Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

12 SU FLUSSER/NANZ RIGOTTI Barbieri di Sicilia. Foto Armando Rotoletti/G Neri. no di metafore che si rincorrono, di giochi di parole, di etimologie vere, presunte o smaccatamente fasulle. La forma saggistica breve e il metodo della filosofia dell'emigrazione e della mancanza di suolo che la percorre fanno sì che l'autore elabori una forma letteraria specifica, che getta il pensiero per riprenderlo e superarlo in maniera elegante e fidata: l'autore cambia continuamente piano, aggiusta fessure, appiana dislivelli solo per scavarne di nuovi, crea legami tra realtà disparate, scioglie vincoli ben collaudati. Nei suoi libri e saggi Flusser spiega un multiversum di gesti e di cose, di tecniche e di prodotti, scoprendo nuovi aspetti delle molteplici strutture dell'umana realtà, in una prospettiva fenomenologica che frantuma il contesto abituale nel quale le cose sono adagiate, istituendo legami imprevisti tra cose che a prima vista non hanno nulla in comune, il mestolo e la creazione dal brodo universale ("ein Grofier Schopfloffel, Die Brodelnde Suppe. Und das ist die ganze Schopfungsgeschichte"). La filosofia dell'emigrazione ha distrutto la gerarchia dell'ordine universale e le ideologie e immagini del mondo che a essa si appoggiavano: ora si può filosofare su tutto, sulle cose che si incontrano casualmente, sui gesti quotidiani, sulla scrittura, sulla scrivania, sulla penna, sui tappeti e sulle pareti, sul radersi e sul fumare la pipa. A differenza di Heidegger, che in Essere e tempo avrebbe ugualmente voluto rivelare l'essere dell'uomo attraverso una fenomenologia del quotidiano, Flusser considera degni di interpretazione anche quei gesti cui Heidegger aveva negato l' interpretazione a causa della loro banalità. Così, per esempio, è avvincente leggere come Flusser illustri il particolare piacere che deriva dal fumare la pipa, come ne analizzi gli aspetti rituali e colga nella "purezza estetica" di questo gesto un rimasuglio della vita artistica soppressa nella modernità del mondo occidentale, con la sua coercizione del lavoro e della comunicazione. Nel gesto_invece, sostiene Flusser, l'uomo si presenta in prima persona. E nei gesti che ritrova il suo stile, in gesti che sono un modo di essere, uno stile di vita, in breve ciò che un individuo si trova scritto sulla propria pelle. Ogni individuo deve solo "inventare" dei gesti che riescano a esprimere la sua vita nel modo più efficace. Per questo il gesto è una forma di libertà. Flusser non definisce l'"io" come qualcosa di permanentemente identico, non lo interpreta come un sostrato che sta alla base degli atti; lo definisce invece in relazione agli altri, come globalità di atti e di rapporti. Egli non scrive una storia culturale e nemmeno un'antropologia dei gesti; si limita all'osservazione minuziosa e all'accurata descrizione dell'elaborazione attuale e della conformazione dei gesti. A questa posizione si collega una spietata analisi del presente, giacché Flusser pensa alla gestualità proiettandola sullo sfondo delle strutture del nostro tempo. Molto lo interessano le trasformazioni scatenate dalla cibernetica, dall'informazione, dalla comunicazione e dalla codificazione dei media. L'enfasi del suo pensiero lo fa apparire come un apologeta ottimista e futurista delle innovazioni tecnologiche: per lui, infatti, le nuove tecnologie non rappresentano nient'altro che la possibilità di ritrovare un immaginario diverso, libero da ostacoli e esatto allo stesso tempo. Con la svolta verso il "pensiero digitale" si è imposto un trasferimento in direzione di un codice visivo che Flusser interpreta come potenziale creativo. Oltre a ciò le tecnologie della comunicazione hanno reso possibile la dimensione di una nuova etica del vicino e del vicinissimo. Col cavo bidirezionale la politica nello spazio pubblico scompare. Se la politica la facessero, al posto degli uomini, delle macchine ben programmate, saremmo oggi più liberi, ritiene Flusser, perché saremmo costretti, nella programmazione, ad articolare i nostri valori e le nostre ragioni in maniera chiara e precisa e a decidere di conseguenza. Oltre a ciò, le informazioni verrebbero scambiate direttamente dai singoli, come avviene oggi con Internet. E questo porterebbe, secondo Flusser, alla necessità di un riconoscimento diretto del1' altro e a un'etica dialogica della responsabilità nei suoi confronti. Così facendo, Flusser si allinea sulla linea di pensiero di quei pensatori ebrei come Buber, Jabès o Lévinas che hanno immaginato come unico legittimo costume di vita dell'umano la capacità di decifrare il "tu". Eppure l'elogio della "società telematica" in quanto dialogo interumano proposto da Flusser appare alla fine poco convincente. Il seducente gesto narrativo di Flusser e il suo virtuosismo mentale non riescono infatti a minimizzare e a far scomparire una perplessità; perché il tentativo di Flusser di leggere una sintomatica della situazione attuale nella descrizione fenomenologica dei gesti concreti entra in contraddizione con la percezione del fatto che le strutture del presente evaporano a vista d'occhio trasformandosi in momenti di alta astrazione e complessità. Una fisiognomica del gesto che si fidi ancora dell'immediata evidenza dell'apparire non basta. Flusser evita questa difficoltà metodologica più chiaramente là dove esamina la scomparsa di vecchi gesti, come fa in quell'affascinante saggio sulla "scrittura" dove mostra come lo scrivere, nell'era del computer, è destinato a scomparire e a trasformarsi in gesto arcaico. Come teorico dei media allora Flusser è meno convincente che come fenomenologo dedito all'osservazione minuziosa: in questo secondo ruolo seduce invece il lettore con le sue brillanti miniature tracciate con retrogusto ironico e con distanziata nitidezza e formulate in brevi e acutissime pagine. Come quelle in cui, per esempio, analizza il gesto del fotografare o del telefonare, oppure le sette pagine del trattatello sullo scrivere una lettera. A tratti Flusser si lascia andare a giochi di parole e civetta la dimensione magica del linguaggio di tradizione ebraica, come se il nome della cosa ne potesse comunicare l'essenza. Eppure è difficile sottrarsi alla seduzione prodotta dalla sua "immaginazione esatta", che segue una logica delle immagini e non dell'argomentazione razionalmente e linearmente costruita. Il pensiero di Flusser è teatrale e sceneggiato. Con lui la filosofia ridiventa narrazione e gioco sensuale e voluttuario.

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