64 STORIE Mohamed Khair-Eddine VITA E LEGGENDA DI AGUN'CHIC Traduzione di Carlo Damasco Quando sbarcate in un paese che non avete mai visto o che avete disertato da lungo tempo, ciò che vi colpisce prima d'ogni altra cosa, è la lingua che parla la gente del posto. Ebbene, il Sud è innanzitutto una lingua: la Tachelit. Si tratta di una variante del berbero Tamazight che comprende in Marocco quattro parlate: il Tachelit, il Riffano, lo Zaiano e il dialetto in uso all'Est. Ma il Sud non è soltanto questo, le sue caratteristiche geografiche uniche lo caratterizzano profondamente rispetto alle terre del Nord. La sua geologia si rivela mano a mano che ci si approssima. Ai peniplani costieri, a volte verdeggianti e a volte decisamente spogli, si succede un terreno che si ondula insensibilmente, poi si rigonfia e rivela altre peculiarità. Un'infinita varietà di cactus sorge all'alba ai due lati della strada tagliata nella crosta secca e pietrosa: argàni striminziti e polverosi, di un verde bottiglia che rende più gialla l'ambra dei frutti non ancora maturi, innalzano verso il cielo la loro sagoma torturata dalle intemperie e dal sole cocente. Alberi spinosi mille volte vinti e mille volte risuscitati. Niente riesce a a spezzare la loro resistenza, né le capre che si arrampicano allegramente per spogliarli delle minuscole foglie, né i colpi mortali inflitti dai boscaioli clandestini, poiché, a dispetto di una modernizzazione accettata e anche desiderata, la legna da ardere continua a fiammeggiare nei kanun, l'argàno è senza dubbio, il simbolo più rappresentativo di questo paese montagnoso che la leggenda circonda di miti patinati e di misteri il cui più semplice effetto è di strizzarvi le viscere quando incontrerete uno di quei vecchi eterni dalle rughe che raccontano le storie di sangue versato, di lotte per la sopravvivenza intervallate da gioie semplici quanto fugaci. Il Sud è anche l'abbigliamento delle donne: la Tamelhajt, drappo nero e ampio con passamaneria rossa ... e la Tacheddat, cordone ugualmente nero, decorato con una fila di bastoncini di corallo e che cinge la testa ricoperta di una larga stoffa rossa. Come vedete la donna berbera, che vive per tutto l'anno sulla sua montagna, è prima di tutto, un essere doppiamente colorato: un essere esteriormente rosso e nero. Ciò nonostante, la modernizzazione rosicchia poco a poco la millenaria bellezza delle cose; questo si nota soprattutto nei piccolissimi dettagli, come per esempio i bastoncini di corallo rimpiazzati da un po' di anni con dei bastoncini di plastica. O come le fibule in argento e le pesanti collane di ambra e di monete antiche che vengono sostituite con spille da balia e cordoncini con i quali la donna lega il suo vestito nero all'altezza del seno. In ogni tempo, la donna berbera ha fornito i significati più nascosti del mondo. È lei che lei che ha inculcato ai bambini la cultura ancestrale che l'uomo, troppo stanco, quando non era impegnato nelle miniere europee o nelle drogherie di Casablanca, non gli dava. Questa cultura non veniva trasmessa con un insegnamento di tipo scolastico, ma con un lavoro di pazienza e di metodo che consiste nel nutrire il cervello del bambino di leggende simboliche, passando per la conoscenza delle svariate e immediate bellezze della terra. I cambiamenti di stagione si trasformavano in festività dionisiache in cui il desiderio vitale acquisiva una dimensione tipica delle mitologie più avvincenti. La donna appariva, allora, come una dea benigna, poiché era lei a far fronte agli elementi della natura, essa stessa era parte di quegli elementi e di tutto ciò che poteva abbellirla agli occhi degli uomini; ma è in primavera, quando i torrenti dalle frange di schiuma bruna e di lanetta di tamerici verdi suonano gli assordanti tam-tam dei ciottoli, che lei rifioriva e diventava leggiadra come le antilopi. Era tutt'uno con larinascita della natura. Tutte le montagne e le vallate normalmente aride, ripercuotevano il suo canto di fibra in fibra in un florilegio di uccelli, di farfalle e di coccinelle. In ogni casa c'erano una o due mucche da latte, dei muli e degli asini. Le ragazze erano intente a tagliare l'erba tenera e ad ammassarla nella gerla, il loro viso non era velato, anzi risplendeva sotto una frangia di neri capel I i. Si sparpagliavano nei campi tra gli alti fusti dai fiori multicolori, tra i mandorli e tra gli olivi dal fogliame scuro. Al crepuscolo, poi, depositavano le loro gerle sulla sabbia umida del torrente e si sedevano in cerchio sulle pietre scistose a chiacchierare. Dovevano parlare d'amore e d'innocenza o sognare di quelle città sovrappopolante dove vivono oggi, adulte e logorate, nel nervosismo, il tumulto e l'inquinamento. Dovevano essete davvero in un paradiso che faceva un tutt'uno con il loro corpo, ma non dovevano rendersene conto, poiché il commento accuratamente preparato, che lodava più del necessario i benefici dello sradicamento, operava nella loro coscienza captatrice come un sovvertimento o almeno vi innestava un desiderio irreprimibile di fuga. A quel tempo esse erano libere di percorrere la montagna e la valle; questa terra, per quanto estesissima, non era niente altro che il vasto dominio nel quale esse si evolvevano a loro modo. Oggi si lasciano rinchiudere negli esigui appartamenti o nelle ville, escono solo se accompagnate e ignorano tutto dei pericoli esterni. Lo sanno che sono in una città ma non ne comprendono il funzionamento. Somigliano alle regine delle termiti la cui esistenza nel fondo della più completa oscurità, è relegata al solo ciclo della riproduzione. Ne hanno anche l'aspetto; ingrassano velocemente a causa dell'inattività e si ammalano spesso. Da sottili e svelte che erano, diventano adipose e pesanti. E forse dimenticano di tramandare alla loro progenitura ciò che le loro madri avevano trasmesso loro. C'era una volta un uomo che aveva una famiglia numerosa e un immenso gregge di capre e di montoni. Si chiamava Lahcene Ufughine ed era scampato insieme ai suoi e alle bestie a un cataclisma come ce n'erano stati pochi sulla terra. La leggenda situa l'origine di quest'uomo, in un luogo chiamato Tamda Nucca, che vuol dire mare interno. Doveva trattarsi senza dubbio, di un immenso lago d'acqua dolce. Era una contrada ricca e popolosa che aveva raggiunto un certo livello di civilizzazione. Ancora oggi si racconta che questo paese esiste e che, al momento del gran cataclisma, le persone che vivevano lì siano state ingoiate dal suolo, ma si aggiunge anche che essi non sono morti e che si può sentire la loro voce e le grida degli animali quando si passa nelle vicinanze. Lahcene Ufughine scappò lontano da questa desolazione insieme ai suoi e alle sue bestie. Attraversarono deserti brucianti, oasi verdeggianti e distese pietrose infestate da orde di iene, sciacalli, gazzelle selvatiche e rettili, alla ricerca di un posto tranquillo in cui fermarsi, ma ogni volta restavano delusi poiché o le terre scoperte erano inospitali o se erano ricche erano già occupate da tribù guerriere. Nessuno sa quanti anni errò Lah-
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