Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

ONTOLOGIE 11 VILÉM FLUSSER, LO STILE DEL GESTO UNAFILOSOFIANOMADE PatriziaNanz, FrancescaRigotti Vilém Flusser fu uno scrittore filosofico o un filosofo scrittore che progettò, forse unico finora, una scrittura e una filosofia dell'emigrazione aspramente contraria a ogni forma di nazionalismo e di patriottismo: Flusser volle trasformare l'esperienza di un esiliato, di un emigrante, di un senza patria, originariamente percepita come una perdita dolorosa, in una possibilità nuova, in una chance per rileggere il mondo e le sue cose con lo sguardo del nomade. Sour grapes? Forse. Cresciuto a Praga nello stimolante clima di una famiglia intellettuale ebrea, Vilém Flusser, già allora bilingue ceco-tedesco come Kafka, e istruito di greco e latino ed ebraico a livello scolastico, affascinato dallo spagnolo di Ortéga, emigrò a vent'anni, nel 1940, di fronte all'avanzata nazista. Una fuga drammatica che lo portò da Praga a Londra e poi in Brasile, mentre la sua famiglia veniva sterminata a Auschwitz e Buchenwald. In Brasile, ai margini del mondo, in un paese "al di là di ogni realtà immaginabile" Flusser lavorò come direttore di una fabbrica mantenendo moglie e tre figli, "lavorando di giorno e filosofando di notte", istituendo cauti contatti con la lingua portoghese, dopo che l'orizzonte inglese gli si era aperto nella prima fase dell'esilio permettendogli di cogliere la "quasi insopportabile bellezza" dell'inglese poetico. Là cominciò a scrivere, in quelle che sarebbero state le sue lingue "scritte", tedesco, portoghese, francese, libri e saggi di filosofia e arte, a tenere corsi e conferenze all 'università, finché fu nominato docente prima di filosofia della scienza e infine di Teoria della comunicazione. Il Brasile non fu una sfida per ritrovare un nuovo suolo e una nuova patria; esso rimase invece un luogo da cui contemplare, come da Marte, l'apparenza dei fatti, ridicola, repellente, talvolta persino interessante. In questo clima Flusser iniziò a pianificare un percorso di vita bodenlos, senza suolo, una specie di voluto e ordinato scivolare e oscillare sull'abisso. Percorso di vita rafforzato dalla "seconda migrazione". Perché, mentre Flusser insegnava, scriveva, filosofava ispirato da Kant, di cui, come il giovane collega Peter Sloterdijk, si sentiva seguace e modesto successore, il Brasile scivolava verso una svolta politica autoritaria e liberticida di tipo fascista, dove i militari governavano per decreto e il parlamento era sospeso. Il professore di Filosofia della comunicazione divenuto nel frattempo anche presidente della Biennale d'arte di San Paolo decide di abbandonare il Brasile su una nave, per non dare troppo nell'occhio, e si stabilisce - siamo nel 1971 - in Provenza, nella piccola città di Robion, seguito, come nella prima fuga, dalla moglie Edith. Robion gli servirà da base per le sue spedizioni, sempre più numerose, sui palcoscenici della cultura europea, principalmente tedesca, che vedeva l'instancabile e affascinante oratore presente laddove si apriva un istituto di design, un 'accademia culturale, una galleria artistica, un centro di ricerca nucleare. Le sue conferenze e i suoi discorsi - cessati improvvisamente nel 1991 a causa di un incidente automobilistico avvenuto nel pressi del confine ceco-tedesco - devono aver affascinato molte platee, a causa della capacità di Flusser di far coagulare immagini intorno ai concetti e di fluidificare i concetti in immagini, in metafore, in un carosello retorico che faceva riflettere l'uditore senza dargli una risposta; perché di risposte Flusser non ne aveva da offrire, solo un metodo: il metodo fenomenologico del procedere a balzi, del buttare avanti e del tirare indietro, del cambio continuo e della permanente trasformazione del punto di osservazione; che è il modello di alcuni suoi scritti fenomenologici, Die Schrift, Gesten, Dinge und Undinge, e dei suoi scritti autobiografici riflettenti l'esperienza dell'emigrazione (Bodenlos, Uber die Freiheit der Migranten). Anche nel ventennio trascorso in Provenza, tra Avignon e Aix, il destino del nomade diventa giustificazione e autentificazione di un pensiero che si sposta da un ambito culturale a un altro infrangendo le classificazioni codificate con la "libertà del1'emigrante" che non ha terra e non ha patria né vuole averne. Per la concezione antinazionalista di Flusser l'essere senza patria è o può diventare, per chi sa farlo fruttare, un privilegio: la patria, che cos'è se non uno stupido e non scelto intreccio di fibre che ci lega all'ambiente, ci avviluppa in pregiudizi, ci costringe a preferire le affinità familiari a quelle elettive, le affinità biologiche a quelle dell'amicizia e dell'amore liberamente scelto? L'emigrante è libero, è libero di scegliere il suo prossimo, di amarlo rischiando di esserne respinto o forse riamato, mentre chi si impone di amare la patria è uno sciocco, perché ha scelto un oggetto d'amore che mai potrà ricambiarlo, autodestinandosi a non essere riamato. La patria è per Flusser la "mistificazione delle abitudini", la "sacralizzazione del banale". Forse la dignità umana risiede proprio nel non avere radici, scriveva Flusser, offrendo sicuramente all'esule, sofferente per il distacco e la perdita della patria, l'alternativa della libertà di pensiero e dell'uscita dalle convenzioni e dai pregiudizi. La filosofia radicale di Flusser può aiutare l'emigrante a sentire risollevata la propria dignità proprio a causa del non avere radici, teoria che in clima di affermazioni di identità nazionale, fondamentalismi e nazionalismi d'ogni genere fa sempre bene sentire. Certo non è facile adeguarsi alla proposta di Flusser di "sospendere" (in senso hegeliano) la patria e accettare con gioia il nomadismo. Eppure siamo tutti minacciati o illuminati da questa prospettiva, dal momento che i muri delle nostre case, prima solidi e impenetrabili, sono ora sforacchiati da mille cavi da cui entra il vento dei media, con la sua potenzialità di abbattere le strettezze e le chiusure dei legami cresciutici addosso, in un crescendo cui è difficile sottrarsi e che forse è ragionevole accettare per ciò che di buono ha da dire e da dare. La scrittura di Flusser appartiene al genere saggistico non accademico, sulla scia di Benjamin, Canetti, Enzensberger, Sontag; un saggismo fatto di cultura e di idee ma anche di prese di posizione etiche e filosofiche; il suo stile è vivace, brillante, pie-

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==