Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

4 FINEMILLENNIO PAESAGGIITALIANI LAVILLETTADEGLI"ORRORI" Alberto Rollo Per lo più è una bruttura che mal dialoga col paesaggio che la contiene. Ma non è neppure così brutta da far gridare allo scandalo. È banale. È una casa. Ma non è neppure la casa dei libri di lettura. Sfigura ma non fa sfigurare. Chi ci abita la sente con un certo orgoglio. Perché quel che lascia vedere è un elogio dell'invidualità e, a seconda delle proporzioni e degli arredi esterni, denuncia, se non un benessere, una conquista. Che sia in campagna o dilaghi nelle propaggini di una città, contraddice la cultura del "casermone", sfida le contraddizioni del condominio, si difende, insomma, dalle intrusioni. La villetta degli anni Ottanta e Novanta è lontana dalla "villula" gaddiana degli anni Trenta, e semmai rappresenta uno sviluppo della brutta casa monofamigliare del dopoguerra brianzolo, con nani e grotta di Lourdes. Da quest'ultima, però, si differenzia, per un aspetto più dimesso, più "normale", meno impudicamente ricco. La villetta non appartiene solo ai ricchi, di recente ricchezza e di poca cultura. È più, ahimè, "democratica". Taglia trasversalmente quell'impasto di classi residue che disegna l'orizzonte sociale: attraverso la "villetta" si stabilisce una sorta di omogenizzazione culturale più forte delle ideologie o dei colori politici di chi l'ha eletta a dimora. Non posso vantare studi specifici, ma l'impressione è che, in questo caso, la tipologia architettonica preceda e, in qualche modo, elida la fisionomia dei tipi umani. Attraverso la cinta esterna varia occhieggia un giardino. Ma non è detto che il giardino ci sia. Può bastare anche una aiuola sottile sottile, o un camminatoio in pietra o cemento. Sul "pezzo di terra" (che è la vera conquista della "villetta"), anche quando assume le dimensioni d'un vero e proprio prato, è la casa a sedersi grassa, a imporre la sua lingua. Non mancano episodi di "nonfinito", ma la sua autorità non s'incrina. Degli interni non si può che supporre una dimoratipo da centro commerciale ma, al di qua di ogni ricamo dell 'immaginazione, possiamo dar per certa una sequenza di televisori, dalla sala alle camere dei ragazzi, e un ampio campionario di tecnologia domestica, dalla cucina abitabile alla lavanderia nel seminterrato accanto alla cantina e alla gloriosa e immancabile "tavernetta" - così almeno funziona nel Nord. In questo composto teatro domestico risiede una famiglia apparentemente soddisfatta, una famiglia non fotografabile perché tanto ha fatto per essere "detta" dalle mura della propria casa che di fatto non esiste. Il paradosso della villetta è quello di dichiarare saldezza e unità e, al contempo, di essere socialmente analfabeta, ovvero di non esprimere coesione di classe ma, semmai, complicità di clan tribale. L'alfabetizzazione etico-politica - più esattamente il linguaggio dell'opinione - è sostanzialmente televisiva. Spento il televisore - anzi i televisori che depositano in ore e magari in stanze diverse la quota quotidiana di immagini - resta la solitudine e la mite arroganza della casa. La villetta non dialoga col paesaggio: è il paesaggio. A guardarla dall'esterno, prima di suonare il campanello con il nome a fianco, comincia già a ringhiare come un cane lasciato solo a difesa. Un ringhio sordo e continuo che dice lasciatemi in pace. Ecco: la pace. A guardarla da fuori, ti sembra di capire che è pace la parola chiave. Una pace non opposta alla guerra e neppure alla confusione e al rumore giacché gli interni non promettono il silenzio di un ipotetico raccoglimento. Si tratta d'una pace rispetto agli altri, una promessa di non essere altro, di non essere altro da ciò che la casa dice di essere. La distanza dal!' altro modella l'aria, le cose, il bello e il brutto, il buono e il cattivo. La villetta esclude etica ed estetica con un solo colpo di spugna. La villetta è sostanzialmente indifferente. Si passeggia per un isolato o lungo una strada disseminata di villette recenti: nessun motivo vi ci ha portato, nessun motivo che non sia accidentale vi ci riporterà mai più. Niente vuol essere veramente visto, nulla vi chiama. Anzi il passo sarà cauto, silenzioso, imbarazzato. Tutti sanno - e anche voi lo sapete - che non siete lì per una visita giustificata, tanto meno dalle ragioni del bello (o finanche dello strano). Ci vuole una ragione forte, esclusiva, sicura per battere quelle strade. Altrimenti siete degli ignari che si sono persi, o dei sospetti. Sono case pronte ad assalirvi, a quel punto. Passeggiare in un agglomerato di villette è, paradossalmente, più rischioso che attraversare il vecchio quartiere malfamato di una grande città, giacché qui l'agguato, il conflitto, la violenza sono tutti interiorizzati. Lo spazio della villetta è uno spazio tolto alla comunità, uno spazio, per definizione, non condivisibile (o condivisibile solo accedendo al codice non scritto che forme erratiche di aggregazione e separazione dettano giorno per giorno). Il viandante si sottrae, è addirittura negato perché, nel suo andare, trasforma il presente in passato, il percorso in distanza, mentre qui il presente ha da essere presente, lo spazio è tutto accecato dal!' indifferenza. Mi chiedo che immagine di esistenza comunica la villetta, con che immagine di vita abbiamo a che fare noi che stiamo fuori e loro che stanno dentro. Un'immagine di normalità, viene automatica la risposta. Normalità. Senza dubbio. Ma la norma, qual è? A chi e a che cosa bisogna risalire per stabilire il contenuto di quella normalità? Alla famiglia? Forse. Ma se così fosse questa normalità avrebbe un'inevitabile connessione con l'istituto famigliare nel suo complesso e con tutto il corpo sociale. Invece no. L'impressione è un'altra. L'impressione è che la famiglia qui abbia la mera forma di un edificio e che chi lo abita, pur avendo ovvie relazioni quotidiane con luoghi di lavoro, istituzioni, mercati, persone (tutti altrove, segnalati tutti dalla presenza di auto, il doppio mobile della casa), quando vi ritorna aderisca alla propria normalità, alle dinamiche - o nondinamiche - del villaggio, del gruppo chiuso, della casa. E la stessa casa, anche quando è deserta, fa loro le veci, parlando la lingua piatta ma autoritaria di una legge indifferente alle altre leggi. Costruita come una struttura sostanzialmente difensiva, la villetta è la forma intrinsecamente più aggressiva delle forme che occupano il paesaggio dell'Italia contemporanea. Il fenomeno "villetta" - una trasformazione strisciante, non certo identificabile con un passaggio netto, marcato - ha sottratto al "paese" (indubbiamente più famigliare, di tradizione contadina) la sua rusticità e ha aggiunto alla città una propaggine di "rusticità" regressiva. La "villetta" insomma, che formi o no agglomerati, rimanda al villaggio, e a un'accezione di "villaggio" molto americana, molto Mid-West. Non più provincia, non più metropoli, ma dell'una e dell'altra erede ingrata, la forma-villaggio s'avvia a bruciare la residua identità di cittadino a cui la politica continua a fare riferimento. Ma qui esistono ancora "cittadini"? La sostanza giuridica e storica del "cittadino" costituisce ancora un valore per il

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