Linea d'ombra - anno XIV - n. 116 - giugno 1996

della liricità. La solitudine di quella voce e di quella mente erano irrimediabili, senza un passato e un futuro, senza vie d'uscita e sviluppi possibili. Gli esperimenti e i giochj verbali giravano intorno a un punto sordo e cieco. Sotto gli enigmi linguistici, le ripetizioni ossessive, le variazioni giocose, i ritorni e le continue riprese, c'era qualcosa di diverso. Intorno a lei c'erano Pasolini e Pagliarani, Zanzotto, Sanguineti e Giudici; poeti capaci di andare avanti, pieni di risorse, abili e astuti nell'uso di se stessi. Amelia Rosselli non era né abile né padrona di sé. Perfino i suoi straordinari mezzi espressivi sembravano non essere in suo possesso. In lei la poesia nasceva da una situazione più severa, da un labirinto dei fraintendimenti e del malinteso nei rapporti con se stessa, con le parole e con il mondo. Il resoconto a volte tragico e a volte umoristico (o l'una cosa e l'altra insieme) dei ciechi viaggi della mente verso un Paese delle Meraviglie che diventava, subito dopo, un paese di incubi. Ce ne accorgiamo ogni volta che la leggiamo. Anche Amelia Rosselli, come Alice, nelle sue poesie cerca di fare calcoli. Solo che non ci riesce. I conti non tornano. Cerca di fare chiarezza, ma la logica diventa un gioco di specchi deformanti. Le sue poesie (soprattutto nei suoi due libri maggiori, Variazioni belliche, del 1964, e Documento, del 1976) sembrano nascere come i capitoli di una storia. Ma la storia non procede: perché prima di tutto ci fu un errore (non si sa quale), ci fu un'oscura premessa che alterò tutti i termini di ciò che consideriamo reale e di ciò che ci sembra razionale. Quando si entra in una poesia, in un testo in versi o in prosa di Amelia Rosselli si ha l'impressione di cadere in un mondo rovesciato, in un mondo dalle dimensioni e proporzioni imprevedibilmente variabili, dove vige una legge sovrana e sfuggente e tutto può animarsi di intenzioni ambigue, minacciose, persecutorie. Si ha l'impressione della favola e del gioco. Ma anche della paura, della crudeltà, della frustrazione, del diabolico inganno che cova sotto favole e giochi e che per un niente di distrazione o di incomprensione può farci scivolare fuori di questo mondo. Così irrompe all'improvviso il suo tono alto, tragico, la preghiera commossa, l'allucinata profezia che tuttavia conservano il dono dell'obiettività e usano le parole più realistiche. La visione prende la forma di semplici appunti di diario, si trasforma in raccontino, in una strana specie di aneddotica metafisica, dove gli angeli possono scendere in terra come fiocchi di neve e dove si conversa con chi non è qui. Alcune circostanze biografiche forse aiutano a capire le caratteristiche di questa poesia. Amelia era nata a Parigi nel 1930 da madre inglese e da Carlo Rosselli, esiliato antifascista ucciso più tardi da sicari di Mussolini. Prima di trasferirsi in Italia e a Roma negli anni Cinquanta, Amelia Rosselli è vissuta a Parigi, negli Stati Uniti e in Inghilterra. È dunque senza alcun dubbio, ma anche senza volerlo, la più cosmopolita dei poeti italiani. Questo ha avuto delle immediate e visibili conseguenze sulla sua poesia. Nella scrittura di Amelia Rosselli manca il senso della lingua lirica e della lunga tradizione poetica italiana. Il suo è un linguaggio poetico che si forma in prossimità della prosa e della conversazione. Nei suoi fitti blocchi di scrittura la densità formale è dovuta a ripetizioni, variazioni e immagini ossessive del tutto inventate, che non fanno eco a nessun precedente poetico italiano. Si può pensare tutt'al più a qualcosa fra John Donne e i surrealisti, fra il ragionamento filosofico, improprio o simulato, e il collage. In tutto il suo sistema di immagini si avverte qualcosa di profondamente instabile: la mancanza di una certezza logica e simbolica, di un'intesa col mondo. C'è un patire, un andare e tornare, un muoversi: ma non è chiaro da dove, per dove e perché. POESIA/PER AMELIA ROSSELLI 9 Wine, la lingua. Amelia Rosselli parlava e scriveva in modo imperfetto, l'italiano, il francese e l'inglese (ha scritto poesie anche in queste lingue; uno dei suoi libri più belli è Sleep, pubblicato da Garzanti qualche anno fa). E in ognuna di queste lingue è un po' estranea e straniera: si incontrano di continuo lapsus, errori involontari o coltivati, insolite e irregolari fo1me lessicali, invenzioni automatiche. Amelia Rosselli non era di casa neppure nella lingua che usava. E questo ha reso più intenso, più concreto e fisico, più disperato il suo rapporto con le parole. Le sue poesie sembrano sempre meteoriti dall'aspetto familiare, schegge di esperienza quotidiana arrivate qui, davanti a noi, proprio ora, ma passate attraverso mondi stravolti di favola e di tragedia. Molte poetiche del Novecento ruotano intorno ali 'idea di straniamento, di un uso delle parole "come se fosse la prima volta" e di una percezione allarmata o meravigliata di ciò che è noto. Per Amelia Rosselli lo straniamento linguistico e percettivo era un dato di fatto e di partenza, continuo, insuperabile. Era il risultato di una condizione biografica e linguistica reale. Il suo "sperimentalismo" è perciò soltanto un modo naturale, o meglio il solo modo possibile, di usare la lingua. È questo che dà al lettore un'emozione particolare; ogni volta che scrive, Amelia Rosselii cerca di scrivere. Le sue sembrano le prove, gli esperimenti di chi tenti, al buio, di uscire da una stanza (da una prigione?) senza sapere dov'è la porta. Lei, che è stata forse il poeta lirico più "assoluto" della seconda metà del secolo, ha vissuto le sue visioni come una storia da raccontare, che è impossibile raccontare, o di cui è impossibile venire a capo. Amelia Rosselli. Foto Giovanni Giovannetti/Effigie.

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