Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

Popoli Con Mohamed Berrada Mohammed Berrada, nato il 1938 a Rabat, laurea in letteratura all'università del Cairo, ha vissuto a Parigi dove ha scritto una tesi su Mohammed Mandur e la formalizzazione della critica araba. Dal 1976 è presidente del 'Unione degli scrittori marocchini. Critico letterario, traduttore (R. Barthes; M. Bachtin; A. Katibi) e narratore, scrive in arabo pur parlando correntemente il francese, ed è proprio dal suo ultimo romanzo, Le jeu de l'oubli (Il gioco dell'oblio) che intendo cominciare. Nel suo romanzo c'è un personaggio, il "Narratore dei narratori" che, diciamo così,fa da trait d'union tra i differenti percorsi e personaggi. Perché ha introdotto questo personaggio? Non crede che questa presenza raziocinante, talvolta indiscreta, che riporta alla superficie, impedisca di tuffarsi profondamente nella lettura che, come lei dice in un articolo apparso sul quotidiano marocchino "Liberation" " ... permette una evasione immaginaria e una libertà totale 'provvisoria'" ?1 Era voluto per parecchie ragioni. Innanzitutto per creare nei lettori una certa distanza. Non voglio far credere che tutto ciò che racconto sia vero, quindi ho fatto in modo che si dubitasse di ciò che racconto da una parte e di rendere le difficoltà della scrittura come parte del tessuto romanzesco dall'altra. Mi iscrivo in quella tendenza della letteratura che scrive il romanzo e che riflette allo stesso momento sul romanzo, sul testo, sulla narrazione, in modo da fame parte. Parlando di queste difficoltà nel dibattito tra il Capo dei narratori, il Narratore e lo Scrittore, utilizzo nello stesso momento un mezzo per raccontare. Non è innocente, è un modo per spingere i lettori a riflettere su ciò che leggono, per spingerli a riscriverlo, se vogliono, poiché quello che ho scritto avrebbe potuto essere scritto differentemente. È per questo che ho messo tre inizi come riflessione su ciò che è essenziale nel romanzo: la scrittura, il linguaggio, la fiction. Nessuna innocenza, dunque. In Le jeu de l' oubli lei ha scritto "la libertà sembra ben pallida quando il linguaggio del rifiuto è assente, allorquando i sacrifici rituali della ribellione si diradano" .2 Mi può parlare di questo linguaggio del rifiuto? In quel libro ci sono vari elementi storici: il periodo precedente l'indipendenza e quello successivi, le mutazioni numerose e rapide, la sensazione dello scacco, le riflessioni sulla militanza, sul sesso, sull'amore, il rapporto con l'altro ... Di tanto in tanto, emergono delle voci che cercano di comprendere quello che è successo, e il personaggio essenziale di Le jeu del' oubli, Hadj, cerca di dimenticare quello che è successo per poter continuare a vivere. L'oblio è necessario per sopravvivere. Il conflitto con le forze reazionarie è una comparazione tra il sentimento di libertà prima dell'indipendenza, quando questo è ben chiaro e dopo l'indipendenza, quando è falsificato e privo di entusiasmo. li rituale è dunque necessario, in quanto diventa una specie di cemento tra i gruppi. Quando parlo di come la gente agiva nelle stradine di Fès, contro gli occupanti, era ancora il rituale che giocava; poi, dopo l'indipendenza, erano piuttosto slogan. Quando parlo delle scene delle elezioni sono slogan, che non costituiscono uno spirito collettivo. Questo vuol dire che tutte le certezze erano crollate, scomparse, si era nel tempo del dubbio, delle domande, della messa in discussione. 31 Il linguaggio del rifiuto è, se ho ben capito, il modo di mettersi in relazione con la realtà in quel periodo? Sì, si avverte che la persona di cui parlo, il giovane Hadj, continua a rifiutare i valori reazionari, i valori che falsificano l'essere umano, ma allo stesso momento vuole far sentire che questo non è più soltanto uno slogan. Il problema è allora come ritrovare questo rituale, questo spirito collettivo che dà al rifiuto il suo senso profondo. Un po' più avanti, riferendosi ai giovani d'oggi, lei dice: "Niente è peggio di una generazione privata del 'effervescenza, del 'entusiasmo della sfida che suscitano i sogni e la realtà di un'epoca" .3 Dunque almeno apparentemente, i giovani marocchini non hanno più speranze? No. Non hanno speranze, ma hanno entusiasmo, vogliono trovare un posto al sole, ma le porte sono chiuse davanti a loro, ed ecco perché finiscono in prigione e fanno qualsiasi cosa per esprimere il loro rifiuto. Sono prigionieri, intrappolati, poiché questo Stato si è installato su basi repressive, poliziesche. D'altra parte, ciò che ho tentato di segnalare come elemento di cambiamento profondo, è che il movimento di liberazione nazionale si basava su tradizioni ben radicate nel tessuto sociale, mentre con le mutazioni molto accelerate avvenute dopo l'indipendenza, i giovani ci sono, ma non sono radicati nella società, e quindi non arrivano a cambiare nulla. E questo costituisce uno degli aspetti della crisi. Una comparazione tra due società, quindi, due ambienti, due valori, due strutture eccetera. Lei crede che la sfiducia nel futuro sia una caratteristica solo della realtà giovanile marocchina o non piuttosto che sia diffusa in tutte le società e soprattutto in quelle occidentali? Credo che non si possa più parlare, oggi più che mai, di valori puri proprio a causa dell'acculturazione. Attraverso il colonialismo, i media e tanti altri mezzi, l'acculturazione è l'osmosi di svariati criteri, valori e modelli di vita. Dopo l'indipendenza, nei paesi del Maghreb c'era questo modello europeo che si cercava di importare o di prendere in prestito senza conoscerne i dettagli. Da ciò una domanda molto semplice ma che dominava gli spiriti degli intellettuali, dei politici e della gente: come imitare un modello simile? Questi trascuravano però una domanda più profonda: come l'Occidente è arrivato a questo punto e quali sono i meccanismi? I giovani del "dopo" trovano una crisi di cui certamente non sono responsabili, essendo cominciata tempo addietro e cresciuta su un lungo periodo, e inoltre non riescono ad avere un'istruzione valida, un lavoro, non arrivano a integrarsi, a vivere la loro libertà. Sono essi stessi in crisi e non sono responsabili. Bisogna dunque leggere le loro reazioni, i loro atti, i loro movimenti, come atti fisici, di gente che vuole vivere e non ci riesce. Ripristinare l'informazione, creare lavoro può non portare a niente, continueranno ad aggrapparsi a qualsiasi discorso o falsa speranza di tipo marxista, liberale o religiosa. In una lunga intervista apparsa su "Liberation", Said Naoui, islamista, segretario generale della Corporazione degli studenti della facoltà di diritto di Casablanca, ha detto "Gli islamisti dominano le diverse corporazioni studentesche del/' università sia a Casablanca sia a Mohamedia e in tutte le facoltà del 'università Hassan Il" .4 Ma allora è la generazione delle "barbe" e dei ''foulard" la generazione dotata del/' effervescenza e del 'entusiasmo di cui si parlava poco fa? Nel mio testo non parlavo di queste persone, ma di una tendenza in reazione allo scacco dei partiti politici. Quando Taya,

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