17 POPOLI ' CULTUREDIVERSITA Pochi i miti, molte, spesso difficili, le realtà. In Africa, intere popolazioni rischiano di scomparire travolte dall'integralismo religioso, dall'odio razziale e da un sistema economico che prospera sul sottosviluppo. Ma anche altrove, al di là dell'oceano, le identità culturali si estinguono, sotto l'effetto insidioso dell'omologazione. "Linea d'ombra" raccoglie il filo che unisce percorsi letterari e popoli erranti, attraverso saggi, voci, poesie. LEMONTAGNENUBA Renato Kizito Sesana Padre Renato Kizito Sesana è un missionario italiano. Si è schierato contro il governo fondamentalista di Khartoum insieme agli uomini e alle donne della resistenza nubana. Attualmente risiede a Nairobi. Di miti, in Africa, ne restano pochi. Ricordo la mia delusione quando, nel 1978, appena arrivato in Zambia, andai a visitare Mpezeni, il capo supremo degli Angoni. Avevo letto affascinato la storia degli Angoni, un gruppo di guerrieri che si erano staccati dalle falangi di Shaka Zulu in Sudafrica e, durante la metà del secolo scorso, si erano messi in marcia verso Nord, assoggettando tutte le tribù che trovarono sulla loro strada, sposando le donne locali, espandendosi fino a diventare un grande popolo. Raccontano una leggenda che richiama il passaggio del Mar Rosso degli ebrei: salendo verso Nord si erano trovati di fronte allo Zambesi e non riuscivano a procedere. Così il loro capo alzò le braccia e le acque del possente e rapido fiume, all'altezza di dove oggi c'è la diga di Cabora Basa, si fermarono. Appena attraversato il fiume, mentre le acque riprendevano a scorrere, la moglie del capo diede alla luce due gemelli, che sarebbero diventi i leader dei due grandi gruppi di Angoni a Nord dello Zambesi. In Zambia, furono gli ultimi ad arrendersi al colonialismo britannico e diedero battaglia avanzando con lance e petto nudo contro i fucili. Pensavo a queste glorie passate mentre, alla guida di un fuoristrada su una pista polverosa, mi avvicinavo al "palazzo" di Mpezeni, poco lontano dal luogo dell'ultima resistenza Angoni agli inglesi. Ma il bisnipote di uno dei due gemelli, l'erede di tanta leggenda, era un quarantenne già ubriaco a metà mattina, interessato solo a sapere se gli avevo portato in dono qualche bottiglia di whisky, mai informato su nulla e perfino disinteressato a notizie su progetti di sviluppo fatti per la sua gente. L'unico diritto di cui faceva uso, ereditato dal bisnonno, era quello di essere il primo ad assaggiare la birra preparata in ogni famiglia. Ho visto troppe volte la mortificazione delle leggende, delle tradizioni, della dignità antica dei popoli africani per illudermi di trovarne ancora delle tracce. Eppure, ho ritrovato il mito sulle montagne Nuba. I guerrieri e i lottatori Nuba sono ancora quelli delle foto di George Rodgers e di Lenì Riefenstahl. Non si dipingono più il corpo con le figure geometriche che la Riefenstahl ha reso famose e non tutti hanno il fisico del vincitore portato sulle spalle del vinto della foto simbolo di Rodgers. Oggi sono impegnati in una lotta più importante, quella per difendere la loro dignità da un regime che vuole annientarli. Arrivare sui Monti Nuba oggi è difficile, più difficile che in passato, quando li si raggiungeva da Khartoum attraversando il deserto. Bisogna andarci illegalmente, su aerei che il governo di Khartoum potrebbe abbattere, giustificando l'azione come protezione dell'integrità territoriale, o magari insinuando il sospetto di traffico d'armi. Visitare i Nuba è importante, non solo perché rappresentano uno degli ultimi miti dell'Africa, ma perché l'incanto delle Montagne Nuba, con i torrioni che si elevano sopra un mare di colline e l'architettura dei villaggi, dalle case di pietra in cima a colline terrazzate, aiutano a capire l'anima di questo popolo che nei secoli ha tenuto vivo l'orgoglio africano. Recentemente un amico mi diceva una frase che non può essere capita da chi vede l'Africa come l'immigrato alla deriva per le strade delle grandi città europee, i sotterranei della storia, I' inferno dei emarginati: "Essere africano è un dono. In termini cristiani si direbbe che è una grazia". Conoscere i Nuba mi ha fatto capire questa verità più in profondità. Le Montagne Nuba coprono un'area di 50.000 Kmq quasi esattamente nel centro geografico del Sudan, il paese che, con oltre due milioni e mezzo di Kmq, è il più grande del l'Africa. Le Nuba non sono montagne nel senso normale del termine. È piuttosto un'area collinosa, mediamente 500 metri, da cui si elevano alcune rare montagne, che raggiungono appena i 1.500 metri, con pareti scoscese che, ali' altezza massima si adagiano in vasti altipiani. Sono delle fortezze naturali e pochi uomini armati possono difendere con facilità i sentieri che si inerpicano ripidissimi fra le rocce. Dal punto di vista etnico è una zona di confine, un microcosmo dell'Africa. A nord si entra nell'Africa arabizzata. Appena più a sud si trovano gli Shilluk, il primo gruppo Nilotico, la cui cultura si e sviluppata sulle sponde e nelle paludi del Nilo, un ambiente completamente diverso da quello delle Montagna Nuba. Qui, sulle Montagne Nuba, si sono rifugiati e arroccati nel corso dei secoli gli schiavi fuggitivi dalle carovane dei mercanti di schiavi che dal cuore dell'Africa portavano la loro mercanzia umana verso il mondo arabo e l'Arabia in particolare. Già subito dopo l'espansione dell'Islam e il crollo dei regni cri-
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