74 Gli uomini bonari, le massaie protettive, rivelavano passioni forti. In mezzo alla lite infilavano la mano dentro i sacchi aperti, ne alzavano manciate di grano, e gliele agitavano davanti alla faccia come testimoni per loro, poi le rigettavano giù con rabbia minacciosa, mai usata verso la graziadiddio. Aveva visto tante volte le loro mani a conca lasciarsi scorrere i grani fra le dita, per distaccarsene piano. Quel sacrilegio li mostrava pronti a tutto. Un ragazzino scalzo prendeva a calci i parafanghi della trebbiatrice. Doveva essere quello poco più piccolo di lui, scontroso e incapace a dir parola, degli anni passati. Ora lo vedeva forte della collocazione nell'evento. Accorpato ai suoi senza bisogno di parlare, anche un po' discosto, appassionato e bello. Gli urgeva di trovare il suo posto, spinto da disagio, da doveri poco chiari, da voglia di entrare anche lui. Ricucì parole sentite dai suoi sulle ladronate di quella razzaccia infida. Ripescò, dai libri di signorino istruito, una storia di stomaco e braccia, di ribellione sconsiderata e di rovina comune, di senatore convincente e di plebe convinta. Volle provare il ruolo di domani su un palcoscenico più stretto, misurarsi col figlio del nemico, giocare parallelo all'azione dei grandi. Tentò un'eloquenza che sarebbe stata vincente. Si esaltava. Lui e l'altro duellanti. E intanto ruotavano guardandosi storti. Ostentava la cartuccera sleale delle mille parole. Ne ebbe solo una in risposta, come un colpo sottopancia, sibilata: "Sacrestano!". Allora vide, perché era lui il ferito e le ferite aprono occhi. Vide i propri calzoncini all'inglese e la camicia immacolata, le scarpe ben allacciate. Il corpo che gli si riparava in quell'involucro come vergognoso di sé, pauroso del mondo. La pelle bianca e brutta. L'anima ingombrante che lo dirigeva da dentro con parole non sue. Vide l'altro nel pulviscolo della paglia, sporco di terra, la bella testa, la mossa delle gambe, la presa diretta dell'anima sul corpo. Anima, come animato, come animale. Capì che, assegnato a un fronte, spasimava per la divisa del nemico. Gli parve di intuire ai suo posto, dolorosamente lontano. Il fiorire dei sogni L'ALFABETODELCORPO Martina Banchetti Tranne una lieve infrazione, non ho voluto scomporre dal loro ordine sequenziale queste poche poesie che ho prelevato da un più vasto repertorio in progress di Martina Banchetti, romana, under 30, in odore di laurea con una tesi sul mito di Arianna. Fra le tante proposte di lettura (e, ahimé, giudizio) che mi arrivano e che, non sempre senza un po' di rimorso, tendo a schivare o ad archiviare, confesso che le poesie di Martina mi hanno provocato una certa inquietudine: "forse c'è qualcosa" avevo incominciato col sospettare; e "qualcosa sicuramente c'è, o almeno ci sarà" ho finito col convincermi. E che dire di questo "qualcosa"? Forse appena che è, almeno là dove si colga la nota giusta, una singolare capacità di abbandono a quel farsi, a quel dirsi, a quel vibrarsi di parola, immagine e ritmo, in cui si prolunga e persiste la corporeità del Poeta (fino al suo incontro con il Lettore, suo destino ultimo). Un lungo e tortuoso itinerario si propone a chi, giovane o vecchio, ancora osi oggi la scrittura dei versi, ossia il "nominare la vita". E dunque: buon viaggio, Martina. (Giovanni Giudici) L'alfabeto del corpo Ogni sera mi scrivo orecchini caraibici foulards indiani anfibi metropolitani sombreri e velette anni quaranta. Ondeggio mollemente sulle stelle maghrebine serpeggio nel merengue solfeggio la salsa. E la notte si alza su partiture colorate scoperchia l'aurora. Lieve l'incanto sfiora. Pausa pomeridiana alla facoltà di lettere La Russia. Gli ideali. Il caffè, la sigaretta la tesi sui provenzali. Le scarpe col carrarmato su una gonna blu a fiori. Con grazia serpentina si avvicina. Violenta la geometria di Biancamaria. Poi lenta sale e al secondo piano, pigro, si stempera lo sciame.
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