"villaggio"? Chiusa e protettiva, la villetta finisce per contenere un coacervo di valori e disvalori (non verificati, in quanto assunti ma non "condivisi" col resto del corpo sociale) a saltuari e inevitabili cortocircuiti. Nello stesso istante in cui essa dichiara la propria indifferenza rispetto alle forme culturali e sociali da cui si è affrancata, in quello stesso istante si trova a gestire elementi e aspetti squisitamente esistenziali e comportamentali che la sua normalità non è in grado - priva com'è di norme effettive - di reggere. La "forma villaggio" e la villetta in particolare sono diventati - lo sappiamo - uno dei teatri più tristemente famosi di tragedie indecifrabili, non comunque decifrabili con una manciata di formule di psicologia sociale: violenze domestiche, reclusioni, stragi famigliari, pacate demenze omicide, incestuose convivenze, timide efferatezze adolescenziali, collassi emotivi beatamente distruttivi. Stampa e televisione non mancano di coltivare questo aspetto penetrando puntualmente, fotogramma dopo fotogramma, scatto dopo scatto, in un universo che, in realtà, non sanno e forse non possono rappresentare davvero. L'unica ombra di verità, in ogni scatto, in ogni fotogramma, è quella sagoma indifferente di abitazione che fa da quinta alle immagini "della tragedia" e che, quando conquista il primo piano, è rigida, muta, persino goffa, assolutamente "normale". Che cosa può mai dire quella sagoma di cemento, con le sue tapparelle semiabbassate, col granito dei suoi gradini che salgono alla porta d'ingresso, con gli angoli dietro a cui occhieggia un garage, uno stenditoio per i panni, un'auto ferma, magari dei giochi per bambini abbandonati sul selciato d'un vialetto? Non facciamo fatica a provare compassione, rabbia, pietà per una figlia cinquantenne che uccide la madre condannata al letto, per un giovane che si libera dei genitori per godere in anticipo dell'eredità, per dei genitori che hanno creduto di salvare la figlia "dal mondo" tenendola segregata in una stanza per una decina d'anni. C'è che quella compassione, quella rabbia, quella pietà si inchiodano contro la sagoma di un'abitazione, normale come la sua rozza geometria e, a poco a poco, s'arruginiscono. I delitti e la follia sono - mi pare - solo l'esito estremo di quell'assenza di memoria che la "forma-villaggio" professa con laica determinazione. Così come il villaggio - ovvero le villette del finto benessere degli anni Ottanta e Novanta - è l'esito d'un processo di rimpasto sociale (e politico): una tribù senza cani che ha guadagnato l'indipendenza dalla metropoli, ma da questa continua a trarre l'alimento necessario per sopravviverla. In realtà gli sciami di villette che diramano dal Piemonte all'Emilia, dalla Lombardia al Veneto e si propagano anche al Centro e al Sud, non si possono capire se non attraverso la crisi del "mostro" metropolitano, se non attraverso l'incombere di una metropoli che di fatto non esiste (non abbiamo New York, non abbiamo Chicago e neppure Parigi) ma fa sentire la potenzialità centrifuga della sua cultura. Siamo insomma di fronte all'incrudelirsi della crisi dell'illuminismo che è il vero rovello attuale del1'Occidente. Di un Occidente che non ha più un univoco modello di sviluppo esportabile, né sa impedire o "capire" le sacche di resistenza di nazionalismi, regionalismi, settarismi religiosi e così via. La nostra è, di fatto, una civiltà che elabora strategie di difesa, per lo più riproducendo schemi di una "tradizione" non riconosciuta mai come tale. La tribalità della forma-villaggio in cui è cresciuta la "villetta" è, in fondo, la prova dell'immiserimento "cultura della società". Somiglia addirittura a un "esperimento", al prodotto di una "disputa" (Marivaux insegna) il cui unico esito garantito è l'indifferenza e la tragedia che l 'indifferenza si porta appresso. EDITORIALE/ROUO 5 Vien voglia di sapere come chi governa voglia avvicinarsi a questa tribù; con che cultura voglia presentarsi quando il dito premerà sul campanello d'ingresso. Sinora, abbiamo assistito agli effetti prodotti dalla cultura televisiva. Ma è questa l'unica strada? Certamente no. Certamente in un luogo che dichiara così palesemente la vacanza di esperienza - giacché non si può fare esperienza del mondo dentro a una cultura e a forme dell'abitare che escludono a priori un confronto, qualechessia, con l'altro - è possibile agire solo quando quel luogo è momentaneamente sospeso dalla coscienza di chi lo ha scelto o semplicemente ha avuto in sorte di viverci. È vano scoprire che le villette sono abitate "in fondo" da brave persone, perché così infine finiscono col rivelarsi coloro che faranno scattare il cancello automatico per invitarvi a entrare. Ostile com'è al mostro, la villetta non ospita mostri, per definizione. L"'orrore" della forma-villaggio non è prodotto dalla sua volontaria e coltivata ignoranza dell'alterità. Chi voglia, comunque sia, entrare in contatto con la "cultura del villaggio" deve innanzitutto sapere che esiste, che non è penetrabile, che ha ostruito i canali di comunicazione con il resto del corpo sociale. È quella una cultura che va "colta di sorpresa", per potervi far breccia. Per esempio, quanto è in grado la scuola attuale di rompere la crosta di indifferenza, il deserto di esperienza che offre ai più giovani la monocultura del "villaggio"? Come possono riconoscere, attraverso l'ovvia proposta di socialità della scuola, le meno ovvie rapine di socialità che la struttura stessa del villaggio incarna e mette in atto? La "villetta degli orrori", così come la stampa ce la restituisce, quando l'orrore è già consumato, è utile solo allo studio delle patologie della personalità. In realtà è l'orrore che viene prima, quello invisibile, levigato, "pulito" a svelare che quella forma indifferente destinata a contenere vite, è nata come un' eczema, come un sintomo e non come un progetto.
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