Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

52 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE ElsaMorante a Capri. Foto D'Elia. plicità dei comportamenti, la discrasia fra sfera emozionale e realtà non risparmia certo la metà maschile del mondo. Ma nel caso della donna, la lacerazione interiore non è una metafora: è un dato di fatto concreto, una verità dolorosamente "scritta" - incisa - nel suo stesso corpo. Ecco allora che nella raffigurazione del "disagio della civiltà" la dimensione storico-sociale e la dimensione psicoantropologica vengono a formare un plesso indissolubile: le contraddizioni della società italiana contemporanea (colta in diversi luoghi e momenti del suo sviluppo) e i rovelli nevrotici diagnosticati e indagati dalla psicoanalisi si avvalorano reciprocamente. Di qui la scelta (tanto risoluta quanto criticamente consapevole) del romanzo, come unica forma letteraria in grado di dispiegare sia la vertiginosa complessità del soggetto, sia il molteplice intrico delle relazioni personali. Finora sull'opera della Morante esistevano saggi, interventi, recensioni, contributi spesso autorevoli, a volte acuti, ma parziali. Mancava un'interpretazione org~ica che lumeggiasse l'insieme di un'esperienza contraddistinta in pari misura da ossessive ricorrenze e da brusche variazioni di rotta e di strategia. La lacuna è colmata dall'ampio, accurato studio di Giovanna Rosa Cattedrali di carta (sottotitolo Elsa Morante romanziere, Il Saggiatore, pp. 364, Lire 35.000). A esser prese in esame sono principalmente le quattro grandi opere, nelle quali, in differenti fasi della propria vita, la Morante tentò di dar forma a immagini sintetiche e totalizzanti deUa realtà - "cattedrali", appunto - secondo i più ambiziosi propositi del genere romanzesco; ma un'attenta trattazione è riservata anche agli scritti minori (preparatori o interlocutori), quali racconti (Lo scialle andaluso), saggi (Sul romanzo, Pro o contro la bomba atomica) e, soprattutto, le poesie del Mondo salvato dai ragazzini. Poco spazio viene invece concesso al racconto del 1935-1936 Qualcuno bussa alla porta, tuttora inedito in volume, e d'altronde già analizzato dalla stessa Rosa in un saggio uscito nella miscellanea Per Elsa Morante ("Linea d'ombra", Milano 1993). L'indagine punta, con ammirevole chiarezza e rigore di metodo, all'illustrazione delle strutture narrative. Elementi autobiografici e psicologici - che per fatale paradosso critico rischiano di risultare vischiosi e fuorvianti proprio nel caso degli scrittori più appassionatamente votati all'arte - sono chiamati in causa, con funzionale parsimonia, solo in quanto contribuiscano direttamente a chiarire aspetti delle varie opere. Di quest'ultime vengono prospettati i fattori costruttivi, quali si mostrano alla luce di un'agguerrita strumentazione critica: dal "patto narrativo" con i lettori al sistema dei personaggi, dalle intonazioni della voce narrante alle configurazioni spaziali e temporali, dall'ordine degli intrecci alle immagini archetipe, dal l'armamentario retorico e linguistico alle implicazioni e alle impasse ideologiche. Lungi dal ridursi a riflesso di un'incontrollata e accesa ispirazione, la proverbiale commistione morantiana di istanza realistica e propensione visionaria assume così una concreta fisionomia testuale. Ne risultano valorizzate, in particolare, le scelte di precisi modelli formali all'interno dell'universo romanzesco (il Familienroman, la favola iniziatica, il romanzo neostorico), cui sottostanno differenti progetti di dialogo con i destinatari selettivi. Di volta in volta, immancabilmente, l'indagine critica perviene a una stretta. La grandiosa mobilitazione di risorse espressive messa in atto dalla Morante non si risolve mai in una costruzione armoniosa, dalle classiche e simmetriche proporzioni: bensì in edifici arditi e compositi, da pilastri poderosi e dalle guglie e cripte specularmente impervie, che riluttano a lasciarsi abbracciare in un solo sguardo. In particolare, Giovanna Rosa rileva la ricorrenza di "scarti" strutturali poco oltre la metà di ciascuno dei quattro romanzi morantiani: circostanza non eccezionale, come ben sanno i lettori di Stendhal, e indiretta conferma di un'intima contraddittorietà di visione che non manca mai di ripercuotersi sulle strategie narrative adottate. Non occorre precisare, d'altro canto, che il fascino della Morante nasce appunto da una dovizia stilistica e da una pregnanza introspettiva parimenti restie a placarsi in forme levigate e chiuse. Tanto più meritoria, di conseguenza, appare l'impresa di offrirne un'interpretazione complessiva: che oltre a costituire una tappa fondamentale nella storia della critica morantiana fornisce anche un solido riferimento per valutare la portata del "morantismo" nella narrativa italiana di questa fine di secolo.

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