72 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE , LATERRAZZAPROIBITA LESTORIEDELL'HAREM DIFATIMAMERNISSI Claudia Maria Tresso Esce in questi giorni presso l'editore Giunti, nella collana Astrea, e per la traduzione di Rosa Rita d 'Acquarita, la prima opera narrativa di Fatima Mernissi: la terrazza proibita. Storie del 'harem (trad. Rosa Rita d' Acquarica). L'autrice, docente di sociologia ali 'Università Muhammad V di Rabat, consulente dell'UNESCO, membro del Consiglio universitario delle Nazioni Unite, gode di una vasta fama internazionale per i suoi numerosi saggi sulla condizione femminile nell'islam - alcuni dei quali sono noti al pubblico italiano grazie alle case editrici ECIG (Donne del Profeta. la condizione femminile nel 'islam, Genova, 1992), Marietti (le sultane dimenticate. Donne capi di Stato nel 'islam, Genova, 1992) e Sonda (Charazad non è marocchina, Torino, 1993). In questi testi (e in altri non tradotti in italiano, fra i quali vanno segnalati Sexe, idéologie et islam, Tiers, Paris, 1983 e la peur modernité. Conflit islam démocratie, Albin Miche!, Paris, 1992) la Mernissi si è sempre per così dire "mossa" nel campo del suo lavoro di studiosa, e più specificamente di sociologia, offrendo ai lettori un approccio alle società islamiche (arabe, soprattutto) che ai più è sicuramente apparso "nuovo". "Nuovo" non solo perché, nella sua lettura della storia, i protagonisti sono sempre state le donne, ma anche perché è attraverso lo sguardo delle donne che la Mernissi propone tale lettura. "Nella produzione di F. Mernissi non si tratta, se non con qualche eccezione, di women's studies sulla questione femminile nel Marocco musulmano, o più in generale nel mondo islamico. Si tratta piuttosto dell'assunzione di un punto di vista, quello della donna, a partire dal quale problematiche sociali, vicende storiche o altro, vengono indagate".' In la terrazza proibita, la Mernissi racconta invece per la prima volta la storia della sua vita: di quel pezzo della sua vita, l'infanzia, che ha trascorso in un harem di Fez. E com'è sua abitudine, con gli occhi delle protagoniste - dunque, questa volta, anche con i suoi stessi occhi - racconta la storia. O meglio, le storie. Storie del 'harem, dice il sottotitolo. Quando sente queste parole, il lettore occidentale si ritrova probabilmente a pensare agli harem rappresentati sulle tele di artisti come Ingres o Delacroix (quelli dei sultani ottomani, tanto per intenderci) a uno stuolo di mogli e concubineche se ne stanno lì buone buone ad aspettare il loro turno per soddisfare i desideri di un unico uomo - il quale le "possiede" né più né meno come degli oggetti: degli oggetti senza volontà, degli oggetti per il suo piacere. O ancora, gli possono forse venire in mente certi tremendi racconti di donne tenute segregate che, denunciando episodi effettivamente avvenuti, tendono a presentarli come una prassi sociale comunemente diffusa presso gli arabi in genere (un po' come, leggendo opere tipo Padre padrone, alcuni stranieri poco avvezzi dell'Italia possono ritenere che segregare i figli in impervie zone di pastura, in balìa delle faide locali, possa essere prassi diffusa nel nostro paese!). Nulla di tutto questo, invece, nelle Storie del 'harem che racconta la Mernissi. L'harem della sua infanzia è un harem di tipo patriarcale, quello di una grande famiglia musulmana alto-borghese che, negli anni '40 del nostro secolo, vive in una splendida casa della medìna, la citta "storica", di Fez. Ci sono due fratelli (il padre e lo zio dell'autrice), entrambi monogami, con le loro mogli e i rispettivi figli, l'anziana nonna, un certo numero di donne della famiglia rimaste sole perché vedove o divorziate, una serie di bambini e di ragazzi, alcuni domestici. Una quarantina di persone in tutto, che vivono insieme - e anche qualcosa di più, perché, non potendo uscire se non in rarissime occasioni, le donne si ritrovano sempre l'una accanto ali' altre nella casa. A volte complici e sorelle, a volte in conflitto, ognuna con un suo modo di interpretare e valutare la propria vita nell'harem. Storie del 'harem, certo, ma anche storie dall'harem, sguardo di donne recluse su un mondo esterno che nell'harem filtra continuamente: attraverso le canzoni, i sogni, le fiabe e i desideri di ognuna di loro. Storie dell'harem Mernissi che si intrecciano, rincorrendosi, a quelle di personaggi del presente e del passato: di fronte agli occhi di Fatima bambina, che avrà dieci anni al termine della narrazione. Il testo si apre con una collocazione temporale: "Venni al mondo nel 1940...". Erano anni movimentati, quelli, per il mondo arabo in generale - e per il Marocco in particolare. L'incontro/scontro con l'Occidente, e tutto ciò che questo implicava a livello non solo politico ed economico, ma anche sociale, minava la sicurezza dei hudùd, delle "frontiere" che avevano fino allora garantito la stabilità del sistema politico e sociale in terra d'islam. E proprio l'instabilità dei hudùd emerge, fin dalle primissime pagine, come il filo-conduttore del testo della Mernissi. Secondo la tradizione islamica, due frontiere erano assolutamente invalicabili; quella che separava i territori a governo islamico (che costituivano la dàr al-islam, "la casa dell'islam") dagli "altri" (che venivano detti della dàr alharb, "la casa della guerra"),2 e quella che separava la vita degli uomini da quella delle donne. Per gli arabi del nord-Africa, gli "altri" erano gli europei, ovvero i "cristiani" che abitavano sulle opposte sponde del Mediterraneo e che ora iniziavano a non rispettare più i loro confini. Proprio come le donne: "Al tempo in cui nacqui, si era in pieno caos, perché né donne né cristiani volevano saperne di accettare confini". 3 Gli eserciti spagnoli e francesi, infatti, avevano invaso il Marocco e se l'erano spartito a metà. Avevano oltrepassato le loro frontiere e avevano imposto ai marocchini un confine che divideva in due il paese: il nord sotto il controllo dei primi, il sud sotto quello dei secondi. Un confine nuovo e sconosciuto, un "linea invisibile nella testa dei guerrieri".4E a Fez, i francesi avevano iniziato a costruire una loro Ville nouvelle che sconfinava nella medìna, vero e proprio "cuore" della città islamica imperiale. Così le loro abitazioni con cortili esterni e
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==