Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

Vivendo qui a Rabat, ho notato che non c'è molta vitalità, la gente sembra un po' insonnolita. Se gli anni Sessanta e Settanta sono stati gli anni della reazione; gli anni Novanta sono quelli del sonno? Tutto quello che ho detto fino a ora dimostra che gli anni Novanta sono proprio anni della reazione pura e semplice e anche quelli del fascismo. Non molto tempo fa l'Europa è stata marchiata a fuoco da idee negative e c'è voluto una guerra mondiale. Oggi chi potrebbe innescare una guerra del genere? A parte qualche piccola avventura di paesi africani che si sventrano tra loro senza alcuna conseguenza sull'equilibrio mondiale o anche in Bosnia Erzegovina o altri territori di cui non si parla, come l'Armenia e l'Af~hanistan. L'ex Unione Sovietica ha lasciato un virus terribile. E un vero cancro che rode l'Asia centrale. Come pretende che gli anni Novanta non siano reazionari? Nel senso etimologico la parola "reazionario" significa semplicemente "fascismo"; è il suo equivalente. Anche in Russia oggi assistiamo al risveglio del nazismo, di un fascismo integrale peggiore di quello di Mussolini, perché il Duce era meglio di questa gente, lui era poeta di certi ladri dell'estrema destra. Il nemico di Agoun' chich9 era la potenza coloniale che invadeva il paese grazie all'aiuto dei traditori e della diaspora berbera. E oggi, dopo l'indipendenza, chi è il nemico dei berberi? I berberi non hanno nemici. Il nemico di un berbero è lui stesso quando dimentica la sua lingua, le sue tradizioni e la sua poesia. Lei è ancora lo scrittore che non appartiene a un solo clan ma al popolo intero e che disprezza gli scrittori che si dicono politici e intanto si rifugiano nei salotti e in altre cappelle, come dice in un suo libro o anche lei ha incontrato la storia e, come Agoun' chich, ha deposto le armi e ha preso la corriera per Casablanca o per Parigi? Ci sono molti scrittori alla moda che si danno alla politica; io sono sempre stato piuttosto un politologo, cioè un critico della politica, ma quelli che vanno nei salotti a parlare di politica non conoscono la storia, lo fanno solo per un loro immediato interesse. Io conosco la storia, l'ho vissuta e la studio sempre. Cos'è la storia? È un qualsiasi avvenimento che si svolge altrove e, anche se apparentemente non mi riguarda, può avere immediatamente una ripercussione su di me e sulla gente con cui vivo. Mi può parlare di "Souffles", la rivista diretta dal poeta Abdellatif Laabi? Nel 1964, ero ancora alla direzione generale della sicurezza sociale, avevo fondato un manifesto poetico intitolato Poèsies toutes che può trovare nei libri. In seguito, Laabi è venuto a Casablanca. Eravamo i poeti di lingua francese più interessanti del Marocco e pensavamo che bisognava porre fine alla letteratura ordinaria, avevamo bisogno di una nuova letteratura, vera, non etnografica, non ideologica, ma riflessiva, se vuole. E cosa è successo? Io ho dato le dimissioni dal lavoro e sono andato in Francia. Laabi, con l'aiuto dell'Alleanza francese, ha creato "Souffles" con Sabouri e con me che ero intanto a Parigi. In seguito Laabi, recuperato dai politicanti di estrema sinistra dell 'epoca, si è politicizzato. Gli ho spedito una lettera dicendogli che per tagliar corto con tutte le chiacchiere doveva cambiare rotta. Non l'ha fatto e lo hanno arrestato. Non era un problema mio, ma ho agito affinché fosse liberato, all'epoca non c'erano diritti dell'uomo, nemmeno in America. 25 E ha passato dieci anni in prigione. Otto. Sono intervenuto non appena sono ritornato qui e quando sua maestà, che Dio l'abbia in gloria, ha saputo che io ero intervenuto, gli ha condonato due anni. Laabi è un vecchio, incurabile comunista. Io non ho niente contro i comunisti, tutti i comunisti. Chiunque essi siano, possono essere credibili, tranne che a certe proporzioni. Quali, scusi? Ebbene, mio caro amico, come lei ha detto poco fa, quando si fabbricano dei clan, delle cappelle, allora non mi piace, ne ho orrore. Non ha mai fondato una rivista in vita sua? No, ho scritto un manifesto cui ha fatto seguito una rivista di cui ero fondatore, non creatore. I creatori sono coloro che hanno messo i soldi per la pubblicazione, non io. Io ho contribuito con le idee ma ho smesso non appena mi sono reso conto che le idee che veicolava non corrispondevano più alle mie. Legende et vie d'Agoun'chich, 1984; Memoria(, 1991. Sette anni di silenzio. Perché? No, non silenzio. C'è un lavoro giornalistico immenso e un lavoro critico enorme tra il 1984 e il 1991 che non è stato ancora riunito in un libro. Non c'è stato silenzio, perché parla di silenzio? Perché la sua bibliografia presenta un libro ogni due o tre anni. Non c'è mai stato silenzio. Tutti gli articoli che ho scritto nel frattempo saranno raccolti da qualche studioso che ne farà l'oggetto non di uno ma di diversi libri, è vero? L'uomo politico interpellato di sorpresa, si scuote dal suo torpore efa sì con la testa versandosi un altro generoso bicchiere di ottimo Cabernet marocchino. Nel farlo, urta una delle quattro o cinque bottiglie vuote. "Sei troppo grasso" gli dice af fettuosamente il Maestro. Lui sorride e ritorna a stravaccarsi nella comoda poltrona occidentale. Albert Camus e soprattutto Emmanuel Roblès, quando la letteratura maghrebina e in special modo algerina, deve a questi due? La letteratura algerina niente. È la letteratura mondiale che deve a Roblès e a Camus la purezza dello stile. Ma in quanto direttore di collana alle Editions Du Seui!, Roblès ha aiutato parecchi scrittori a essere pubblicati. Non è questo il motivo per il quale si deve qualcosa a uno scrittore; è l'influenza che conta. Camus ha senza dubbio influenzato molti autori di tutto il mondo a livello mentale. Ma per ciò che riguarda la scrittura algerina questa non deve niente né a Camus né a Roblès. Prendiamo l'esempio di Kateb Yacine, che era mio amico. Yacine deve senz'altro molto di più a Faulkner e a Dos Passos che agli altri. In Nedjma si sente molto l'influenza degli americani. Albert Memmì ha detto "Lo scrittore colonizzato, faticosamente arrivato al!' utilizzazione delle lingue europee - quelle di colonizzatori, non dimentichiamolo - non può che servirsene per protestare in favore della sua. Questo non é né incoerenza né pura rivendicazione né cieco risentimento, ma una neces-

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