Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

50 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE contemptus). Poi apriamo proprio il Corriere della Sera (supplemento "Sette" del 15 febbraio 1996) e tra un servizio su Elio e le storie tese e l'ultima cazzata di Philippe Daverio, ecco la Valduga "dark lady della poesia italiana", vestita di similpoesia, tacchi a spillo e minigonna, sputtanata. Il gioco si fa chiaro. Il gesto è smaccato, smaliziato. Capiamo perché sul libro c'è scritto "Teatro", e questo sì ha il sapore di una denuncia. TEATRODELLEMERAVIGLIE IL PINOCCHIO DILELELUZZATI Giuseppe Pontremoli Vuoi più bene al papà o alla mamma? Preferisci i baci o le carezze? Ti piace di più Faulkner o Guimaraes Rosa? Cézanne o Chagall? Domande che stuzzicano all'assassinio. Ma si finisce poi per convivere anche con il rischio. Vale infatti sicuramente la pena di dannarsi, se la causa della dannazione proviene dal non avere saputo decidere per troppo amore; dall'avere preferito l'ammettersi ingordi oltre ogni misura, al piegarsi a costi e rinunce impossibili; dal non essere riusciti a trovare la vigliaccheria necessaria per far credere d'essere uomini tutti d'un pezzo che sanno tranciare e tranciarsi. E così, adesso che vedo scolpirsi su labbra e labbra e labbra una domanda analoga, sento che mi risulta esser arduo di molto il tenere la mano lontano dal coltello. Tra l'altro si tratta delle stesse labbra, e sormontate dagli stessi occhietti da tribunale, che a suo tempo m'avevano intimato di scegliere tra il Pinocchio di Roberto Innocenti (Edizioni C'era una volta) e quello di Lorenzo Mattotti (MilanoLibri). Allora, per mia e loro fortuna, l'avevano scampata a motivo esclusivo del fatto che io ero lì, in adorante estasi per quei due universi così inconciliabilmente complementari, e non m'era nemmeno riuscito di dire un inappellabile "Ma mi faccia il piacere!". E adesso ricominciano. Ricominciano perché è uscito, per le Edizioni Nuages, un altro Pinocchio: quello illustrato dal grande Emanuele Luzzati. Ma io, incurante del fatto di avere già detto le stesse parole sia per il Pinocchio di Innocenti sia per quello di Mattotti, lascerò perdere tutto e dirò semplicemente l'unica frase che mi suona sensata: questo Pinocchio è una meraviglia. Lo è per diverse ragioni. La prima è il piacere che se ne ricava guardando; la danza di colori e di ombre in cui ci si trova anche aprendo un po' a caso tra le singole tavole. Le quali tavole sono, ognuna, compiutamente scena e racconto. E questa è un'altra delle ragioni che fanno di questo libro una meraviglia: una meraviglia pienamente luzzatiana e al tempo stesso altrettanto pienamente collodiana e pinocchiesca. Si potrebbe pensare che l'insistita connotazione scenica possa derivare dal fatto che Luzzati è in ben più che larga misura uomo di teatro. A me però piace pensare che essa derivi invece soprattutto, se non esclusivamente, da una lettura attenta, profonda e, per così dire, "umile" del libro di Collodi. "Umile" nel senso che ricalca e ribadisce - e anche rinforza, con la felicità del proprio segno pittorico - quella che a mio parere è la cifra principale e peculiare di Pinocchio: il teatro. E come il testo di Collodi risuona della propria essenza prima, l'oralità e appunto il teatro, le illustrazioni di Luzzati fanno risuonare il narrare del legno dell'onnipresente palcoscenico. In questo senso le splendide tavole di Luzzati sono come ombre che riproducano non già la sagoma di un corpo, bensì la sua stessa anima. E come in teatro, dove non c'è finzione che riesca a eludere la materialità della scena, così in questa lettura di Pinocchio non c'è allegoria o metafora o simbolo o gesto che possa prescindere dal legno di quelle assi e dal loro inscif).dibilelegame con il legno del burattino. Questa meraviglia di libro ha però un difetto: pur contenendo due storie - quella per parole collodiane e quella per immagini luzzatiane - riporta un solo indice, quello con i titoli dei capitoli della storia di Collodi. Porrò rimedio io, allora, scrivendo qui il sommario dei dipinti. Tavola prima. Nella quale si racconta come Geppetto desse vita a Pinocchio, e come a questa nascita assistesse, abbarbicato sul fondale-casa, un nero figuro becconasuto che si direbbe fatto della medesima trista pasta di quelle fate incattivite dal non essere state invitate ai festeggiamenti e nascostamente lì convenute col solo intento di covare turpissimi propositi. Tavola seconda. La quale è un grande omaggio a Mangiafoco. Dove si racconta, in sequenza di dodici mirabilmente caleidoscopiche scene, la storia da cantastorie di quel che ebbe a succedere nel Gran Teatro dei Burattini. Tavola terza. Nella quale si racconta come non si riesca a non rendere un ulteriore omaggio a Mangiafoco, nonché agli abitanti del suo Gran Teatro. Dove altresì il losco nero becconasuto ci riprova, ma parrebbe stremato. Tavola quarta. Nella quale si racconta dell'Osteria del Gambero Rosso e di come, colà, i due che si davano per Gatto e per Volpe ben giustamente avessero facce luridamente polimorfe. Tavola quinta. Nella quale si racconta come Pinocchio finisse per essere impiccato a un ramo della Quercia grande. Tavola sesta. Nella quale si racconta del Campo dei Miracoli, e di come il grande Luzzati, solare, solarissimo, sapesse dimostrare, confermando, d'essere un gran mago anche per il notturno, per gli incubi, l'angoscia. Neri becconasuti senza fine, bagliori di tregenda. Tavola settima. Nella quale si racconta di come il potere abbia dita puntate, puntate in ogni dove, polipesco. Luridamente nero, inappellabile. Diceva Mandel'stam che "il potere è ripugnante come le mani di un barbiere": qui carabiniere e giudice, e le mani son quelle.

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