Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

68 STORIE/BELAMRI Rabah Belamri DUERACCONTI Traduzione di Anna Albertano Poeta, saggista e romanziere algerino di lingua francese, è nato nel 1946 e vive a Parigi. Tra le sue numerose opere pubblicate in Francia, il romanzo Regard blessé ha vinto il premio France-Culture 1988. I racconti Aerei, Giochi proibiti e madri in collera e Corano e desiderio fanno parte di una raccolta di racconti, Memoire en Archipel (Hatier Littérature, 1990). L'Algeria di Belamri, disseminata di riferimenti alle leggende popolari, di reminiscenze di superstizioni, segreti e speranze inassopite, è nello stesso tempo profondamente ancorata in una realtà sociale, politica e culturale descritta con intransigenza. Giochi proibiti e madri in collera Omar e Hafid furono sorpresi dietro le case, tra l'erba alta. Omar cacciò un grido di spavento quando la madre di Hafid, arrivata di soppiatto, gli assestò un pugno nella schiena. "Disgraziato! Ecco cosa fai a mio figlio!" Egli rotolò sul fianco, poi, scattando come una molla, filò via tenendosi i pantaloni con tutte e due le mani. La donna, digrignando i denti, picchiò di santa ragione suo figlio, ancora sdraiato nell'erba. "Giuro che non mi ha fatto niente!" ripeteva Hafid, terrorizzato. "Non ti ha fatto niente, mascalzone? E il tuo sedere, allora, perché è scoperto?" Lo batté con energia nell'erba, gli allargò le natiche e gli sputò sull'ano tre volte. "Non ti vergogni di venderti il culo? E io che dicevo: che fortuna! Ho un figlio! Ho un uomo! Lo vedo il risultato! Una pollastrella! Una femminuccia da palpare!" I pianti di Hafid e le vociferazioni di sua madre fecero uscire dalle case donne e bambini. "Donna, un po' di buon senso. Così ucciderai tuo figlio." "Neanche se gli mangiassi i polmoni riuscirei ad acquietarmi!" "Ma cosa ha fatto, poveretto?" "Ho trovato Omar sdraiato su di lui nell'erba." "Come? Il migliore dei ragazzi! Dolce come il miele!" "Sì! Il migliore dei ragazzi! Passa a prendere mio figlio. Gli dice: 'Vieni, Hafid, andiamo a giocare'. E io gli dico: 'Omar, piccolo mio, bada bene ad Hafid, come se fosse tuo fratello'. Lui mi risponde: 'Sì, zia. Non temere. Eccolo il risultato!"' La madre di Omar stentava a crederci. "Mio figlio?" "Sì, tuo figlio. L'ipocrita! Con quegli occhi abbassati." "Dov'è? Dov'è che lo faccio a pezzi!" Si voltò a destra, a sinistra, torcendosi le mani dalla disperazione. "Mio Dio! Che generazione sventurata! Chi insegna loro queste depravazioni?" disse mia madre, cercandomi con gli occhi tra i bambini. "Non hanno bisogno di nessuno per imparare", replicò la vicina. "Non sono forse i fratelli di Satana?" "Che Dio li conduca sulla retta via!" mormorò una donna più anziana. Omar non si trovava lontano. Appoggiato contro il palo elettrico, piagnucolava, con le dita incrociate sugli occhi. Hafid, che era riuscito a sfuggire a sua madre, tirava su col naso, a testa bassa, qualche metro più in là. Noi li sbirciavamo, e ciascuno di noi segretamente li commiserava e si rallegrava di non essere stato preso come loro. Quando i nostri giochi clandestini venivano scoperti - cosa che accadeva di rado-, le nostre madri ci rimproveravano, ci ingiuriavano, ci picchiavano e soffocavano la faccenda. I nostri padri, troppo severi, non ne erano mai informati. Corano e desiderio Alla scuola coranica, si viveva il desiderio in modo poetico: né gesticolazione, né confusione, né ingiurie, né lacrime, né lamenti, ma soltanto battiti di ciglia, strizzate d'occhio discrete, sguardi pudichi che scivolavano al di sopra delle tavolette. Mi piaceva questa maniera ovattata, sotterranea di desiderare mentre apprendevo i miei versetti. Tranquillo, trattenuto, il desiderio scorreva più magico, più vero che tra la confusione della strada. I miei pensieri erravano da una ragazza all'altra e sovente le inglobavano tutte, le confondevano in una sola presenza concreta e irreale. Le ragazze erano sotto i miei occhi, ma un ghiaccio invisibile ci separava. Il momento che mi turbava di più coincideva con la lettura collettiva del Corano nel tardo pomeriggio. Ci disponevamo in cerchio, e così potevo vedere le ragazze in faccia, con le gambe incrociate sotto i lunghi vestiti, col volto disteso. Più che leggere cantavano dondolando leggermente il busto. Le paragonavo allora alle uri, le sagge e risplendenti figlie di Dio, argomento con cui il maestro ci intratteneva con fervore e devozione. Intrappolato nei miei sogni, mi accadeva di dimenticare i miei versetti, e di disturbare lo svolgimento armonioso della recitazione. Il maestro mi fustigava di sorpresa col suo bastone, e io ridiscendevo frettolosamente sulla terra massaggiandomi la schiena. Un giorno, il nostro maestro, chiamato per una questione urgente, ci lasciò sotto la sorveglianza di una delle sue figlie, una preadolescente gracile dagli occhi verdi. La ragazza agitò a più riprese la bacchetta d'ulivo sforzandosi di assumere l'aria arcigna e autoritaria di suo padre. Ma fatica inutile. Il nostro ritmo di lettura e il nostro ardore si allentavano poco a poco. "Avanti! Accelerate! Un po' più forte!" gridava lei con la sua voce cristallina aggrottando le sopracciglia. Siccome ci rifiutavamo di obbedire, si raddrizzò per farci paura e non riuscì che a scatenare un baccano. Numerosi allievi si alzarono e, simulando lo spavento, con le braccia al di sopra della testa, si misero a correre nella sala, inseguiti dalla figlia del maestro. Un ragazzino sveglio spinse la porta, e la moschea fu subito immersa nell'oscurità. Il chiasso si amplificò. Eravamo tutti in piedi e correvamo in ogni senso, con le braccia tese in avanti per non scontrarci o urtare contro le pareti. Calpestavamo tavolette e corani. I ragazzi cacciavano grida di animali, e le ragazze stridulazioni disperate. Il gioioso schiamazzo non tardò a prendere una piega sessuale insistente. I gesti dei ragazzi divennero disinvolti, temerari. Le loro mani cercavano di insinuarsi sotto i vestiti delle loro compagne. Le mie uri, falsamente spaurite, si agitavano come farfalle. Mi accostai contro il muro, scatenato, poi mi lanciai verso la porta e la spalancai gridando: arriva il maestro! In un batter d'occhio, gli allievi raggiunsero il loro posto e, riprendendo precipitosamente la loro tavoletta, si rimisero alla lettura sgolandosi all'unisono. Benché il maestro non si mostrasse, gli allievi non osarono più muoversi. Due o tre ragazzi mi fissarono con ostilità mentre osservavo con emozione le ragazze con le guance divenute rosa.

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