Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

VEDEREL, EGGEREA,SCOLTARE -":. 73 Fatima Mernissi. ampie finestre, i loro grandi viali, le loro automobili, il loro abbigliamento - insomma, il loro stile di vita - si mischiavano alle tradizionali case marocchine che prendevano luce dai cortili interni, agli stretti viottoli della medìna, al modo di vestire e di vivere delle popolazioni locali. Già nell'ultimo quarto del XIX secolo, i territori sotto governo islamico del Mediterraneo avevano conosciuto fermenti di "rinnovamento" (islàh) che, sorti nelle capitali ottomane di Istambul, del Cairo e di Damasco, al principio del nuovo secolo si erano andati sviluppando in senso nazionalista, soprattutto nella Turchia di Kemàl Atatiirk. I nuovi mezzi di comunicazione diffondevano ora facilmente in tutte le città del mondo arabo le notizie e le idee che provenivano da quelsti paesi: anche in Marocco, dove - sottolinea la Mernissi - un tipo di società particolarmente tradizionalista rendeva più difficile che altrove l'elaborazione di nuovi modi di comportamento. Ora la presenza delle potenze europee non faceva altro che alimentare la volontà di rinnovamento (e di indipendenza) dell'intellighenzia e delle élites locali. E uno dei primi punti in cui le società arabe andavano rinnovate, non v'era dubbio, riguardava la situazione della donna. Il discorso sulla necessità di una certa qual emancipazione femminile non era affatto nuovo, fra gli intellettuali arabi della prima metà del secolo, e nel suo testo la Mernissi fa più volte riferimento agli scritti estremamente innovatori dell'egiziano Qàsim Amìn: Tahrìr al-mar' a ("La liberazione della donna"), del 1889, e Al-mar' a al-jadìda ("La nuova donna"),del 1901. Ma il fatto "nuovo" era che molte delle donne stesse - almeno quelle che abitavano in città e vivevano in un ambiente "colto", ovvero borghese - iniziavano ora a sentirsi strette nella morsa della tradizione, e a voler avere un ruolo attivo nella vita pubblica del proprio paese. In Egitto un donna, Hundà Sha'- rawì, aveva guidato la marcia contro gli inglesi del 1919, e pur se nel Marocco di vent'anni dopo esperienze di questo genere appaiono ancora lontane, le protagoniste di La terrazza proibita si permettono di sognare una vita diversa. Se non per loro stesse, almeno per le loro figlie: "I tempi si vanno facendo migliori per le donne ora, figlia mia - mi diceva sempre mia madre. Tu e tua sorella receverete una buona istruzione, camminerete libere per strada e scoprirete il mondo. Voglio che lavostra vita sia una cascata di gioia e di letizia. Felicità al cento per cento. Né più né meno". 5 Ma torniamo alla famiglia Mernissi: la loro casa era molto grande, disposta intorno a un cortile interno con una fontana di marmo bianco e circondato da un colonnato ad archi su cui si affacciavano ampi saloni e diverse stanze disposte su due piani; e aveva due terrazze. L'accesso a quella più alta, che comportava un complicato sistema basato su una scala alquanto instabile, era vietato, perché pericoloso. Così, "andare in terrazza" significava già di per sé compiere una trasgressione. E quando - di nascosto, quindi - gli abitanti della casa vi salivano, vi compivano spesso altre più gravi infrazioni. I bambini si divertivano a giocare con le giare delle olive, i ragazzi e le ragazze si scambiavano "sguardi d'amore" con i loro coetanei del vicinato. Per le donne, la "terrazza proibita" diventava un ricettacolo dei propri sogni, ed esse vi salivano per masticare chewing-gum, dipingersi le unghie con lo smalto rosso, fumare sigarette, "progettare fughe nel mondo esterno per partecipare ai raduni dei nazionalisti". 6 Ma "terrazza proibita" era, per le donne, anche quella più bassa, perché da qui, con un po' di agilità, si poteva saltare sulla terrazza vicina, e calarsi in strada. Uscire - sì! - e, così facendo, oltrepassare il più drastico dei hudùd imposti dalla vita dell'harem cittadino: il confine del portone di casa. Questo, infatti, era costantemente sorvegliato da un incorruttibile portinaio, e le donne potevano oltrepassarlo solo quando, per andare al bagno pubblico, in occasione di alcune feste religiose o per una scampagnata di tutta la famiglia, i due capofamiglia davano loro il permesso. Il portone sempre chiuso serviva "a tener separato l'harem delle donne dalla strada in cui camminavano uomini estranei. (Da questa separazione, ci veniva detto, dipendevano l'onore e il prestigio dello zio e di papà)". 7 Sull'harem come istituzione, i pareri delle protagoniste erano discordi: la nonna e la zia di Fatima erano a favore, perché "se le donne non fossero separate dagli uomini, la società si fermerebbe e nessuno lavorerebbe più. 'Se le donne fossero libere di andarsene per la strada - diceva la nonna - gli uomini smetterebbero di lavorare perché vorrebbero divertirsi"'. 8 Sua madre, invece, insieme alla giovane cugina, viveva la reclusione nell'harem come un'inutile quanto ingiusta oppressione: "Mia cara suocera - diceva - i francesi non rinchiudono le loro mogli fra quattro mura. Le lasciano andare libere al sùq (il mercato), tutti si divertono,e il lavoro va avanti lo stesso. Va avanti così bene che i francesi si possono permettere di equipaggiare dei forti eserciti e venire qui a spararci addosso". 9

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