di culto della Shoah, con i suoi dogmi - l'incomparabilità e l'inesplicabilità normative dell'evento - e il suo temibile guardiano, nella persona del premio Nobel della pace Elie Wiesel. La seconda è evidentemente quella di Marek Edelman e anche, per riprendere l'esempio di Todorov, quella di David Rousset, che non si è limitato a testimoniare l'orrore del nazismo, ma ha saputo usare la sua autorità morale di reduce dei campi hitleriani per denunciare la realtà, allora negata, di quelli sovietici. Si potrebbe riformulare il problema dicendo che il riconoscimento della singolarità storica di Auschwitz deve essere fatto non per giustificare una memoria unilaterale, ma piuttosto per fondare un rapporto critico nei confronti del presente, teso a mettere in luce i molteplici fili che lo collegano a un passato dal quale è scaturito l'orrore. Le derive di una memoria unilaterale non sono soltanto potenziali; le tendenze si sono già manifestate a fare di Auschwitz uno schermo deformante attraverso il quale il nostro orizzonte di visibilità della barbarie del Ventesimo secolo risulta non allargato ma alquanto ridotto. Cercherò di essere più chiaro facendo alcuni esempi concreti. Il Museo dell'Olocausto di Washington è senza dubbio, come molto critici hanno sottolineato, estremamente ricco sul piano della documentazione, chiaro e didattico nella sua concezione espositiva. Suscita tuttavia qualche perplessità il fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di creare questo museo e non piuttosto un museo del genocidio degli indiani o della deportazione degli schiavi neri dall'Africa, due eventi fondatori della nazione americana. Il dubbio che si tratti di una memoria unilaterale orientata dalle istituzioni appare ancora più fondato se si pensa che l' inaugurazione di questo Museo dell'Olocausto ha praticamente coinciso con l'avvio delle celebrazioni per l'anniversario della fine della seconda guerra mondiale, durante le quali la stampa si è caratterizzata, salvo poche eccezioni, per i suoi elogi della bomba atomica su Hiroshima. Il Ministero delle poste ha persino pubblicato dei francobolli in cui il fungo atomico era presentato come un simbolo di pace, prudentemente tolti dalla circolazione in seguito alle proteste giapponesi. In Francia, le associazioni degli ex deportati ebrei sono finalmente riuscite, nel 1993, dopo molte battaglie, a ottenere che il 16 luglio, anniversario del terribile rastrellamento del Vel' d 'Hiv', sia dichiarato "Giornata nazionale commemorativa delle persecuzioni razziste e antisemite". Ancora lungo è il cammino perché si giunga a decretare una giornata di lutto nazionale per i crimini del colonialismo francese. Oradour-sur-Glane, una specie di Marzabotto francese, il villaggio dove le SS trucidarono nel 1944 quasi l'intera popolazione (642 persone), rimane comprensibimente una ferita aperta nella memoria della nazione.

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