76 INBREVE Sherman Alexie Reservation Blues trad. di Francesco Saba Sardi Frassinelli 1996, pp. 319, Lire 26.000 Thomas ha contratto una malattia nel1'utero della madre che lo obbliga a raccontare storie. De!le storie ha senz'altro bisogno per riempirsi lo stomaco e per guarire le ferite, anche se in cuor suo sa che le storie non hanno guarito mai niente. Ciò nonostante le ripete in continuazione, le racconta ai pini perché nessuno lo ascolta e, a poco a poco, le parole scivolano nei sogni degli altri indiani, entrano nei vestiti come sabbia, restano appiccicate addosso e tra i capelli come fumo. Con un gruppo di amici Thomas decide di fondare una band e, grazie a una chitarra magica che suona "come vetro spezzato in distanza", si sforza di salvare il suo piccolo paese nonché se stesso da povertà, suicidio, alcolismo e dalle conseguenze delle miniere di uranio - i prezzi da pagare se si vive nella riserva spokane tirando a campare con le magre razioni del governo statunitense. I Coyote Springs riescono a creare una musica capace di urtare contro l'Orsa Maggiore e di rimbalzare sulla luna piena, una musica che spaventa a morte e nel contempo entusiasma i bianchi che ascoltano la band nelle bettole dove si esibisce: una musica tribale che cinque secoli prima avrebbe potuto scacciare i Padri Pellegrini. Ma qualora fosse successo, ci rassicura Thomas, gli indiani avrebbero di certo "adottato gli antenati di qualche bianco, come i quadribisnonni di Janis Joplin", per esempio, e gli avrebbero permesso di restare in America. I blues di Thomas e dei suoi amici suscitano ricordi, illuminano strade nuove, smuovono generazioni di rabbia e di dolore, ricordano a tutti che certe volte il guerriero indiano riesce a pitturarsi solo mezza faccia perché l'altra piange. Ma se un ragazzo si può portare via dalla riserva, non si può portare via la riserva al ragazzo: i Coyote Springs sono condannati a tenersi questo marchio addosso. Una band di rock e blues tutta indiana non ha vita facile a Seattle e negli studi di registrazione di Manhattan e ai suoi componenti, assieme alla chitarra volata in mille pezzi e ai vetri dei suoi suoni, non resta che raccogliere anche i cocci taglienti di un sogno andato in frantumi. Thomas e la sua compagna decidono così di lasciare la riserva, e il loro viaggio sarà accompagnato da ombre che ben presto assumeranno le sembianze di cavalli: i nove milioni di cavalli della storia indiana massacrati assieme ai loro cavalieri. Ma i cavalli-ombra che corrono accanto al furgoncino azzurro di Thomas intoneranno il canto che celebra chi è sopravvissuto. Chi aspettava al varco del suo primo romanzo questo singolare e sensibile cantastorie indiano, si accomodi: quando chiuderà il libro, sentirà riecheggiare a lungo dentro di sé i blues della riserva spokane. Franca Cavagnoli Antonia Pozzi, Vittorio Sereni La giovinezza che non trova scampo. Poesie e lettere degli Anni Trenta a cura di Alessandra Cenni Libri Scheiwiller, Milano 1995, pp. 119, Lire 18.000 Tra i personaggi più belli che ci abbia regalato il nostro secolo letterario vi è certamente Filologo Innamorato: vale a dire quello studioso che, munito dei più acuminati utensili critici, si piega ad adoperarli amorosamente sulle opere di uno scrittore con il quale ha avuto una consuetudine di vita e di affetti. Gli esempi che vengono subito in mente sono Gianfranco Contini per Montale e il recentissimo, stupendo, Dante Isella per Vittorio Sereni. Non che il filologo faccia trasparire l'amore nel corpo del suo lavoro: è il lettore piuttosto a ricavare un sovrappiù di godimento estetico dal fatto stesso di sapere che quel rapporto tra Filologo e Poeta vi è stato - magari, come nel caso di Montale, con il poeta ancora vivente e reticente oracolo della sua stessa opera. Ma è sulla figura del critico innamorato che bisogna pur ritornare: per delinearla come merita e per spiegare innanzitutto che il critico innamorato non è un critico cieco, o dolciastro, o connivente con l'autore-sodale. Basti pensare che il critico innamorato per eccellenza è stato Giacomo Debenedetti, il quale propugnava e praticava una critica antagonista, soprattutto nei confronti di coloro che, come Saba, gli erano pressoché consanguinei. Questa premessa per dire che da una costola del lavoro svolto su Sereni, e per merito di un'altra amorosa filologa -1 'Alessandra Cenni che insieme con Onorina Dino ha curato sette anni fa la pubblicazione di Parole, l'opera poetica completa di Antonia Pozzi - esce oggi questo libretto che è molto più che il documento di un'amicizia tra due grandi poeti del nostro tempo. Milano, anni dal 1933 al 1938: Antonia Pozzi e Vittorio Sereni, ventun anni lei, venti lui, "camminano per le stesse strade, si pongono in ascolto delle stesse voci", voci sempre sul punto di essere soverchiate dal frastuono di un tempo plumbeo e violento. Studiano con Antonio Banfi, leggono Eliot e Montale, pubblicano i primi articoli, condividono caffè letterari, serate, amicizie e confidenze totali. Ci guardano da queste pagine con sguardi in bianco e nero e sorrisi timidi sotto golfini bianchissimi e cravatte inappuntabili e grezze racchette da tennis da giardino dei Finzi-Contini. Con un aggettivo che ebbe molta fortuna a quel1'epoca si sarebbe tentati di definirli "umbratili", anime in cerca di dimora che interrogano Rilke, Kafka e Dostoevskij e si arrovellano sul conflitto Arte-Vita, respirato più che letto nelle pagine del Tonio Kroger di Thomas Mann. Sembrerebbe un quadretto di vita provinciale - pur in una metropoli europea - in un tempo provinciale anch'esso, rassicurante a dispetto di tutti i suoi fremiti interiori, se non fosse che... Se non fosse che il 3 dicembre del 1938 Antonia Pozzi si uccide in "quella periferia di Milano, verso Chiaravalle, livida e sconfinata, come un nebbioso accesso ali' Averno". E se non fosse che il suo "fratello d'elezione" Vittorio Sereni diventerà uno dei massimi poeti del nostro secolo. Allora si risfogliano le pagine, si rileggono queste loro poesie giovanili, si ripercorrono queste poche intensissime lettere in cerca di un presagio di grandezza o di morte, del montaliano "anello che non tiene". E ci si accorge infine di dovercisi fermare allo
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