VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 71 due modi speculari di distruzione: per omogeneizzazione o per reciproco rigetto. Omogeneizzazione e rigetto sono due opposte alternative. Riguardano piuttosto due differenti livelli della cultura. A una omogeneizzazione superficiale (le stesse fogge del vestire, gli stessi divi e dive, gli stessi standard di informazione, gli stessi spettacoli, gli stessi cibi) corrisponde un profondo bisogno di scendere verso i fondamenti della propria specificità e della propria etnia, per non lasciarsi sopraffare dalla confusione multiculturale circostante. Il nostro secolo finisce rassegnato fra squilibri economici che sradicano moltitudini di individui dai loro contesti poveri, spingendoli verso le economie floride e legalizzando il sopruso. La fine delle rigide contrapposizioni ideologiche è accompagnata da sommovimenti che fino a pochi anni fa avremmo giudicato arcaici, da guerre etniche e di religione, da catene di massacri. Il fatto che (quasi) nessuno parli più di socialismo o di ideali comunisti non vuol dire che siano diminuite la miseria e l'ingiustizia. Vuol dire solo che è diminuita la speranza. In questo panorama, si può forse sperare che il teatro continui ad avere un suo spazio? In una società delle differenze difficili, il teatro diventa uno spazio paradossale. In senso stretto, un paradosso non è un'opinione bizzarra, ma un pensiero coerente che parte da principi diversi da quelli su cui si basano l'opinione comune o le teorie prevalenti. Il paradosso, pur non essendo confutabile, non prevale: non vince, ma non viene sconfitto. Penso a tutto questo, quando parlo d'uno spazio paradossale del teatro. I luoghi comuni del teatro, nella cultura europea, sono stati per secoli al centro delle città. I teatri erano il luogo, il simbolo e il monumento dell'unità della cultura nazionale, cittadina o di classe. Nel Diciannovesimo secolo le loro facciate assomigliavano a quelle degli altri templi della civiltà borghese, il museo e la borsa. Fuori da questi luoghi comuni riconosciuti e rispettati, sorsero altri spazi teatrali, divergenti o in opposizione: teatri d'arte, d'avanguardia, studi, "piccoli teatri", "théatres de poche", ateliers, laboratori, teatri "ojj" e "ojj~off'. U loro dialogo polemico con i luoghi comuni del teatro fu la fertilità della cultura teatrale del Ventesimo secolo. Al di fuori di questi due spazi complementari, sorse poi un "terzo teatro". Con il mio gruppo, I 'Odin Teatret, sono in giro per il mondo nove mesi all'anno. Solo una piccolissima porzione di questo tempo la passiamo ospiti di teatri ricchi e rispettati. La maggior parte del tempo viaggiamo negli spazi del "terzo teatro". Dappertutto trovo degli ambienti composti da minoranze motivate: persone assetate che cercano azione e trascendenza attraverso il teatro. La parola "trascendenza" sembra filosofica o religiosa. Per me indica qualcosa senza dottrina, che ha a che fare con i valori che guidano l'operato modesto e preciso dell'artigiano. Penso alla solitudine degli artigiani anarchici che avevano combattuto per la libertà della Catalogna incontrati da Hans Magnus Enzensberger nei paesi dell'esilio, capaci di conservare la dignità e il senso della propria rivolta attraverso anonimi mestieri. C'è molto teatro "trascendente", oggi, nella nostra società multiculturale. Rispetto ai periodi in cui il teatro rinomato sembrava il solo punto di riferimento, c'è oggi una moltitudine di teatri attivi nelle regioni dove sono profonde le ferite sociali: nelle carceri, negli ospedali, nelle comunità degli emigranti, tra gli emarginati. Cioè quasi sempre fuori dai territori di quella cultura particolare frequentata dal pubblico-di-teatro. È teatro anonimo e "trascendente" quel che Susan Sontag è andata a fare a Sarajevo. È teatro anonimo e "trascendente" quel che faceva, prima della celebrità, Mbongeni Ngema nell'apartheid sudafricano. È teatro anonimo e "trascendente" quello fondato dal gesuita americano Jack Warner in Honduras, dove i Vangeli, Scapino e il Popol Vuh diventano emblema di resistenza culturale da parte dei sottomessi. Lo spazio paradossale del teatro è uno spazio di turbolenza lontano dalle luci e dall'attenzione degli esperti e dei facitori d'opinione. Bisogna riflettere su questa contraddizione: i teatri marginali e trascurati tentano di fondare un nuovo senso e un nuovo valore per una pratica che sembra destinata a pennanere come gloriosa reliquia d'un modello di società in via d'estinzione. Ho vissuto il teatro come emigrazione. Mi ha permesso di spostarmi all'interno di società multiculturali senza che la difesa della mia identità mi trasformasse in qualcuno di identificabile. Il valore del teatro è nella qualità delle relazioni che crea fra gli individui e fra le diverse voci all'interno di uno stesso individuo. Non credo alla comprensione reciproca. Credo nell'interesse degli scambi, nell'immotivata solidarietà tra esseri diversi che non pretendono di capirsi. Credo nell'insuperabile separatezza di coloro che agiscono insieme. Unitario e comune può essere, però, il frutto della loro azione. Credo nel teatro come rituale vuoto, non perché futile e insensato, ma perché non usurpato da una dottrina. Qui ciascuno può cavalcare la propria "differenza", può scoprirla, rafforzarla, senza soffocare quella degli altri. I griots di tutti i paesi e delle diverse epoche, gli attori professionali, artisti del viaggio e della transizione, sono gli emblemi dei teatri alla soglia del nuovo millennio. Fino all'inizio del nostro secolo, lo spazio naturale della gente di teatro è stato quello fluido e derisorio del viaggio, una dimensione in cui l'identità culturale non era stabilita né dai confini geografici né da quelli storici, ma dal valore d'un mestiere. Per secoli, finché il teatro è stato soggetto alla tirannia del dover piacere, del successo, della censura e del disprezzo sociale, gli attori e le attrici vissero una vita esiliata, tagliata fuori dai valori più preziosi e rispettati della società circostante. Oggi molti scelgono il teatro per salvaguardare quella parte di ciascuno di noi che vive in esilio. Questo esilio non è un'amputazione o un'umiliazione. È una conquista. O, con altre parole, è azione politica. Diventa una presa di posizione non sempre dichiarata o consapevole, ma concreta e attiva, contro una società che ha paura delle sue molte anime.
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