VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 47 da polis. Secondo Mouffe, una nuova concezione della politica implica nuove modalità di interpretazione delle identità, non costituite essenzialisticamente in opposizione ad altre, vale a dire concepite sulla base di principi di esclusione ed estraneità, bensì composte di una molteplicità di elementi, differentemente agonistiche piuttosto che fondamentalmente antagoniste, viste cioè come risultato di un processo ininterrotto "di permanente nomadizzazione (p. 110). Figura cara allo scrittore e fotografo Bruce Chatwin, che in Le vie dei canti lo aveva innalzato a categoria poetica e ragion di vita degli aborigeni australiani, negli anni Sessanta è stata soprattutto la filosofia di Deleuze e Guattari a parlare di nomadismo come prospettiva teorica e politica del tardo Ventesimo secolo e a proporre un orizzonte dominato dalla derritorializzazione e dal rizoma (la radice che si espande orizzontalmente, il principio antifondamentalista per eccellenza). "Fate rizoma e non radice", scriveva allora, "non piantate mai! Non seminate mai, scavate! Non siate uno, né multiplo, siate delle molteplicità" 5 • Inserendosi criticamente sulla scia di questa esortazione, Rosi Braidotti ha di recente tracciato un appassionato e stimolante percorso teorico e politico nel quale soggettività nomade acquista la statura di un vero e proprio progetto epistemologico. Nomadic Subjects è una raccolta di quindici saggi su differenza sessuale e teoria femminista, di cui Donzelli ha pubblicato in italiano una breve scelta (soltanto cinque capitoli, oltre all'introduzione, e un imperdonabile titolo reso al singolare)6. La figurazione della nomade, spazio mentale e culturale innanzitutto, diventa uno strumento che consente a Braidotti di ragionare in maniera del tutto rinnovata intorno all'agire politico femminile in un'epoca nella quale i soggetti hanno perduto ogni possibile caratterizzazione monolitica, e l'enunciato "in quanto donna", anziché affermazione di una essenza metafisica, diventa espressione di esperienze molteplici e spesso anche contraddittorie. Nel disegnare il raggio di azione del- ! 'intellettualità femminista nomade, Braidotti propone un modello di esploratrice poliglotta, né immigrata né esule, che affronta con spirito sanamente irriverente gli steccati concettuali e accademici della cultura dominante. Senza riserve, questo libro rappresenta un raro esempio di intelligente esercizio della critica culturale e politica da parte di una studiosa femminista, espressa con tono divertito e coinvolgente, visionario e ironico insieme. In esso (mi riferisco sempre alla versione inglese del libro) vengono affrontati alcuni essenziali problemi della condizione delle donne e del dibattito filosofico in questa fine di secolo, dalla riproduzione artificiale alla pornografia, dall'etica in Foucault e lrigaray la programmazione dei "women's studies" nelle università, dall'immagine "mostruosa" delle donne ai cyborg, e molti altri. Dei tanti aspetti di questo libro ricchissimo che varrebbe la pena di evidenziare e sviluppare ulteriormente, in questa sede vorrei tentare di suggerire soltanto alcune possibili modalità d'uso in contesto italiano, preferendo mettere in luce anziché un carattere rigido di manifesto programmatico, l'intenzione apertamente propositiva che il libro senza dubbio comunica a chi legge. Friulana di nascita, Rosi Braidotti ha vissuto e studiato in Australia e in Francia; per molti anni ha insegnato in università nordamericane con sede a Parigi e successivamente ha vinto una cattedra a Utrecht; instancabile protagonista di seminari e convegni in molti paesi del mondo, le sue frequenti visite in Italia costituiscono immancabili occasioni di stimolanti e animatissimi dibattiti pubblici. Per quanto scarni, i dati biografici sono sufficientemente significativi da giustificare la collocazione di questa intellettuale nomade tra coloro che si trovano nelle condizioni ideali per poter svolgere un fondamentale ruolo di mediazione tra culture del femminismo molto diverse, come sono appunto l'olandese, l'anglosassone, la francese e l'italiana. Per diversi motivi infatti, Nomadic Su~jects/Soggetti nomadi (usiamo pure il plurale anche per indicare il titolo in italiano) può costituire un'eccellente occasione di dialogo più o meno ravvicinato tra le comunità di femministe che vivono e lavorano nei paesi di lingua inglese e quelle che si trovano in Italia, e in generale in Europa, dove - pur con riserve e in maniere diverse - la riflessione teorica (penso alla categoria di "gender", per esempio) e alcune esperienze (come quella dei "women's studies") sono stati riferimenti essenziali. Questo libro attraversa una molteplicità di lingue, paesi e tradizioni culturali e politiche, ma si rivolge anche a generazioni diverse. Parla infatti alle femministe storiche con lo sesso tono coinvolgente con cui si dirige alle donne (e agli uomini) più giovani; interroga criticamente gli esponenti attuali della tradizione poststrutturalista (Deridda, Lyotard) e quelli scomparsi (Foucault, Deleuze); si colloca a fianco delle figure femminili che hanno guidato il percorso di formazione del- ! 'autrice alla ricerca di nuove modalità di riflessione teorica in età contemporanea (de Beauvoir, Irigaray) e di alcune interlocutrici coetanee sentite come affini, che si rispettano al punto che con esse ci si può permettere anche di dissentire amichevolmente (Teresa de Lauretis, Judith Butler, Michele Le Doeuf, Adriana Cavarero). È un libro che si rifiuta di essere incasellato ali 'interno di una disciplina specifica, di un progetto politico settario, di una pedagogia angusta, di uno stile filosofico rispettoso delle regole stabilite dalla tradizione; esso sostiene invece che "è importante che le pensatrici femministe si sbarazzino dei modelli di identificazione maschile richiesti dal livello più 'alto' del lavoro teorico, per uscire dalle strutture paralizzanti di uno stile accademico esclusivo" (pp. 35-36). L'argomentazione di Braidotti si svolge saltuariamente in direzione antidogmatica e con tono irriverente, ma essa appare molto minuziosa nel disegnare nomi e luoghi che costituiscono paesaggi essenziali della propria maturazione intellettuale; ed è soprattutto quest'ultimo l'aspetto che vale la pena di evidenziare per contrasto con quanto accade in Italia. In effetti, le forme con cui viene organizzato il dibattito colto nel mondo anglosassone, femminista e non, quelle che permeano e pervadono il lavoro di Braidotti (come anche di de Lauretis e di Joan Scott, di Gayatri Spivak o di Donna Haraway), prevedono che si chiarisca con la maggiore accuratezza possibile dove ciascuna/o si colloca rispetto a questa o quella tradizione teorica, alla vulgata, ali' establishment, alle mode culturali, alle tendenze politiche. Talvolta ammirevole per la raffinatezza con cui ciascuna compone le tessere del proprio mosaico di referenti e sollecita un confronto ad alto livello, il dibattito femminista in ambito anglofono può anche pervenire a effetti estenuanti e ai nostri occhi apparire come un esercizio faticoso.
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