Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

cità dell'esperienza, cui non deve anteporsi unfine. Se la finalità di una lettura esiste, esiste nel momento in cui ci modifica. Questa finalità allora la esperiamo piuttosto che intellettualizzarla. "Non leggere per (per imparare, per divertirsi, per scrivere, per parlare, per pensare, per evadere, per ricordare). Leggere senza per (. ..) Leggere nel presente per leggere il presente": non è un compendio di quanto vuole esprimere? È una meta che non sempre riesco a raggiungere. Siamo spesso condizionati da tanti altri fattori, distrazioni e impegni. Ma l'aspetto più importante del leggere è la modificazione che il libro introduce in noi; non il libro in quanto tale, ma noi in quanto modificati dal libro. Nei suoi saggi, specie in quello sul mito, c'è una viva attenzione ali' etimologia. In un'indagine a proposito, della radice dei termini "mito" ed "epopea", ricorda a un certo punto l' etimologia della parola "tempio", che deriva da "ritagliare". "Tempio" quindi come "spazio ritagliato", perciò spazio sacro. Questo mi hafatto pensare al significato opposto di ciò che è indifferenziatamente omologato. Tale prospezione etimologica suggerisce l'immagine della società dei "piccioni viaggiatori", titolo dello scritto sul viaggio e sulla sua perdita di senso nell' odierna frenesia di spostamenti. Ho notato un certo impegno anche nel senso di una denuncia dei mali sociali, (ricordo a proposito anche il saggio La violenza sugli indifesi). Quale funzione può avere uno scrittore nella nostra società? Vedo una convergenza tra irresponsabilità linguistica e irresponsabilità etica. La nostra società è dominata da una grave irresponsabilità linguistica. Mi interessa l'etimologia perché riconduce non solo alla storia delle parole, ma ai significati primi, originali, che spesso irradiano la loro luce sul percorso della parola, sul suo destino e sul termine attuale del suo percorso. La parola ha un'energia potenziale che va riscoperta. Hillman parlava di divinità che si occultano nelle parole. Il discepolo più geniale di Jung diceva che gli uomini temono la parola perché essa non è soltanto l'espressione di un concetto, un immagine o un pensiero, ma una realtà operante. Non a caso il nostro secolo sposta continuamente l'attenzione sui significanti anziché sui significati. Il significante è meno temibile. Il significato è invece una realtà che può essere anche tremenda, numinosa. Penso che insistere sull'importanza di un linguaggio responsabile in cui uno possa riconoscersi al proprio meglio (al proprio peggio avviene comunemente), sarebbe già un passo verso un atteggiamento etico di fronte ai problemi. Non a caso volgarità del linguaggio e volgarità dei comportamenti convergono. Quando lei affronta la psicoanalisi lo fa spesso per denunciare un linguaggio colpito a morte dalla sua riduzione a gergo o a linguaggio specialistico. Poco rimane della ricchezza della lingua usata da Freud - che riprende l'orizzonte della mitologia greca per ricreare un linguaggio nel!' inconscio - se si confronta con la povertà degli epigoni. Gli epigoni fanno il processo inverso di quello che ha fatto Freud. Freud è partito dalla ricchezza inesauribile dei classici, dai quali ha esplicitamente attinto. Quando attacco la psicoanalisi, attacco sempre gli epigoni scolastici, che riducono a formule quella che in Freud era intuizione visionaria, e procedono in senso contrario rispetto a un artista. L'artista può essere partito da condizionamenti genitali, da complessi psicologici anche insidiosi, ma il suo percorso è stato quello di uscirne per scoprire siMAESTRI/PONTIGGIA 55 gnificati infinitamente più ampi. Loro invece riducono questi significati ampi al punto di partenza. Uno dei modi più banali di avvicinare da una prospettiva psicoanalitica la ricerca artistica. Nel saggio sulla figura dell'Anonimo nel Manzoni, lei parla del tacere e quindi del silenzio come controcanto della scrittura. "Dire significa contemporaneamente tacere, omettere significa includere, esitare significa suggerire". Poi parla di scultura: "Il vuoto, nella scultura, è importante come il pieno. La pausa, nella musica, importante come la nota. Lo spazio, nel!' architettura, come i suoi confini ..." Qual è il nesso tra tutto ciò e l'Anonimo? La parola è una rivelazione e un'illuminazione nel buio: nel buio vengono ricondotte tutte le altre possibili parole che era lecito sostituire. Omero, iniziando l'Iliade con "Cantami l'ira ...", ha implicitamente escluso tutti i significati della guerra non ricompresi nel termine "ira". L'Anonimo rappresenta l'alter ego di Manzoni, la lotta di Manzoni con se stesso. Ali' Anonimo vengono attribuite responsabilità e colpe che l'autore non vuole assumere in prima persona. È una proiezione, un io occulto, sinistro, perché Manzoni rinuncia ad alcune potenzialità artistiche attribuendosi un'intelligenza inferiore alla propria. È un caso molto strano: Manzoni era un uomo di un'intelligenza sovrana, ma al tempo stesso non ha esaurito con tutti i mezzi di cui disponeva (premetto che lo considero uno dei massimi prosatori) alcuni temi quali per esempio il racconto della monaca di Monza, della tragedia dell'infanzia, o la parziale illusione del tema amoroso. L'Anonimo incarna il suo io rimosso, la figura del silenzio, della reticenza e dell'omissione. Il "futuro" del romanzo è una questione stancamente dibattuta da quasi un secolo. Lei ha trattato il problema in modo molto ironico. Nel saggio Linneo e il romanzo contemporaneo parla del romanzo come di un genere che non ha più specie per concludere che "come genere però non è mai esistito. Bisogna inventarlo". Attorno a questa polemica sono fioriti moltissimi fraintendimenti e pregiudizi. Il romanzo è in realtà qualcosa di cui scopre il senso al termine del percorso che conduce a scriverlo. Quanto lei dice a proposito di Dante ("in un'opera autentica occorre perdersi e ritrovarsi") significa che un vero percorso deve essere linguistico e insieme esistenziale. L'ostinato voler dire "in anticipo" cosa sia il romanzo mi pare riveli una sostanziale sfiducia nella narrativa come arte. Cosa pensa a proposito di questa annosa polemica: non le pare che alimenti soltanto sterili pregiudizi? È un equivoco, quello che dà spunto a tale polemica, sorto su altri equivoci. Ho voluto passarne in rassegna una serie nata intorno alle diverse specie di romanzo. Penso che il romanzo di Manzoni non sia un vero romanzo storico, e analogamente quello sociologico di Balzac, quello esotico di Kipling e Conrad o quello erotico di Laurence. Tutte queste creazioni sono qualcosa di infinitamente più complesso della classificazione che siamo soliti attribuire loro. È un equivoco identificare il romanzo con la specie in cui di volta in volta si incarna, perché questa specie è illusoria (Manzoni a un certo punto dichiara che il suo romanzo non era né storia né invenzione: era un compromesso irrisolto. L'intento di Balzac non è stato quello di offrire un quadro sociologico dell'epoca, semmai un affresco visionario). Tuttavia, è stato un equivoco fecondo, perché ha illuso molti scrittori e ha dato loro la parvenza di una meta per cui impegnarsi. Oggi, questa meta si è persa, poiché da un lato abbiamo acquistato una

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