Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

74 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE Quanto al padre e allo zio di Fatima, entrambi colti e modernisti, vedevano nella vita in comune dell'harem una "protezione" per le donne vedove, divorziate o sole: il fatto che queste potessero venire normalmente accolte nella famiglia allargata "era una delle tradizioni per cui mio padre si preoccupava ogni volta che qualcuno attaccava l'istituzione dell'harem. 'Dove andrebbero le donne in difficoltà?', era solito dire". 10 Certo è che, nel testo della Mernissi, il lettore non troverà una definizione univoca dell'harem, così com 'è spesso abituato a trovare e - in genere - a ricercare. Per tutta la durata della narrazione, la piccola Fatima e il suo cuginetto Samìr si sforzano di trovarne una, e pongono agli adulti mille domande a tale riguardo, ottenendone svariate risposte. Del resto, quale differenza fra il loro proprio harem in città e quello della nonna materna in campagna! Quando, una volta all'anno, andava a trascorrere alcuni giorni nella fattoria della nonna, Fatima racconta che, le prime notti, non riusciva a prender sonno: "I confini non erano abbastanza definiti. Non si vedevano da nessuna parte dei portoni chiusi, ma solo campi aperti, piatti e sconfinati, dove i fiori crescevano e gli animali pascolavano in pace. (...) Come potevo andarmene in giro in aperta campagna senza essere aggredita?". 11Ma anche in questa fattoria dove le nove mogli di suo nonno si raccontavano le proprie storie e ne inventavano continuamente di nuove, si sostenevano continuamente l'una con l'altra e realizzavano un giocoso harem "all'aria aperta", le norme da osservare mantenevano per le donne tutto il loro rigore: il principio di tenerle lontane dagli sguardi degli uomini, rimaneva. Cambiava solo il fatto che in campagna era molto raro, uscendo nei campi, incontrare un uomo estraneo, e dunque le donne andavano e venivano tranquillamente dalla casa, senza timore che uno sguardo maschile potesse posarsi su di loro e compromettere l'onore della loro famiglia. Ma le qà' ida, le "regole", esistevano, ed erano le stesse: "Le mura non sono indispensabili per fare un harem. Una volta che si sa che cosa è proibito, l'harem è qualcosa che ci si porta dentro. Ce l'hai nella testa, scolpito sotto la fronte e sotto la pelle - diceva la nonna. (...) Questa faccenda di andarsene in giro con un confine dentro la testa mi disturbava, e con discrezione mi portai la mano alla fronte per assicurarmi che fosse bella liscia, tanto per vedere se casomai io potevo essere libera dall 'harem". 12 Città e campagna: due modi diversi, per la stessa alta borghesia marocchina cui entrambi gli harem appartengono, di vivere la reclusione. Storie dell'harem. Storie degli harem. Ma la reclusione delle donne e la vita in un harem non riguardava certo tutte le donne del Marocco di quell'epoca, dove gli harem "patriarcali" si mantenevano soltanto in alcune, particolari situazioni. Nel testo della Mernissi, emergono altre storie di famiglie e di donne che, rispetto alle donne musulmane, si è spesso portati a immaginare. Realtà che non appare statica non solo ali' interno della stessa Fez, ma anche nello stesso ceto sociale della Mernissi. Così, l'autrice ci informa che la loro vicina di casa, la signora Bennis, "era una tunisina di origine turche, e pertanto estremamente pericolosa. Era una che metteva in pratica le idee rivoluzionarie di Kemàl Atatiirk, guidava a capo scoperto la nera Oldsmobile di suo marito, e portava i capelli tinti color biondo platino con un taglio alla Greta Garbo". 13Del resto, nella stessa famiglia Mernissi, c'erano altri fratelli che avevano lasciato la grande casa e la vita in comune, senza per questo costituire altri harem. Anch'essi monogami, avevano scelto di vivere con moglie e figli in una famiglia più ristretta, dove marito e moglie potessero godere di maggiore autonomia. Insomma, una pluralità di situazioni, di comportamenti e di analisi, quella che traspare dalla lettura di questo testo che, negli anni in cui si svolge l'infanzia della Mernissi, si trova immersa nel sostanziale dualismo fra il taqlid, la "tradizione", e la 'asrìa, o "modernità". Erano anni, lo abbiamo detto, movimentati; come quelli che caratterizzano ogni periodo di transizione. E che il mondo arabo-islamico stesse allora attraversando, anche in materia di condizione femminile, un siffatto periodo, è fatto noto. Erano anni di grandi speranze, per le donne in Marocco, dove la borghesia urbana iniziava a sostenere la necessità, per le bambine, di frequentare il sistema scolastico, e alcune donne cominciavano a farsi avanti nella vita pubblica. Un bel giorno del 1947, la stessa figlia del re, Làlla A'isha, si mostrò in pubblico senza velo. La terrazza proibita termina in questi stessi anni, con queste stesse speranze. Certo, nel Marocco degli anni '40, erano assai poche le donne che vivevano in un harem simile a quello dei Mernissi, dove la bellezza dei marmi e la ricchezza dei tappeti, la vivacità di un ambiente borghese ancorato alla cultura arabo-islamica e al tempo stesso recettivo nei confronti di quella francese, insomma, gli agi di una classe assai privilegiata nei confronti del resto della popolazione, rendono certamente non-generalizzabili all'intera società araba (o anche solo marocchina) le situazioni descritte. Tuttavia è proprio in simili ambienti che i fermenti nazionalisti e modernizzanti presero a diffondersi fra gli arabi, ed è da questi ambienti che provengono molte delle donne che, specializzatesi come la Mernissi nelle migliori scuole arabe e occidentali, insegnano ora nelle Università dei propri paesi. E che ci raccontano di come, da bambine, sognavano di "parlare di come ci si sente ad essere una donna intossicata dai sogni, in una terra che stritola sogni e sognatori",14promettendo a se stesse: "Cesellerò parole che daranno corpo ai sogni e renderanno vane le frontiere".' 5 Note 1) Le sultane dimenticate, cit., Prefazione di B. Scarcia Amoretti, p. 10. 2) Il che non impediva comunque a cristiani ed ebrei di vivere a stretto contatto con dei musulmani nelle società rette da governi islamici: pur soggetti a statuti particolari (versamenti di speciali tributi, in alcuni periodi esclusione da alcuni ruoli pubblici ecc.), com'è noto, essi erano infatti considerati "protetti" dalle normative islamiche. 3) F. Memissi, La terrazza proibita, Giunti, Firenze, 1996, p. 3. 4) F. Mernissi, op.cit., p. 4. 5) F. Mernissi, op.cit., pp. 96-97. 6) F. Mernissi, op.cit., p. 166. 7) F. Mernissi, op.cit., pp. 21-22. 8) F. Mernissi, op.cit., p. 39. 9) F. Mernissi, op.cii., p. 41. 10) F. Mernissi, op.cii., pp. 17- I8. 11) F. Mernissi, op.cit., p. 25.

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