Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

Vilém Flusser ILGESTODI RADERSI Traduzione di Francesca Rigotti Gli attrezzi del barbiere sono miniature degli attrezzi del giardiniere e i suoi gesti possono essere quindi paragonati a quelli del giardiniere. Se si fa questo paragone si vedono nascere alcune questioni che, a una osservazione ravvicinata, paiono poter penetrare in profondità nei problemi esistenziali del presente. Per esempio: il giardinaggio è un tipo di cosmetica, un genere di cura di bellezza per la pelle umana in senso esteso? Oppure, al contrario, è la cosmetica a essere una specie di giardinaggio, un tipo di sofisticazione dell'ambiente umano naturale? In altre parole, è il prato una specie di barba o la barba una specie di prato? Un altro esempio: è il gesto del giardiniere nei confronti del prato un gesto che altera la natura (ovvero il prato è per il giardiniere ciò che il cliente è per il barbiere)? Oppure, al contrario, il gesto del giardiniere nei confronti della barba è un gesto di rettifica (ovvero, il cliente è per il barbiere ciò che l'erba è per il giardiniere?). Ultimo esempio: poiché entrambi i gesti sono sottoposti al fenomeno estremamente problematico della moda, è lecito, partendo da mode cosmetiche (per esempio la lunghezza dei capelli e della barba) trarre conclusioni sulle tendenze urbane (per esempio sulla suburbanizzazione o sulla residenza secondaria) oppure, al contrario, trarre conclusioni intorno alla moda cosmetica partendo dalle tendenze urbane, o è meglio incomodare un tertium comparationis come potrebbe essere lo "spirito dei tempi" o il "materialismo dialettico"? Questo tipo di domande nate dalla somiglianza tra il rasoio elettrico e la tosatrice o anche dalla somiglianza tra il gesto di spuntare la barba e quello di potare le siepi (e qui si potrebbe formulare tutta una serie di domande di tipo analogo) hanno di mira in fondo la problematicità del concetto di pelle, quella indefinibile terra di nessuno usata per definire la zona che sta tra l'uomo e il mondo. Il fatto che il curare la barba e il curare il giardino possano essere interpretati come gesti dermatologici mostra come la pelle sia permeabile da ambo le parti e come insieme rappresenti, nonostante la sua permeabilità, una barriera tra l'uomo e il mondo. Se si osservano i peli della barba che rimangono nel rasoio dopo la rasatura si fa fatica a sottrarsi alla riflessione ontologica. Il gesto di radersi produce un cambiamento ontologico dei peli della barba; quelli che prima erano parte del mio corpo sono ora parte del rasoio. Ma il mutamento del luogo ontologico è caratteristico del gesto del lavoro. "Lavorare" vuol dire fare di una cosa un'altra, per esempio trasformare qualcosa di naturale in qualcosa di artificiale. Di conseguenza il gesto di radersi sarebbe un gesto lavorativo. Nel gesto del radersi, il mutamento di luogo ontologico non si riferisce a una cosa, ma al gesticolare stesso e lo si deve quindi considerare come un lavoro in sé. Certo che, non appena lo si fa, ci si rende conto che in questo modo si trascura l'essenza del gesto. Da una parte si può osservare di ogni ONTOLOGIE/FLUSSER 13 Barbieri di Sicilia. Foto Armando Rotoletti/G. Neri. gesto lavorativo il fatto che esso modifica il gesticolante; il gesto del calzolaio, per esempio, fa di un gesticolante un calzolaio. li gesto del radersi tuttavia non cade in questo genere di autotrasformazione. D'altra parte esistono gesti il cui scopo è 1'autotrasformazione, come per esempio nel caso dei gesti di leggere o viaggiare. Nel caso del radersi tuttavia non si tratta né della trasformazione di una cosa del mondo né di un mutamento del gesticolare in sé, bensì della trasformazione della pelle tra il gesticolante e il suo mondo. Non un gesto lavorativo in senso stretto quindi, e nemmeno un gesto rituale, quanto piuttosto un gesto che si potrebbe chiamare dermatologico e che sta a metà tra lavoro e rito; oppure, nel caso si riesca ancora a riconoscere nella parola la radice "cosmo", un gesto cosmetico. Con la rasatura i peli della barba, che originariamente erano parte del mio corpo, sono divenuti parte del mio rasoio. Poiché tuttavia si tratta di un gesto dermatologico, ovvero di un gesto che accade nella terra di nessuno tra l'uomo e il mondo, il mutamento ontologico dei peli della barba tramite la rasatura diventa problematico. Da una parte c'è da chiedersi se i peli della barba fossero veramente parte del mio corpo o se non siano stati rimossi dal corpo senza cadere, e se il rasoio non ha proprio l'intenzione di portare a compimento questa rimozione. Dall'altra si può considerare il rasoio come un prolungamento del corpo (se si definisce I'"attrezzo" come organo fisico artificiale) e da questo punto di vista i peli della barba non cambiano con la rasatura il loro statuto ontologico. Semplicemente, sono stati trasportati da una parte del corpo all'altra; in questo caso l'intero corpo può essere visto in certo qual modo come un attrezzo che viene manipolato dal gesticolante. Infine, si può sostenere la versione secondo la quale il mutamento dei peli della barba per mezzo della rasatura consiste nel fatto che i peli vengono trasportati dal mondo organico (corpo) al mondo meccanico (rasoio), facendo sorgere l'insolubile questione di definire l'organologia dei peli della barba in base alla loro struttura, alla loro funzione e alla loro posizione ontologica. Tutte queste difficoltà mostrano che il radersi è un gesto che si trova in un indefinibile campo intermedio. Per liberarsi di queste difficoltà occorre far parlare il gesto stesso. Solo allora scompaiono i pregiudizi ideologici del tipo "io ho un corpo" o "io sono un corpo". Dal momento che il gesto si rivolge contro il gesticolante stesso, che è in esso agente e pa-

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