Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

32 il fratello maggiore di Hadj, si ritira dal sindacato, dal partito - dalla vita, insomma - e si rifugia nella lettura del Corano, non è in un movimento islamista, ma ha l'ideale o l'immagine dell'Islam degli inizi, della sua purezza, vuole ritrovare le fonti, è un po' la tendenza Salafista ... Ma c'è una differenza. Ci sono quelli che fanno così perché vogliono soltanto ritrovare se stessi, ritrovare la religione ma senza sfruttarla o utilizzarla per fini politici. Essi sono alla ricerca di valori puri, vogliono una religione non politicizzata e questo è normale. Mentre quello a cui assistiamo in altri paesi e anche un po' da noi, è che davanti a questa impotenza la gente è pronta a trovare un mezzo per sopravvivere e per realizzare una promozione sociale. Per esempio, se avessi vent'anni e volessi trovare un posto di lavoro e tutte le porte sono chiuse, e qualcuno mi dicesse: "Bisogna passare per un movimento islamista, dobbiamo organizzarci contro quelli che si impadroniscono di tutta la ricchezza, contro quelli che chiudono tutte le porte", ebbene io lo farei, al di là del mio grado di religiosità; è quello che sta succedendo in Algeria. È questa situazione sociopolitica che ha permesso una reinterpretazione dell'Islam in termini politici e, spesso, falsi. Non è I 'Islam come religione, come concezione, non è l'Islam come è stato vissuto nella storia, è una reinterpretazione politica e ideologica dell'Islam e noi non possiamo impedirla, poiché i regimi politici nei paesi arabi, e gli stessi partiti, non sono riusciti a mobilitare la gente su soluzioni ragionevoli basate sul razionalismo e il diritto. Il fondo del problema è quello che io chiamo "la ripresa". La ripresa dell'atto; la ripresa del progetto di un rinascita; la ripresa di quello che è cominciato cento anni fa e che ha conosciuto ristagni e battute d'arresto. No, non si può spiegare tutto ciò parlando semplicemente dell'Islam e degli islamisti, bisogna dire che è un Islam ideologico, politico e che è soltanto un mezzo usato, come per altri gruppi sindacali o mafiosi o di altre organizzazioni, per difendersi. La miseria, il ristagno economico spinge alla disperazione, questo è il problema, ma gli islamisti hanno questo vantaggio, essi giocano su una tradizione che esiste nel subcosciente delle masse e questo facilita molto le cose. Il gioco dell'oblio, cioè dimenticare il negativo e ricordarsi del positivo, una rimozione che consente di superare quello che può causare sofferenza e dolore. Possiamo vedere in questo gioco una forma di vigliaccheria - paura di gridare tutto ciò che non va - di cui i marocchini sarebbero affetti? Per me è piuttosto un gioco di racconto, di narrazione perché attraverso questo gioco sono arrivato a dire molte cose, e credo che quello che ho detto sia molto critico rispetto alla società e al regime. Dunque non è per scappare che ho fatto l'apologia dell'oblio ma come mezzo per far parlare la memoria, e come lei sa, la memoria è selettiva. Dunque, scrivere un testo o un romanzo è forzatamente scegliere, forzatamente far appello alla dimensione ludica, al gioco. Per me è questo il gioco: il gioco della narrazione, il gioco di far passare le cose, di dire e soprattutto dire cose violente; essenziali, ma non visibili, non troppo almeno, anche per questioni di censura. A mio avviso, mostrare al lettore che c'è un plurilinguismo nella stessa lingua, mostrare al lettore che c'è un conflitto a livello sociale; è più importante che esprimersi attraverso insulti verso cose sacre ... Anche questa è una scelta. Io non scrivo in astratto, scrivo in una società precisa, in un regime preciso e il mio interesse è che arrivi alla gente. Ciò detto non trascuro allo stesso tempo, la dimensione del piacere, voglio che anche il lettore trovi piacere leggendo un romanzo. Lei sa meglio di me, in quanto appartenente a una società "alta", che è molto difficile che un testo letterario trovi un lettore rispetto al dilagare dei mass media. Chi spingerà un lettore a prendere un romanzo o una raccolta di poesie per leggerlo? Bisogna che ci sia qualcosa di specifico che possa far uscire questo lettore dalla routine della tivù, dai sentieri battuti e dalle cose troppo ascoltate, per spingerlo a fare un faccia a faccia con se stesso, con le domande represse. Dunque bisogna proprio passare per il piacere: che egli trovi del piacere a le~gere questo testo e piano piano avvertirà che ci sono altre cose. E questo che difendo nella produzione letteraria marocchina. Sono allo stesso tempo critico rispetto ai miei colleghi che optano per una visione mitologizzata della scrittura. Lei è tra gli intellettuali che ali' inizio degli anni Settanta reclamavano "la giovane letteratura". Cosa ne è oggi di quella letteratura dopo venticinque anni? In realtà io faccio parte di quella generazione che ha iniziato il suo percorso nel 1960, e ho passato circa dieci anni a predicare per difendere la nuova poesia, il nuovo romanzo, il nuovo teatro, la nuova critica eccetera. In seno all'unione degli scrittori si è cercato di far arrivare le nostre idee, facendo molte conferenze, dibattiti burrascosi che andavano avanti ore e ore, ma si scriveva poco. Elemento centrale era la discussione attorno ali' engagement sartriano. Scrivevo delle novelle e degli articoli, insegnavo... insomma quello che si faceva era porre domande, problemi e cercare di sensibilizzare la gente. Dopo il 1970-1975 ho realizzato l'importanza della differenza nella scrittura, nella letteratura. Sono sempre stato impegnato in un paitito politico e proprio a partire dagli anni Settanta ho cominciato a capire che la letteratura deve avere una specificità rispetto al discorso ideologico e politico e ho cominciato a uscire fuori da questa concezione semplicistica del realismo, dell'engagement. Dopo trent'anni è difficile fare un bilancio, ma trovo che in ogni caso ci sia qualche cosa di positivo, nell'ambito della letteratura di espressione araba, in quanto non c'erano infrastrutture, case editrici, distribuzione, contatti con il pubblico e nemmeno testi e lo stesso abbiamo potuto realizzare delle cose. Oggi può trovare centoventicentotrenta romanzi di espressione araba e altrettanti poemi, pièce teatrali, novelle: insomma c'è una produzione. Ma oggi, 1994, c'è già una Nuova letteratura o è ancora la stessa generazione di autori di trenta anni fa? No, non credo. Personalmente non credo a questa storia di generazioni, soprattutto per i paesi arabi. La letteratura non può rinnovarsi in base a generazioni. Può trovare di tanto in tanto un manifesto, delle dichiarazioni di intenti di qualche autore, ma non c'è una produzione poetica o romanzesca che la giustifichi. C'è mancanza di accumulazione, non è una cosa volontaristica che si può fare così, volontariamente. Quelli che oggi producono sono quelli che appartengono alla generazione degli anni Settanta. Il critico letterario Lahcen Mouzouni in un suo libro dice che gli elementi costitutivi della cultura nazionale che si sono potuti individuare a partire dagli anni Settanta, e a proposito dei quali la maggioranza degli scrittori sono unanimi al di là delle loro scelte politiche efilosofiche, sono: "La lingua araba; il forte legame con il popolo la cui la cultura deve esprimere le aspirazioni, il suo essere storico e la capacità di rivoluzionare le strutture politiche e culturali che annichilano l'individuo" .5 Venti anni sono passati, la lingua francese è sempre più presente nella vita sociale e culturale marocchina; i legami con il popolo (di cui se-

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