Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

in tutta l'India. Questo sembrò confermare la voce infondata diffusa dalla parte "indofoba" del Bangladesh secondo cui la Nasrin aveva ricevuto un'ingente somma di denaro dal partito Bharatiya Janata per scrivere il romanzo e creare una situazione di instabilità politica nel Bangladesh. Al culmine di questa campagna premeditata contro la Nasrin, lo Shahaba Sainik Parishad8, un allora sconosciuto gruppo "religioso" di una città nordorientale del Bangladesh, emanò una fatwa in cui condannava la scrittrice a morte e metteva una taglia di 50.000 taka (circa 1.250 dollari americani) sulla sua testa. In seguito alle severe critiche provenienti da più parti della società il gruppo ritrattò le proprie dichiarazioni, ma continuò a chiedere la messa al bando di tutti i suoi libri e il processo della scrittrice per "blasfemia". Nei tribunali locali di una città nordorientale sono state sporte due querele da parte di singoli cittadini, probabilmente membri del suddetto gruppo, che accusavano l'opera della Nasrin di offendere i loro sentimenti religiosi. Dopo un'udienza preliminare in cui la scrittrice era rappresentata dal proprio legale, i casi furono misteriosamente archiviati. Tuttavia, il gruppo religioso continuò la sua protesta organizzando varie manifestazioni, dapprima fuori Dacca e in seguito anche nella capitale. La cosa più importante è che questo gruppo iniziò a coinvolgere grandi masse di persone, la maggior parte delle quali, secondo testimonianze dirette, erano studenti delle madrasah (scuole islamiche) e attivisti di partiti politici religiosi tra cui il Jaamat-i-Islami. La situazione ebbe una svolta drammatica ali' inizio del giugno 1993. In maggio la scrittrice, di ritorno da Parigi, fece tappa a Calcutta e venne intervistata dal quotidiano anglo-indiano "The Statesman", di proprietà del partito Bharatiya Janata. Il 9 maggio 1994, "The Statesman" pubblicò la sua intervista riferendo che la Nasrin sosteneva che l'autore del Corano era un uomo e di essere contraria a ogni modifica parziale del testo sacro, lasciando intendere invece di essere favorevole a una revisione totale. In una replica pubblicata l' 11 maggio seguente, la Nasrin negò di aver rilasciato simili dichiarazioni. Cercando di chiarire la propria posizione scrisse: "Ritengo che il Corano, i Veda e la Bibbia e tutti i testi sacri di questo genere che decidono della vita dei propri seguaci siano 'fuori luogo e fuori tempo'. Il contesto storico in cui furono scritti è passato e quindi non dovremmo essere guidati dai loro precetti; la questione se operare o meno una qualsiasi revisione, totale o parziale, è irrilevante. Se vogliamo migliorare dobbiamo andare oltre questi testi antichi. Per rispondere alle nostre esigenze spirituali la nostra nuova fede dovrà essere l'umanismo." Sia l'intervista che la replica rimasero sconosciute ai lettori bengalesi fino al momento in cui, un quotidiano inglese di Dacca di proprietà del governo, ripubblicò l'intervista all'inizio di giugno senza il permesso di "The Statesman" e, ovviamente, senza la replica della scrittrice. Nel giro di una settimana il motivo della nuova pubblicazione di quell'articolo divenne chiaro: il governo faceva causa alla Nasrin e il tribunale disponeva un mandato di arresto nei suoi confronti. A quel punto la scrittrice cominciò a nascondersi, mentre nel frattempo partiti, fazioni, organizzazioni e gruppi religiosi formarono un'alleanza per fare pressione sul governo per il suo arresto. Sollevarono una campagna contro quasi tutti gli intellettuali laici, attaccarono le redazioni dei giornali che mostravano la minima simpatia nei suoi confronti o avevano criticato precedentemente i gruppi religiosi, saccheggiarono le librerie che osavano vendere i suoi libri e continuarono le altre azioni di protesta. Ciò che accadde in seguito è SU TASLIMANASRIN/RIAZ 59 ormai noto. Dietro le quinte, a New York, si svolsero le trattative tra le autorità del Bangladesh e il Comitato delle Scrittrici del1'organizzazione internazionale Pen, che fece pressioni sul governo del paese affinché permettesse alla Nasrin di uscire dal Bangladesh. Alla fine si concordò una formula che salvasse la faccia del governo. Dietro garanzia che non sarebbe stata incarcerata e sarebbe stata rappresentata da un gruppo di avvocati qualificati, tra cui un ex ministro degli esteri, il 3 agosto 1994 la Nasrin si sottopose al processo. Il tribunale concesse la libertà provvisoria su cauzione. In una settimana partì per la Svezia "su invito di un'associazione di scrittori svedese". A questo punto dobbiamo porci diverse domande. Perché il governo divenne improvvisamente così determinato a giugno? È possibile interpretare queste azioni come la reazione di uno stato patriarcale? O forse il governo sentì che come custode della moralità doveva fare qualcosa? L'intervista, ignorata dal pubblico bengalese, ottenne invece ampia risonanza da un giornale di proprietà del governo che cercava di creare un ambiente favorevole a un processo contro la Nasrin. La causa immediata di tutto ciò riguarda più la politica che le opere della Nasrin. Fu la situazione politica, soprattutto il fraintendimento dell'opinione pubblica da parte del governo che portò a questo caos. Dal marzo 1994 i partiti politici dell'opposizione guidati dalla lega Awami cominciarono a protestare per un emendamento alla costituzione che permettesse di tenere le elezioni future sotto un governo provvisorio anziché sotto il governo in carica. Con una mossa non del tutto inaspettata ma sfortunata, la lega Awami, considerata un partito liberale progressista, si alleò con il Jaamat-i-Islami, il principale partito politico islamico da tempo vicino al partito al governo. Insieme cominciarono a boicottare le sessioni del parlamento e minacciarono di continuare, a meno che il partito al governo non si piegasse alle loro richieste. Temendo un 'immediata reazione da parte della stampa, il governo si prefissò due obiettivi: il primo era di distogliere l'attenzione pubblica dalle richieste dell'opposizione; il secondo di creare una scissione all'interno della neonata alleanza. L'intervista della Nasrin fornì al governo un pretesto che aveva molte probabilità di fargli raggiungere entrambi gli obiettivi. Un argomento religioso era abbastanza delicato da destare preoccupazione, mentre allo stesso tempo i partiti della nuova alleanza, a causa dei diversi orientamenti ideologici, erano destinati ad assumere atteggiamenti contrastanti rendendo così l'alleanza praticamente inefficace. Sia le strategie sia i trucchi politici sono stati determinanti. Il piano del governo di dividere l'alleanza dell'opposizione non funzionò a lungo, ma favorì la formazione di un'altra alleanza, quella di tutti i gruppi religiosi. Taslima Nasrin fu la prima vittima del gioco di potere tra governo e opposizione. Qualsiasi tentativo di far apparire questi fatti normali o banali e di paragonarli ai precedenti incidenti della fatwa rivela una scarsa comprensione della gravità della situazione. Taslima Nasrim è responsabile di tutto ciò? Nel Bangladesh gli intellettuali dell'estrema sinistra (per esempio Enayetullah Khan9 e Badruddin Umar' 0 ) si sono uniti alle voci della destra nel sostenere la sua responsabilità. Affermano che se non avesse rilasciato l'intervista le cose sarebbero andate diversamente. Ma chi può dire con certezza che sarebbero andate meglio? Un governo che ritiene più importanti i successi immediati piuttosto che i risultati a lungo termine è in grado di sfruttare, e sono sicuro che l'avrebbe fatto, in qualsiasi altra occasione. Seguendo una logica comprensibile, ma secondo me errata, anche alcuni gruppi femministi ritengono la Nasrin responsabi-

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