54 MAESTRI/PONTIGGIA Borges, cui si è attribuito un uso costante dell'ossimoro, di fatto risulta molto parsimonioso con questa figura retorica, proprio perché la sua scrittura non si lascia ridurre a un impianto retorico. E ciò grazie a un'istintività narrativa più forte di quanto crederebbero i suoi interpreti, spesso ciechi di fronte all'uso inventivo che Borges fa dei materiali culturali. In uno scambio equivoco tra testo e interpretazione, mi è capitato di vedere attribuito a Petrarca o a Villon, come meta di un impegno creativo, il rinnovamento delle forme letterarie e metriche. Ma questi aspetti, pur importanti, considerati nel contesto generale della loro vita, rischiano di venire sopravvalutati in un approccio specialistico. Viene così trascurato l'orizzonte in cui si muoveva lo scrittore, negando gli aspetti più importanti della letteratura. A proposito di questi aspetti, c'è una sua osservazione che a mio parere riguarda il cuore della letteratura e del!' arte in genere, e rasenta temi scomodi da affrontare, prossimi a un territorio di difficile definizione. Nel saggio che porta il titolo del romanzo Tomo presto di James Barlow, leggiamo: "Riesce al narratore ciò che è concesso solo ai maestri: di essere dentro il personaggio e insieme di mostrarcelo a distanza, nella cornice più ampia che ci accomuna a lui." Questo rendere compatibile l' esattezza della definizione di uno spazio limitato e un rimando ali' infinito, dà luogo a una frizione da cui può scaturire il mistero del!' arte. Come si può essere attentissimi al particolare e nel contempo avere la consapevolezza del quadro più generale della vicenda? È un problema centrale, che ogni tanto traspare in modi curiosi. Per esempio, si attribuisce a uno scrittore l'intenzione di andare oltre la letteratura. Io sono convinto che tutti gli scrittori degni di questo nome pensino a questo. Se riduciamo la letteratura a una serie di testi, di codici che si rinnovano, di tradizione che si articola attraverso trascrizioni, facciamo un discorso che ha una sua validità critica, ma che è infinitamente riduttivo rispetto alle ambizioni che animano il lavoro artistico. L'ambizione di un artista può essere scambiata, e al limite da lui stesso dichiarata, come quella di rinnovare un genere o di modificare un linguaggio. Questo può anche essere vero. Tuttavia, i significati profondi del suo lavoro vanno ben oltre un rinnovamento di linguaggio formale. Ciò a cui mira è di creare significati che possano reggersi e dilatare le proprie potenzialità in un contesto più ampio, che riguarda la vita in generale. Lo spaziare in territori che esulano, ma al tempo stesso sono intrinseci alla letteratura, è una caratteristica della raccolta: si insiste per esempio sul mondo del!' infanzia, la libertà interiore, sconfinata, il linguaggio amoroso. Nel saggio su Majakovskij è proprio questo linguaggio a restituire una libertà che, giungendo al diminutivo, al soprannome, crea un codice privato capace di scombinare l'ordine della comunicazione. In un ritorno al paradiso dell'infanzia, Majakovskij si firma "Il cucciolo" nelle lettere a Liii Brik. Convivono nel volume aspetti che non sono extraletterari, benché la critica spesso teme di parlarne, essendo difficili da riannettere a un discorso propriamente letterario, linguistico,filologico ecc. Penso che lei abbia il coraggio di dire tutto ciò con molta elasticità. La letteratura esige il coraggio di confrontare l'oggetto della propria ricerca con il significato che deve assumere nel contesto della vita. Questa modalità viene elusa dal critico che afferma: di questo non si può, è inutile parlare. Ciò si può capire in un critico che compie una ricerca settoriale, ma uno scrittore deve fare esattamente il contrario. Deve misurare il senso della ricerca specifica con il senso della ricerca in generale. Riguardo a questo "coraggio", mi ha stupito lo spazio che lei dedica al suo incontro con la parola di Krishnamurti. Uno scrittore occidentale che tratta aspetti riguardanti la speculazione orientale suscita multiformi diffidenze, che spesso si risolvono in una messa a margine e in un fastidio del!'" intelligenza ufficiale". Fastidio che viene a stento trattenuto soltanto difronte ad approcci specialistici. Pur temendo un accostamento "facile" a tali problemi, lei ne parla. Ricordo un suo racconto, parte della raccolta, Vite di uomini non illustri (Mondadori, 1993), dal titolo Una goccia nell'oceano divino, in cui convivono caustica ironia e pietà profonda nei confronti di coloro che si rivolgono ali' Oriente con atteggiamenti speranzosi e troppo ingenui. Tuttavia, sembra che, parlando di Krishnamurti, lei esprima qualcosa di diverso. La lettura di Krishnamurti è stata importante perché ha agito su di me, nel senso che mentre lo leggevo e anche in seguito, sono riuscito a tradurre in comportamenti interiori quello che lui suggerisce. Una lettura che ha agito nel senso personale più diretto. Esercito una satira non priva di comprensione nei confronti dei gitanti della storia o dei turisti della sapienza. Un approccio superficiale è più pericoloso dell'ignoranza, che se non altro lascia uno spazio al dubbio, al mistero e all'interrogazione, mentre la conoscenza superficiale dà l'illusione del possesso di una sapienza mancante. Così come, per esempio, viaggiare male può essere peggio che non viaggiare. Il viaggio alimenta le speranze fantastiche; l'esperienza mal vissuta dà invece la sensazione illusoria di aver viaggiato mentre si è rimasti al punto di partenza. Fatte queste premesse, posso dire che ho avuto sempre interesse profondo per il pensiero orientale; ma non è tanto un problema culturale. Il discorso sull'Oriente viene di solito circoscritto ad ambiti settoriali, specialistici o culturali. Mi interessa invece mettere in luce come questa lettura avesse modificato il mio comportamento e comunicare tutto ciò che mi aveva dato sul piano di una comprensione più sottile, più ramificata, del mondo. E non ho nessuna resistenza a parlare di Krishnamurti e del suo pensiero, perché in fondo è l'incontro con una persona e un universo che è entrato a far parte della mia esperienza. "Meglio non viaggiare che via?giare male". Quindi, meglio non pensare che avere pregiudizi. E un nodo centrale del suo approccio al testo. Quello che insegna Krishnamurti è di lasciare spazio in sé alla realtà, affinché non ci siano mediazioni che ne inceppino lafruizione. Ciò trova un nesso con i suoi saggi sulla lettura, che si sostanziano in un progressivo chiarimento di tutti i nostri pregiudizi nel!' affrontare i testi. Per cogliere la singolarità di un libro occorre che la lettura non sia viziata da atteggiamenti preconcetti. La lettura è un campo che mi interessa molto, perché ho una serie di tendenze maniacali di cui voglio liberarmi attraverso la consapevolezza e il racconto. Krishnamurti suggerisce di non fare confronti. L'attenzione culturalistica, storica, strumentale, sono meno importanti del dialogo con il testo e con se stessi, che è l'aspetto più importante della lettura concepita come esperienza. Nel saggio che appunto si intitola Leggere, viene elencata una serie di approcci da sfatare: il possesso intellettuale del libro, il culto della completezza ... Tutti ostacoli ali' intensità efeli-
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