Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

stesso punto in cui si è arrestato anche il Filologo Innamorato, cioè colui che sa da dove debba cominciare il rispetto per il riserbo di cui un amico poeta ha circondato la propria opera: "Pace forse è davvero la tua/ e gli occhi che noi richiudemmo/ per sempre ora riaperti/ stupiscono/ che ancora per noi/ tu muoia un poco ogni anno/ in questo giorno". Domenico Scarpa Aldo Nove Woobinda e altre storie senza lieto fine Castelvecchi 1996, pp. 138, Lire 14.000 La somministrazione di Woobinda è consigliata ai soggetti che siano disponibili, in contesti di gruppo, a confrontare liberamente le proprie peggiori fantasie o pulsioni di natura adolescenziale. Modiche dosi provocheranno subitanei e riprovevoli effetti di ilarità generale. Meno indicata l'applicazione di un lettore ottico isolato, che quasi inevitabilmente indurrà a considerazioni più scettiche, poco in linea con lo sberleffo metodico praticato dall'autore. Un tempo la gioventù era un valore positivo esaltato dal mondo produttivo per convincerci a bere acqua Fiuggi, a mangiare il cornetto Algida, a incontrarci sulle spiagge a bordo di Seat o di Dyane; dopo tanti, tanti anni se ne accorse anche l'editoria (che per definizione arriva sempre in ritardo), e cercò di creare una narrativa di giovani del disagio: gli altri libertini uscirono dal gruppo e caddero tutti giù per terra, con o senza mutande, pantaloni, iguana, orsacchiotti, e chi più ne 6 ha più ne metta. Presto, il mercato apparve saturo. Panico. Satira. INBREVE 77 La satira presenta le cose in maniera tale da apparire immorale e diseducativa. Ma sa agire con furbizia. In questi quaranta raccontini i protagonisti (sempre diversi anche se membri di una grande famiglia) praticano atti impuri, descritti con parole estranee alle norme della civil conversazione. A ogni prevaricatore corrisponde una vittima. Chi parla - quasi immancabilmente in prima persona - gode nell'esibire i propri acquisti, nel contemplare le proprie secrezioni, nel pr9clamare la propria fedeltà a un sistema astrologico-televisivo. Se la realtà è volgare, violenta, menefreghista, Aldo Nove le farà il verso trasmettendo un carosello di spot atroci e granguignoleschi, osservando i quali anche gli opinionisti dal palato più delicato avranno modo di riflettere, posti di fronte al cinismo che suppura dal tubo catodico della nostra cara quotidianità. Si ride freddo, in un Luna Park degli orrori. Ma lo spettacolo (sia pure di cartapesta) è garantito; c'è varietà di situazioni e sboccata scioltezza di linguaggio. Il narcisismo ossessivo e stupidino degli scrittori imberbi è frantumato in numerose schegge. "Ma allora non è una cosa seria". Infatti. Però la cura con cui sono stati disposti sull'amo gli stimoli primordiali tradisce la presenza di un cronista lungimirante, persino critico e desolato. Martino Marazzi Zoé Valdés Il nulla quotidiano trad. di Barbara Bertoni Zanzibar, pp. 162, Lire 18.000 Il nulla quotidiano è il secondo, ottimo romanzo di Zoé Valdés, cubana, trentaseienne. Zoé è anche Patria, la protagonista della sua breve storia, che, pur essendo figlia della rivoluzione, di quel nome non ne vuole sapere, e si ribattezza Yocandra. Con grande disappunto del padre, Yocandra nasce due minuti dopo il primo maggio del 1959, quasi per strada, quando durante un comizio, il Che stende la bandiera cubana sul ventre della madre. Con la sua nascita eroica inizia anche il vero e proprio nulla quotidiano a Cuba, un paese tuttora sospeso tra la definizione di perla delle Antille e luogo di confino, il cui mare è simbolo di vita e speranza e al tempo stesso di morte e disperazione, dove gli slogan nazionalistici- come gli orishas africani - fanno ancora parte della tradizione. Una nazione disastrata il cui sistema economico si regge sul baratto, corrotta e confusa come tanti altri paesi latinoamericani; in sintesi, citando l'autrice, "un'isola che, volendo costruire il paradiso, aveva creato l'inferno". Per Yocandra è difficile, in queste condizioni, dare un senso alla vita, trovare soddisfazione nei gesti quotidiani. Il padre urla "Tiratemi fuori di qua!" dall'esterno di un manicomio, la madre straparla aspettando invano la vendetta dello scultore di cui avevano abitato la casa, i suoi grandi amori, il Traditore e il Nichilista, sono due esseri inutili e L'Avana è una città-bara o città-laboratorio. Questo libro potrà essere molto utile all'annoso dibattito sulla qualità della vita a Cuba, inserirsi tra i sostenitori del "dopotutto stanno bene" e quelli del "sono messi proprio male". L'isola descritta dalla Valdés, in ogni modo, somiglia molto a quella mostrata dal regista T.G. Alea (Fragola e cioccolato, Guantanamera), grottesca, ridicola e disperata; nonostante il ritmo caraibico della prosa e l'umorismo che l'accompagna, i sentimenti di rabbia e disincanto che caratterizzano la storia sono viscerali. Se non fosse per il ricorrere di titoli di film recenti che riportano il pensiero ali' attualità, la sensazione sarebbe quella di leggere di un paese di cinquant'anni fa, mentre è la Cuba odierna che Zoé Valdés, esule nostalgica, ci racconta da Parigi. Leonardo Dehò

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