bambino, non un solo odore di cucina. Accesi una sigaretta e mi diressi verso la réception, la borsa in spalla. "Effettivamente, Signor Chraibi, c'è una prenotazione a suo nome. Vuole darmi la sua carta di credito?" "No." "Ma, ne abbiamo bisogno" "Tutte le spese sono a carico degli organizzatori. E d'altra parte, non ho mai avuto una carta di credito, vattelapesca perché." Il giovanotto che mi stava squadrando era un tipo curato, molto educato, senza odori. "In questo caso," disse, "vuole effettuare un versamento in contanti? In franchi francesi, se lo desidera. Naturalmente le darò una ricevuta". "No." "Allora non posso sbloccarle il telefono." "Lo lasci bloccato. Mi crede così pazzo da telefonare in Europa?" Finì col consegnarmi una carte-clé e mi indicò il numero della mia stanza. Nessuno mi accompagnò fino all'ascensore. La mia borsa da viaggio era molto leggera. Al diciottesimo piano, sentii come un blocco del cervello, una specie di inceppo tra la materia e lo spirito. La porta della mia camera aveva sì una maniglia, ma niente serratura. Giusto una fessura. Avrei dovuto farci scivolare la carte-clé, d'accordo - ma in quale verso? Una piccola lampadina rossa si prendeva gioco di me e il verde rifiutava di accendersi. Un'addetta ai piani spingeva un carrello nel corridoio. Mi venne in aiuto. Tra le sue dita brune quel fottuto rettangolo di plastica si trasformò in un apriti-sesamo. Era più civilizzata di me senza aver bisogno di scrivere. Era haitiana, parlava un francese melodioso. Fu parlando di bambini che ci sentimmo subito vicini: aveva tre maschi, io quattro, pressappoco della stessa età, tra gli undici e i quattro anni. La sua terra natale era il paese della desolazione. Facemmo il giro dell'appartamento passando dall'entrata al salotto, poi dal salotto alla camera da letto, chiacchierando a più non posso. C'erano telefoni dappertutto, anche in bagno. Larisata della mia improvvisata ospite arricchiva questa suite da miliardari. Si chiamava Marie-Pierre. Aperitivo d'onore, discorso d'inaugurazione, prestazioni radiotelevisive, colloqui, seminari, tavole rotonde con coordinatori che misuravano il tempo di intervento a ognuno dei partecipanti. Le gambe sopra al bracciolo di una poltrona, fumavo e ascoltavo. "Più tardi, dicevo. Intanto mi istruisco. Mettetemi per ultimo." Scartoffie, dépliant, il registro delle presenze, i menù. Ah, questi pranzi di gruppo, questi intellettuali che continuavano a esserlo anche a tavola! E tutti, o quasi tutti, con monologhi o diatribe, giù a discutere dell'onirismo che precederebbe alla creazione. Masticando e bevendo, sentivo risuonarmi in testa l'orchestra andalusa del mio compatriota Abdelkrim Rais, le diff a in musica di cui erano piene la mia infanzia e la mia giovinezza. Il tavolo che a quei tempi riuniva i convitati era rotondo e basso, ci toccavamo col gomito, felici di essere insieme, e cantavamo quella stessa qasida venuta dal tempo del califfato di Cordoba, ringraziavamo Dio, la vita e le donne che stavano preparando quelle buone piccole pietanze di cui assaporavamo l'aroma. E quando la padrona di casa entrava in sala da pranzo, ci alzavamo in piedi come un sol uomo ... Questa cultura vecchia di millenni sarebbe stata sostituita dai fast-food conditi di rock? La terza sera, mi preparavo a scendere al ristorante, più per fame che per voglia di convivialità. Arrivò Marie-Pierre. Stava STORIE/CHRAIBI 67 Marocco, Alto Atlante. Foto Gérald Buthaud/Cosmos/G. Neri. terminando il suo turno. Dietro la luce dei suoi occhi, c'era una piccola nuvola di inquietudine. "Qualcosa non va, mio povero signore?" "Si sono sbagliati di invitato." "Ah! Vuole cenare con noi?" "Con piacere." Mi aspettavo di passare la serata con lei, suo marito e i suoi marmocchi. Mi ritrovai nello scantinato dell'hotel, in compagnia degli inservienti di basso rango. Dei latinoamericani, una coppia di cambogiani, degli zulù, tre bosniaci, due arabi, tre berberi ... una ventina di esseri umani che, un giorno, avevano risposto all'appello del sogno americano. Fino alle due del mattino, abbiamo cantato, ballato, festeggiato. I carrelli che qualche ora prima erano stati portati di sopra nelle camere di clienti facoltosi e che erano ridiscesi grazie a un colpo di campanello, erano ancora sovraccarichi di splendidi avanzi; aragoste Saint-Laurent appena toccate, cumuli di torte alla crema, bottiglie di champagne semipiene. Seduti per terra, mangiammo di gusto. Mi raccontarono la loro infanzia, i loro paesi. In loro albergavano contemporaneamente speranza e nostalgia. L'indomani mattina nella sala delle conferenze. Microfoni, telecamere, un pubblico attento. Salii sul podio e restai in piedi. Dissi: "Avevo preparato un testo, qualcosa di didattico sul sogno mediterraneo. Ma sono solo parole. Diciamo che non sono uno scrittore, nel senso solitario del termine". E raccontai gli altri, quello che avevo vissuto con loro la sera prima, giù di sotto. Ci fu un lungo silenzio. Poi una salva di applausi. La registrazione non è mai stata trasmessa ...
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