36 Popoli Cheich Amidou Kane 11 L' AMBIGUAAVVENTURA" IncontroconPaoloMattei Cheich Amidou Kane è un narratore vero, uno che racconta storie quasi per espiare una condanna, per interpretare al meglio un ruolo assegnatogli dal destino. Eppure - cosa davvero insolita all'interno d'una categoria che pecca spesso di egoismo e narcisismo - è pronto a giurare di non sentirsi realmente, sino in fondo, scrittore. Ha scritto un libro, è vero, pubblicato nel lontano 1961 (s'intitola L'ambigua avventura, ed è stato ripubblicato quest'anno per i tipi di Jaca Book, a cura di Cristina Brambilla), seguito da un altro, Les gardiens du Tempie, appena uscito in Francia, ma lo ha fatto quasi incidentalmente. Senza vanità. Semplicemente riflettendo sul proprio destino - in parte coincidente con quello di una generazione vissuta a cavallo tra colonizzazione neocolonizzazione -, consegnando i suoi dubbi e interrogativi alle pagine di un diario che è diventato uno dei libri più belli della letteratura africana degli ultimi decenni. "Non ho mai pensato di diventare scrittore", ha confessato timidamente qualche tempo fa, "perché non esiste questa figura nella mia cultura, che è quella dell'oralità". Amidou Kane è originario del Senegal e con il suo primo romanzo, da poco riproposto in Italia da Jaca Book, anche se non si è mai sentito scrittore, ha sentito per segnare e condizionare diverse generazioni di narratori del suo continente. Non ultimo quel Chinua Achebe che ha definito L'ambigua avventura "un grande romanzo africano e insieme una storia tra le più potenti della colonizzazione europea dell'Africa". In effetti è un romanzo che non si può leggere - da occidentali - senza provare vergogna e paura. Perché la diagnosi dei mali che inquinano il sogno e l'utopia che si chiama Occidente, è lucidissima e attualissima anche se ormai è vecchia di oltre 35 anni. La storia è molto semplice. Samba Diallo è istruito secondo i principi più rigidi della religione islamica, impara a memoria i versetti del Corano e ogni giorno di più si eleva verso le ragioni e i segreti del divino. Nel paese dei Diallobé, dove la sua famiglia ha responsabilità di guida del popolo, si discute animatamente per stabilire se è giusto inviare i giovani alle scuole dei colonizzatori, dove s'impara la medicina e soprattutto si apprende l'arte di "legare il legno al legno", per costruire case solide come la vita che i bianchi sembrano permettere loro. Eppure pochi guardano con entusiasmo a questa prospettiva (perché "imparando si dimenticherà qualcosa": la propria identità, le proprie tradizioni) che alla fine è scelta come male minore, riservando però solo ai giovani più promettenti - quelli con gli anticorpi della tradizione più attivi - l'avventura, ambigua e pericolosa, del confronto con l'Occidente. Samba Diallo è tra i primi. Arriva a Parigi (ricalcando un itinerario classico che è stato scelto anche da Amidou Kane, studente di filosofia e diritto per poi diventare, tornato in patria, funzionario di un Senegal neonato e più tardi dirigente dell'Unicef a Lagos e Abidjan), scopre tutti i rischi di un confronto tra non uguali, dove il pericolo di perdersi è ogni giorno diretta conseguenza di una diversità radicale. Da una parte il lavoro vissuto come alienazione, l'uomo in procinto di essere messo da parte ("l'Occidente è sul punto di poter fare a meno dell'uomo per produrre lavoro") seguendo così il destino di un Dio da tempo collocato tra parentesi: dall'altra il Dio che è sopra ogni altra azione dell'uomo, valida infatti solo in quanto ispirata direttamente dal Dio: la natura ancora padrona dei propri destini e portatrice di un segreto che l'uomo non intende violare. Sospeso tra questi due mondi, Samba Diallo finirà sacrificato al suo desiderio di conoscere in profondo ciò che comunque gli è estraneo. Per chi non si accontenta d'apprendere dall'Occidente - come giustamente aveva capito la Principessa - "l'arte di vincere senza aver ragione", il destino è segnato. La lacerazione è fatale e l'identità diventa solo dolore e nostalgia. "L'Occidente è indemoniato", sentenzia il cavaliere, padre di Samba Diallo, "e il mondo sta occidentalizzandosi. Invece di resistere per il tempo necessario alla follia dell'Occidente". Dialogando con Cheich Amidou Kane è proprio da qui che bisogna partire. In cosa consiste, per lui, la follia dell'Occidente? "Probabilmente è la violenza volta non solo contro la natura ma anche verso gli uomini. Dovete ricordarvi tutto quello che l'Occidente rappresenta per il nero: cioè il commercio e la tratta degli schiavi, la colonizzazione e lo sfruttamento. L'Occidente è anche la parte del mondo nella quale si sono svolte le guerre più violente e sanguinarie della storia dell'umanità. Di fronte a una violenza che nel contempo colpisce la natura e gli uomini, gli africani entrati in contatto con l'Occidente proprio attraverso questa storia, sono stati, per così dire, fortemente segnati e condizionati da questa esperienza che sembra essere davvero una follia." Nel "paese dei bianchi," dice Samba Dia/lo, "la rivolta contro la miseria non si distingue dalla rivolta contro Dio". È forse il suo modo per dire di no anche al marxismo? Sì, ali' epoca in cui ho scritto L'ambigua avventura ero estremamente cosciente del valore che in quell'epoca aveva l' ideologia marxista. Ho vissuto anch'io - giovane e studente - la mia tentazione nei confronti del marxismo. Perché da parte degli africani l'ideologia marxista era vista come una sorta di culmine delle rivendicazioni di giustizia, progresso e libertà, per di più all'interno di una visione scientifica della storia stessa. Tutti ideali, questi, che nei giovani colonizzati non potevano far altro che apprezzare. Ma nel contempo vi erano nel marxismo due caratteristiche che personalmente non riuscivo ad accettare. La prima rimandava proprio alla pretesa scientifica di questa ideologia: io ritenevo che trattandosi di una scienza umana essa non potesse permettersi la stessa precisione scientifica delle scienze esatte. Il secondo punto che mi allontanava profondamente dal marxismo era la sua pretesa di rigettare la fede religiosa e qualsiasi altra idea del sacro, ricacciandole nell'inferno della superstizione. Amio avviso, visto che l'ideologia marxista pretendeva di difendere gli interessi dei proletari, non teneva sufficientemente conto delle reali esigenze dei colonizzati. Essendo un'ideologia nata in Occidente, aveva la tendenza a valorizzare di più la difesa degli interessi della classe operaia, che apparteneva comunque al mondo dei colonizzatori. Ma secondo lei quanto era vero anche per il marxismo afri-
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