Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

6 DONNEE ISLAM Hoda Barakat VEDEREDA LONTANO GIUSTECAUSEEOPPORTUNISMI LETTERARI Incontro con Isabella Camera D'Afflitto Basta girare per le biblioteche orientalistiche di Parigi, parlare di scrittori arabi ed ecco che ci si sente ripetere con insistenza e ammirazione il nome di Hoda Barakat. Ancora sconosciuta ai non addetti ai lavori, comincia a imporsi massicciamente sul mercato editoriale europeo, dopo aver invaso con i suoi bei romanzi quello arabo e quello libanese in particolare. La sua casa editrice inglese, Garnet, ha appena pubblicato la traduzione dall'arabo del suo primo romanzo The Stone of Laughter, e l'editore Jouvence di Roma per la sua collana "Narratori arabi contemporanei" ha in preparazione la traduzione del suo secondo romanzo dal titolo Ahi al-Hawa'. Hoda è una scrittrice un po' fuori del comune, con una forte personalità, un carattere esuberante e fin troppo schietto. È questa l'impressione che ha avuto chi l'ha potuta ascoltare ad Alberobello (marzo 1995), dove è intervenuta a un convegno sul Mediterraneo (organizzato dalla rivista "Da qui"), e dove ha riscosso un notevole successo. Tu dici spesso che non vuoi essere relegata nel mondo della scrittura araba femminile. Puoi spiegarci il perché e come ti collochi nel panorama delle letterature arabe? Io non mi colloco in quel panorama "femminile", semplicemente perché non ne faccio parte così come voi in Occidente vi aspettate. Nel mondo arabo le donne che scrivono sono perlopiù delle militanti, non tutte, ma di solito scrivono perché hanno una causa, politica o sociale. E così vogliono parlare delle loro vita, dei problemi che la donna deve affrontare eccetera. Per me non è sufficiente avere una buona causa per scrivere buona letteratura, che non può e non deve essere limitata a una causa militante. Ci sono poi anche delle motivazioni personali: è vero che sono araba, ma non provengo da un contesto che ha mortificato la donna o è contro la donna. Da noi le donne sono libere e soprattutto sono molto rispettate, ed è una condizione comune, io non sono l'unica, né è un caso raro. Per quanto riguarda poi la mia scrittura, a me non piace dire le cose bruscamente, o in modo ingenuo e diretto. lo racconto storie che sconfinano in molti campi. Per esempio, nel libro Ahi al-Hawa' parlo di quello che succede a una donna, ma attraverso gli occhi di un uomo. Per me un romanzo non deve essere unilaterale. Il fatto di vedere le cose in nero o in bianco, o da una sola angolazione, non mi interessa. Secondo te, uno scrittore arabo deve veicolare una giusta causa per riuscire ad attirare l'attenzione? Sì, ne sarebbe sicuramente avvantaggiato, ma non è detto che in questo caso si tratti necessariamente di buona letteratura. In Libano, per esempio, ci sono degli scrittori che io considero marginali, come me stessa, perché non fanno parte di un'ideologia prestabilita, non scrivono per rispondere ad attese. Ce ne sono degli altri che vendono di più in traduzione che non nella loro lingua originale. E questo è piuttosto bizzarro, ma si spiega perché rispondono a un'idea prestabilita. Altri ancora non sono stati scoperti, ci vorrà del tempo perché siano conosciuti, e forse non usciranno mai dall'anonimato. Per me è diverso, sfuggo a questa logica ma soprattutto perché sono una donna e non perché necessariamente sono un bravo scrittore. Il fatto di essere donna e libanese mi sta aiutando a farmi conoscere in Europa e forse non sarei mai stata scoperta se fossi rimasta in uno sperduto villaggio della montagna . Ma anche tu veicoli in un certo senso la realtà da cui provieni, sei libanese e di conseguenza evochi la guerra civile. È vero, in un certo qual modo anch'io veicolo la guerra del Libano. Ma basta leggere i miei libri per vedere da che punto ne parlo. Se parlassi di Sarajevo, vi trovereste davanti alle stesse situazioni. Io non rispecchio poi la mentalità secondo la quale i libanesi erano delle vittime civili. Ci sono degli scrittori arabi che dicono che i libanesi erano innocenti e che la guerra era fatta da altri, ma questo è folklore. Io dico invece che in Libano non ci sono vittime e non ci sono innocenti, ognuno ha preso parte alla guerra civile. Non è la guerra degli altri che è passata sul nostro paese, ma siamo noi stessi che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità per la guerra che abbiamo fatto, tutti noi. Nei miei romanzi io non parlo soltanto del Libano, o di Beirut, ma della vita della gente, delle ripercussioni di quella violenza sull'essere umano. Tutto questo si può trasformare fuori del contesto libanese. Anche se vivo da anni a Parigi, non dimentico il mio paese. Sono andata via dal Libano perché la mia memoria era troppo carica di dolore e quando sono partita la violenza era al culmine, al suo parossismo. Il rapporto di amore e di passione con il mio paese stava cambiando, cominciavo a odiarlo, allora bisognava allontanarsi. Ma quando finisce una storia e tu esci sbattendo la porta, non vuol dire che tutto sia finito per sempre. Per me è molto importante il rapporto passionale. Se non sbaglio Marguerite Yourcenar per scrivere sull'Europa se n'è andata negli Stati Uniti. Quel che ho visto in Libano mi basterebbe per una trentina di romanzi, ma ora ho bisogno di digerire tutto. Quello che è successo in Libano è immenso e ora ho bisogno di questa distanza, di fare il vuoto intorno a me per poter aprire la finestra e vedere Beirut da lontano. Da lontano ci vedo meglio. Secondo te si è fatto abbastanza in Occidente per far conoscere la letteratura araba? La maggior parte del lavoro di traduzione che si è fatto in Europa e soprattutto in America non si è quasi mai basato sul lavoro dello scrittore, ma sul soggetto della scrittura. Mi spiego, se sono palestinese e questo problema o questa causa è alla ribalta, allora avrò ottime chances per essere tradotta. Anche se sono di un altro paese, ma parlo di quella stessa giusta causa, anche in questo caso potrei essere tradotta. A me sembra che la traduzione in Occidente abbia sempre seguito questo criterio. Prendiamo il caso dell'Algeria: oggi le case editrici sono alla ricerca di scrittori e soprattutto di scrittrici algerine, perché questa tragedia è tristemente alla ribalta, e oggi un libro sull'Algeria si vende bene. Ma io non cavalco questa onda. Se lo facessi sarebbe un fiasco, perché secondo me le ideologie non hanno mai prodotto buona letteratura, soprattutto a lungo termine. Quel genere letterario è destinato a morire e a durare poco, solo per il tempo della moda. Ci sono due strade per vendere i libri: quelli che si vendono molto bene e presto, con una grande risonanza, e quelli che hanno una vita più lenta, ma più seria e, probabilmente, durano più a lungo. È questa la differenza. Ultimamente le traduzioni che si fanno sono migliori di prima e alcune case editrici cercano di oltrepassare i limiti di odiosi stereotipi verso gli arabi e le arabe in particolare. Cosa ti dà più fastidio nello stereotipo della donna araba in Occidente?

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