VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 49 UNA TERAPIAPOETICA OSSERVAZIONSIUEDALL'ULTIMLOIBRO DIPATRIZVIA LDUGA Enzo Mansueto La pubblicazione, agli inizi di questo 1996, del volumetto Corsia degli incurabili di Patrizia Valduga, edito da Garzanti nella collana Teatro, stimola alcune riflessioni, che forse val la pena abbozzare. Riflessioni particolari, attorno al percorso creativo della poetessa e riflessioni generiche, sulla situazione della scrittura poetica italiana attuale e dei suoi rapporti con l'impegno civile. "Scrittura poetica", dico; eppure il libro esibisce, come già riportato, la propria appartenenza all'ambito drammaturgico. Al di là della destinazione scenica (l'operetta è dedicata al1 'attrice Francesca Nuti, che già da qualche tempo porta in giro lo spettacolo Donna di dolori, terz'ultima fatica originale della Valduga), ritengo lecito considerare sotto la specie poetica l'oggetto in questione: perché ha natura monologica, perché ha natura metrica tradizionalmente lirica (sostanzialmente un serventese ritornellato), perché la scrittura non reca espliciti i segni di una necessaria messa in scena (che, come nel caso dell'operazione teatrale sopra citata, si trasformerebbe nel mero riferire un testo scritto, accessoriandolo - al di qua di una reale scrittura di scena, tessitura orale, phoné - con gli imbarazzanti spasimi affettivo-espressivi del ripetitore di turno), perché di derivazione poetica è il materiale citato, alluso, "campionato", nei marcati passaggi metaletterari (Dante, Leopardi, Pascoli ...), perché, pragmatisticamente, per ora abbiamo un testo scritto, dalle sembianze poetiche, che solo la paroletta "Teatro" impressa sulle soglie cartacee ci invita a considerare diversamente, e quella paroletta potremmo anche legittimamente interpretarla come un modo, come una disposizione del discorso, piuttosto che come un genere. Insomma, siamo di fronte a una scrittura poetica dall'atteggiamento scopertamente "teatrale", che per di più dichiara una propria vocazione "civile" (la quarta di copertina recita, nientemeno: "uno sdegno di matrice dantesca che la Valduga usa anche per ridare senso e dignità di vita a ciò che i nostri esausti tempi d'impostura tendono a non considerare vita"). Una vocazione che a un primo assaggio stride con l'idea che andava assestandosi di una Valduga erotica, intimistica, marcatamente rappresa nei registri lirici della soggettività e, soprattutto, arroccata in un colto lavorio (non stiamo qui a dire se postmoderno, restaurativo, ironico, archeologico o quant'altro) sulle maniere chiuse della tradizione, ben remote dal palpito attuale della vita, dalla prosa blaterante del reo tempo. Non vi è contraddizione: il coup de théatre del nuovo libro valdughiano (accompagnato da una promozione gazzettistica e patinata che spettacolarizza financo il corpo dell'autrice), non solo non tradisce i presupposti di una oramai riconoscibile ricerca poetica, ma nemmeno tradisce la tradizione. Anzi, nel non tradire la tradizione, se non nel senso di tradurla e condurla all'"errore" (al contempo, petrarchescamente, "sbaglio" e "nomadismo"), sta la fedeltà ali 'autrice di queste rime. Il punto è che la tradizione moderna del canto civile registra una accentuata vocazione allo spettacolo, al gesto teatrale, all'illusionismo (l'abusata poetica delle illusioni). In breve: l'orizzonte etico moderno, minato da un pensiero naufragante, incerto, secolarizzato, abbandonato dalla pienezza della Persuasione, reclama una retorica dei valori. La fragilità del bene è coperta, apparentemente risanata, dal frastuono megafonico delle forme dello sdegno: la Storia, le Istituzioni, i Monumenti, i Sepolcri, i Patriarchi, i Padri della Patria ... La grandeur, tronfia e un po' goffa, di un'anteriorità autorevole, ma tutta interna alla memoria letteraria (i "tempi avvolti/ in sonno eterno", gli echi della battaglia di Maratona, il busto di Pericle) è opposta, certo con malizioso disincanto, talvolta col risentimento dell'escluso, più spesso con l'insipienza pratica dell'inetto, all'insostenibile, forse impronunciabile, mediocrità del presente. Questo il Foscolo del carme, questo il Leopardi dei Canti, questa la tragedia del politico nell'Adelchi. La funzione civile diviene allora - ali' interno di un grande codice linguistico-poetico, difficilmente eludibile, generatosi storicamente, costitutivamente dal divorzio tra letteratura e vita - una funzione del testo, nei casi più deteriori un'indicazione tematica, nei casi più interessanti un'esibizione dei fragili meccanismi di composizione (come si compongono le salme, perpetuate nei sepolcri) delle istituzioni umane, della riduzione a immagine del Valore, delle tracce di una storia ideale eterna. Le ricadute civili dirette - la squilla dell'impegno - del testo non sono che effetti collaterali, a volte grotteschi, spesso strumentali (Leopardi "progressivo", Foscolo poeta della Storia, Manzoni cantore degli Umili ...). Quando il poeta smette i panni dell'illusionista, quando depone le forme dello sdegno, la patina del trucco, quando scoperchia i sepolcri, lo sdegno si fa vero, il risentimento monta, il disgusto corrode la consolante maschera funeraria. Così il vecchio Fortini: "Per questo paese non c'è salvezza. Per trent'anni questa frase mi sono rifiutato di pensarla. Oggi la penso e la credo. Ma che cosa ci sono stato a fare, fra le parole di questa lingua e tutto l'orribile schifo dell'arte, della poesia[ ...]" ("il manifesto", 28 aprile 1991). È un'agnizione tragica: il poeta riconosce nella chiacchiera i tratti familiari della propria arte, e si infuria, alza la voce, aggredisce. Di "civile" in un poeta civile non vi è che il riconoscimento e lo sputtanamento pubblico dell'illusione, la denuncia dell' inganno, di quello stesso inganno che ha ambiguamente sostanziato una propria estrema, residua, incantata identità. Sotto le mentite spoglie di un malato terminale (la condizione del letterato contemporaneo?), Yalduga intona il canto a grana grossa dell'apostrofe, dell'invettiva, della rampogna, assume le pose statuarie dello sdegno, attacca il direttore del "Corriere", il linguaggio da televisione, il ministro della Sanità, l'Italia di fascisti e tangentisti, l'Italia berluscona, Pippo Baudo, la luna leopardiana inflazionata, la similpoesia, Benni, la Tamaro, Eco, l'iniquità della legge Bacchelli, l'inquinamento, inciampando nella foga simulata in qualche endecasillabo anomalo, con l'accento secondario in quinta sede (ma anche questo fa parte del gioco retorico dello sdegno; il ruvido Iacopone assolveva l'irregolarità metrica, l'eleggeva a forma del
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