cene Ufughine. La cronaca, di cui non restano che frammenti, lo ritrova presso Flig su di un altipiano che domina la valle Ammelin. In un primo momento si installò lì malgrado l'opposizione violenta della gente del posto. Si riporta che ne massacrò più di uno. Passando di là si vedono ancora, su di un picco roccioso, le rovine della sua antica dimora e dell'ovile. Sono invase da giuggioli, nipali e argàni. In un secondo momento, Lahcene Ufughine discese a valle e si stabilì definitivamente in un posto chiamato Azro Uado (la pietra del vento) che era abitato, all'epoca, da un'unica famiglia. Lahcene Ufughine vi si unì tramite matrimonio e barattò un gran numero di capre e di montoni contro parcelle di terra. Fu così che questo pastore sfuggito a un terribile disastro, divenne sedentario. Ma l'amore per l'esilio e l'erranza si sono di nuovo impadronite della sua discendenza. Eterna frattura cominciata con un 'incrinatura fatale che i secoli, le guerre intestine, le alleanze e le tregue effimere non hanno fatto che allargare nella memoria e nel cuore degli uomini. Non si sa niente della fine di Lahcene Ufughine e nemmeno di ciò che fece dopo essersi installato a Azro Uado. Non possiamo dire in che modo visse né quanto. Un'impenetrabile opacità circonda questa fase della sua esistenza. In che secolo visse? Da dove veniva esattamente? La storia, talvolta capovolta da emergenze antagoniste e quindi riconquistata dalle dinastie dominatrici, trasforma in stato una città del Sud marocchino chiamata Tamdult Nuca. Un'antica città progredita economicamente e, forse, anche culturalmente. Doveva essere una capitale regionale, un luogo di transito aurifero o anche una potenza mineraria poiché potevano esserci nelle vicinanze delle miniere di argento. Tamdult Nuca era, quindi, una città florida al centro di un deserto di pietre. Un luogo temibile e inquietante al punto di doverla distruggere. Da qui senza dubbio, l'origine di quel famoso cataclisma così velocemente confuso con una guerra. Ma che scegliere tra teoria e leggenda? Resta una piccola fessura per il miraggio. Dobbiamo, quindi, ascoltare la leggenda senza trascurare certi reperti storici che possono dare un senso a questa zona d'ombra investita dall'immaginario. I discendenti di Lahcene Ufughine sciamarono nella valle Ammelu e conquistarono le terre delle tribù minori o poco bellicose. Essi si comportavano come le cavallette che si abbattono sulle piantagioni nella piana e sulle rocce: devastavano le coltivazioni e delimitavano i campi a loro piacimento. Il disastro e la desolazione si sostituirono al lavoro e al benessere. I campi a terrazze non venivano più coltivati e, in mancanza di cure, erano diventati il crogiolo delle acque torrenziali. Si viveva di rapine, d'odio e ci si abituava alla morte, l'omicidio e il saccheggio andavano a tutta forza. Se una madre si opponeva ali' assassinio dei suoi figli, non si esitava a uccidere il bambino tra le braccia. Ali 'interno stesso del villaggio si formavano feroci bande di persone implacabili. Costruite su colline rocciose, le case sembravano osservatori dell'orrore. Non avevano finestre; le uniche aperture erano delle feritoie. Si uccideva anche la notte: sfortunato colui che camminava per la terrazza con una lampada in mano. Mangiava inesorabilmente la polvere e veniva interrato in tutta fretta prima del levar del sole. Non aveva diritto né all'illuminazione né alle preghiere dei morti, ma solamente a qualche versetto, a un po' di pietre mal assortite, qualche palata di terra e dei rovi che avrebbero protetto le sue spoglie da sciacalli, iene e avvoltoi. Dopo l'interramento si rientrava a casa facendo delle deviazioni per la montagna e ci si rinchiudeva in casa. Gli uomini pulivano le armi e colavano le palle di piombo. Quelli che possedeSTORIE/KHAIR-EDDINE 65 vano carabine e fucili, li smontavano, li ingrassavano e li rimontavano con grande attenzione, con lo spirito brulicante di crimini ma i gesti precisi e sicuri. Le donne filavano la lana, tessevano abiti pesanti, si occupavano dei marmocchi e delle bestie, andavano a raccogliere furtivamente qualche legume e tagliare legna senza essere disturbate, poiché bisognava pur vivere, nessuno sparava addosso a loro. Ma data la permanente insicurezza, i viveri si facevano sempre più rari. Ci si contentava spesso di carote secche, di certe radici, di fichi ugualmente secchi, di un pugno di olive nere, di latte di capra, di mucca o di pecora. I geni di Lahcene Ufughine portavano in se stessi la deflagrazione sorda dell'inferno affinché i suoi discendenti si potessero lacerare con la più grande violenza. Si dice che la loro divisione fu causata da una donna bellissima. Una notte vennero sorpresi due uomini nella sua casa. Vennero invitati a uscire ma non vollero ottemperare. Allora qualcuno minacciò di dar fuoco alla casa. L'adulterio non era punito con la morte, non si lapidavano le donne e non si uccidevano i loro amanti. Si pagava solo una grossa somma e si dimenticava. Ma la donna in questione apparteneva a una famiglia che non accettava il disonore. E fu così che i due uomini furono accoltellati e evirati. È da allora che risale quest'odio immondo che fermenta ancora nello spirito e nel cuore dei discendenti di Lahcene Ufughine. Tuttavia, qualche lucido vecchietto lo imputa alla carestia che aveva sconvolto a una determinata epoca, l'intera zona sahariana. Per essi l'istinto di morte e di sopravvivenza s'era manifestato nuovamente tra i loro antenati. I più forti, i più astuti e i più aggressivi, si trasformavano in predatori. Il sentimento di fraternità, i legami di sangue non esistevano più. Si uccideva per non morire, esattamente come le belve. Gli uomini avevano soltanto le montagne. Erano rari quelli che, intrepidi e intelligenti, emigravano verso il Nord. Quelli che restavano, spogliavano con la forza e l'astuzia i loro simili. Ci si batteva per un albero cresciuto tra due confini, per un metro di terra. La morte sanzionava queste dispute miserabili. Questa epoca vide apparire dei solitari desperados, dei banditi d'onore senza truppa che possedevano soltanto un mulo, un buon fucile, una cartuccera e un pugnale. Essi saccheggiavano la regione senza preoccuparsi della loro leggenda. Non ebbero gloria e furono solamente ombre insanguinate e furtive sullo schermo tempestoso della storia. Ma la loro tragica esistenza ha segnato con un marchio indelebile la cronaca locale e ci si ricorda ancora di essi con rispetto e spesso con tenerezza. Come nei drammi shakespeariani, il loro unico dio era quella piccola fiamma rinfocolata da una volontà di vendetta continuamente rinnovata, che calcinava le loro interiora. Si consideravano già dannati, rifiutati impietosamente da un mondo che percepivano in modo imperfetto e di cui utilizzavano le armi per autodistruggersi, ma essi venivano inchiodati al loro destino contro il quale non si rivoltavano mai. Tutte le loro rivolte si ripercuotevano su loro stessi o sulla loro famiglia. Nemmeno le loro preghiere avevano un senso. Uno di questi desperados si chiamava Lahcene Agumechich, che in berbero vuol dire tronco di albero morto. Ecco come gli attribuirono questo soprannome. Per vendicare sua sorella, uccisa sul terrazzo della loro casa mentre dormiva avvolta in abiti maschili, Lahcene saltò sul suo mulo e partì per una destinazione sconosciuta. Sua sorella era stata uccisa per errore, lui lo sapeva. Era con lui che ce l'avevano. Una spedizione punitiva contro i suoi persecutori era quindi necessaria. La notte abbandonò il villaggio senza avvertire nessuno ...
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==