VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 75 12) F. Memissi, op.cit., p.60. 13) F. Memissi, op.cit., p. 170. 14) F. Mernissi, op.cit., p. 105. 15) F. Mernissi, op.cit., p. 108. EVACONTRO EWA L'ESILIODIEVAHOFFMAN Paola Splendore Lo straniero, per Julia Kristeva, ha la tendenza a pensare di essere il solo ad avere una biografia, una vita fatta di prove, di brusche rotture, di adattamenti e astuzie. Per questo chi si trova nella condizione di straniero o di esiliato sente più di altri il bisogno di raccontarsi, come a sconfiggere l'ansia di perdere il proprio passato e a recuperare, almeno sulla pagina, una parte di sé diventata lontana, aliena. Raccontare la propria vita diventa così un modo come un altro per legittimare la propria presenza nel nuovo paese senza negare del tutto lo straniero dentro di sé. Nell'autobiografia di Eva Hoffman, Come si dice (Donzelli 1996, traduzione di Maria Baiocchi), un soggetto continuamente sdoppiato tra un prima e un poi, ripercorre le tappe della propria vicenda biografica, che per quanto breve - l'autrice è nata nel 1945 - è emblematica di una generazione di ebrei polacchi, emigrati nel secondo dopoguerra verso il "nuovo mondo" e una nuova vita. Molti sceglieranno Israele, altri, quasi per caso, il Canada, ugualmente mossi dalla speranza di guadagnarsi un senso del futuro. Le tappe principali del viaggio di Eva Hoffman - Cracovia, Vancouver, New York - corrispondono a spostamenti geografici, ma soprattutto alle fasi di una mutazione, quella che farà di Ewa la bambina polacca ("la piccola bambina polacca") una intellettuale newyorkese. Nelle tre sezioni del libro - il paradiso, l'esilio e il nuovo mondo - il racconto scorre attraverso ricordi e impressioni, resi con l'intensità di scene epifaniche, come quella della nave che nella prima pagina si allontana verso il Canada, segnando in maniera netta la frattura con il paese di origine. La nostalgia, in polacco tesknota, è la nota dominante della prima parte, nostalgia che rivela ali 'autrice, assieme alla paura di poterne essere sopraffatta, tutta una nuova "geografia" di emozioni, mai prima conosciute, che le danno insieme il presagio e il senso del!' assenza. Il tempo presente della narrazione enfatizza lo sdoppiamento dell'io narrante, che mentre registra la memoria del passato, cerca di estirparlo da sé come un ingombro doloroso: "Non posso voltarmi indietro e non so come guardare avanti. In tutte e due le direzioni potrei imbattermi nel volto di Medusa, già mi sento addosso il rischio di essere trasformata in pietra. E intanto sono bloccata tra due mondi e il tempo si è bloccato insieme a me ... come per una condanna, esisto nella stasi di un perpetuo presente ... non so gettare un ponte fra presente e passato" (pag. 134). Per la bambina cresciuta fino a tredici anni nel! 'austerità di un regime socialista, l'esperienza del Canada è sconvolgente, e non solo per l'offerta di tanti oggetti desiderabili, per la vastità impensata delle case e delle strade, ma soprattutto per i comportamenti dei suoi coetanei, che le appaiono vuoti e conformisti. Gli spettacoli televisivi, i party, il petting in automobile, i drive-in - tutto le appare volgare e insulso; nessuno con cui poter condividere la sua passione per la musica e le ambizioni intellettuali. Persino il paesaggio la respinge - l'enormità delle Montagne Rocciose le ferisce gli occhi e l'anima e lei rifiuta di farne parte. È qui che nasce la scissione di Eva, che pur disprezzando la cultura del paese ospite e tentando a suo modo di resistervi, si impone, per necessità di sopravvivenza, una dura disciplina di "perfezionamento" e di acculturazione, che passa soprattutto attraverso l'açquisizione della lingua. Presto Eva si trova a dover scegliere "una" identità tra le opzioni che l'America, terra delle molteplicità, le offre: diventare musicista o andare ali 'Università e "costruirsi" come intellettuale. Qualcuno le spiega che in America "si è quello che si ritiene di essere. Nessuno ti assegna un 'identità qui, ti devi reinventare ogni giorno" (pag. 182). Basta sapere quello che si vuole ed essere sempre più bravi degli altri. Con una borsa di studio Eva va a Huston e poi a Yale, approdando infine alla redazione del "New York Times". La sua è la storia di un successo all'americana, di un'acculturazione riuscita. Non è questo tuttavia il motivo principale di interesse del libro. Le storie di esilio si somigliano un po' tutte nei sentimenti che descrivono di dislocazione, estraneità, emarginazione. Come si dice esprime uno straordinario livello di autoconsapevolezza. Eva Hoffman riflette sul proprio processo di "mimetizzazione" con la lucidità di chi osserva un'altra persona, dando voce a qualcosa che per la maggior parte dei casi resta inarticolato. L'aspetto più interessante di questa riflessione è nella scoperta dell'interdipendenza tra linguaggio e identità. Superando lo spaesamento della propria confusione verbale, Hoffman riesce a narrare una storia in cui la consapevolezza del successo è data proprio dalla capacità con cui è riuscita ad annullare la straniera in lei ("Voglio smetterla di fare la straniera", pag. 230), a diventare una "di loro", senza cancellare la sofferenza per ciò che è andato perduto. La scrittura, spesso in bilico tra saggio e racconto, alterna pagine di grande intensità emotiva all'analisi, informata dalle teorie strutturaliste e psicoanalitiche, dei disagi dell'esilio e del bilinguismo. Il titolo originale del!' opera, Lost in Traslation, allude propriamente alla perdita implicita in ogni processo di translazione culturale, di traduzione. Giocando su un uso particolare del termine, Hoffman ritiene che per curare il proprio malessere le sia necessaria una terapia di traduzione: "la cura della parola, la cura della seconda lingua", (pag. 307); ripercorrere la propria storia in inglese le permetterà di conciliare le voci che le parlano dentro. La traduzione italiana di Maria Baiocchi ha saputo, d'intesa con il complesso linguaggio dell'opera, alternare vari registri pur lasciando integra la fluidità del romanzo.
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