Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

droni non davano segni, i muri alti e compatti tacevano. Il paese affogava nelle groppe bianche. Gli scarti e le ruzze del cammino erano adesso testate sorde alle pietre, battito di zoccoli. Cominciarono a salire i vapori degli escrementi schiacciati, i primi muggiti. Non si seppe mai come resistessero gli asserragliati, con quale cera tappassero le orecchie, che "t'amo pio bove" raccontassero ai propri figli. Per tutti i chilometri intorno, nelle case contadine non si dormiva. Sentivano cominciare per le bestie lo strazio della sete, poi la fame. Le code flagellare fianchi spellati, alle femmine impietrirsi di latte cagliato le mammelle. Le coma infioccate di rosso sbattere sulla terra, sugli stipiti, su altre schiene, cercare le proprie carni. I musi levarsi a piena gola, canne d'organi urlanti. Tutta la collina mugghiava dolore bestiale. Bisognava trattenere a forza qualcuno dal l'andare a sciogliere i suoi con i denti, donne che avrebbero portato fin lassù acqua in ginocchio, vecchi che cercavano col petto comi di forconi, in quella fine del mondo. Tutti patirono l'agonia dei corpi buoni e traditi, dei loro fratelli portati in ostaggio, il sacrificio di quei figli nutriti e nutritori. Solo dopo sette giorni di passione risalirono per la strada bianca, ricalcando il calpestio fitto dell'andata; a contare le perdite, a prendersi la vittoria e a riprendersi la carne smagrita. *** Nessuno dei suoi, fratelli, zii, nonni, aveva mai portato la Madonna. Per la festa, dalla chiesina sul monte veniva fatta scendere a valle in processione. Quattro uomini robusti reggevano sulle spalle le quattro stanghe del baldacchino. Era un privilegio che si passavano a turno e di cui andavano fieri tutto l'anno. Lei non poteva sperare che una di quelle volte toccasse a un maschio della sua famiglia, Dio a loro non aveva fatto la grazia di essere come gli altri. Le gambe corte, il busto che per quanto sproporzionato non riusciva a pareggiare, le spalle che restavano sempre due palmi sotto quelle di tutti. Per il resto non gli mancava niente e le donne lo potevano dire. Ma la Madonna non la potevano portare. Quando si accorse di essere incinta cominciò a pregare Lei, la Mater Amabilis, la Mater Dulcissima, la Mater Pietosa. Invece di chiedere un figlio normale, forse per ingraziarsela, chiedeva che potesse reggere le stanghe come gli altri, meglio degli altri. Assicurava che l'aveva concepito per questo, arrivò a promettere per lui che sarebbe stato di Lei sola, che non avrebbe cercato altra soddisfazione nella vita. Si temette beffata quando, al parto, vennero fuori due gemelli. Portò rancore a lungo pensando che la maligna, facendo la fintatonta, glielo avesse raddoppiato in numero invece che in altezza. Ma li vedeva venir su bene, belle gambe slanciate, le tacche al muro sempre più alte. Taceva le speranze per timore che fossero precoci e che la cosa detta o anche solo pensata rompesse il filo della crescita. A diciott'anni per la prima volta toccò a loro di portare il santo baldacchino; messi davanti, che facevano bella figura i ragazzi uguali. All'attacco della banda, li vide comparire alti sul sagrato, senza fatica, forti come due vitelli, bellissimi fra gli sbuffi di incenso e i raggi di sole. Si sciolsero dentro di lei cautela e silenzio, si disse beata fra le donne. Alzò gli occhi sopra la testa dei figli, e vide l'Altra che porgeva il proprio ali' ammirazione della folla: l'Aureo lato, il Fructusventris, il Caroeletto Pargoletto. Li chinò subito, assalita dal sacrilegio del confronto. Sentiva cantare ad te clamantes ad 73 te gementes, cercava con lo sguardo la terra, le foglie marce, ma la lunga umiliazione di supplice era spezzata. Poteva anche fermarglieli ormai se voleva, belli così non ce n'erano in tutto il paese, neanche quello piccolo, pallidino e solo, che Lei, in tutta la sua gloria, era stata capace di spremere. Nel coro della processione chi stava più vicino sentì un suono dissonante, come di risata lunga. Non sembrò che Lei se la fosse presa a male e facesse rappresaglie sui ragazzi. Anzi, continuavano a crescere. Erano ormai i più alti del paese, e non smettevano. Impacciati dal loro corpo restavano taciturni fra gli altri. Goffi con le ragazze. Presero a tenersi a distanza da tutti, imbarazzati dal confronto. Alla processione dell'anno dopo ci si accorse che, con loro alle stanghe davanti, non c'era bisogno della grande zeppa che veniva aggiunta durante la discesa dal monte per tenere in piano il baldacchino sul terreno scosceso. Ci pensavano le loro spalle, di due palmi sopra quelle degli altri, a pareggiare. Col tempo quella zeppa si dimenticò e si perdette, tanto c'erano loro per quel servizio, fatti apposta. Così ogni anno ricevevano le stanghe restando sotto i gradini del sagrato e le alzavano. Sempre bellissimi fra i I sole e I' incenso, trasfigurati e trionfanti all'attacco della banda. Poi venivano giù con gli altri che camminavano dietro a mezzo metro di dislivello e Lei sopra, dritta a piombo col figliolo pallidino in braccio. Arrivati alla piana cedevano ad altri portatori di altezza normale, e restavano inutili, con le lunghe braccia penzoloni. Rallentando con indifferenza studiata e sincrona il passo per lasciar sfogare in avanti la processione e sfuggire al mare di teste su cui oscillavano alte solo le loro due. Dovevano aspettare un anno, silenziosi e solitari, per ritrovare il loro posto, per offrire i servigi a quell'unica Donna, per vivere la sola soddisfazione. *** I mezzadri la chiamavano la Marescialla, sempre l'ultima a concedere un diritto, sempre di vedetta alle ruberie contadine, l'unica con gli occhi lunghi quanto le loro mani. Detestata erispettata come un nemico a cuore aperto, di quelli con cui si contende palmo a palmo la stessa breccia. Si portava dietro un figlio perché il più piccolo, perché maschio, perché non le era d'impaccio; lei energica e sbrigativa, lui tranquillo e divertito dall'incursione fuori casa. Un giugno, davanti alle trebbiatrici, si facevano le parti del raccolto. E quell'anno non era la solita storia di controlli sospettosi e di furbizie. Un vento di rivendicazioni soffiava sulle aie, alzava le voci, serrava le mani intorno ai manici dei forconi. Neanche si chiese, il ragazzino, perché le massaie non lo riempissero di ciliege come al solito, non lo portassero per mano a vedere i vitellini di pochi giorni. Stavano invece accanto ai loro uomini con i pugni sui fianchi. Guardava sua madre che li fronteggiava piantata a gambe larghe, urlante le sue ragioni, come loro. Sembravano capirsi bene, impastati della stessa terra, a tirare di qua e di là secondo un copione antico. Lui, dieci anni, imbracato in calzoncini bianchi all'inglese, di una misura al ginocchio che denunciava il suo non essere ancora uomo ma già qualcosa più che bambino, a decidere il proprio posto in quel dramma. Ma non gli era facile collocarsi fra quei contendenti estranei allo stesso modo, in un'età che lo faceva estraneo a se stesso. La madre, dimentica di lui, smentiva le buone maniere, i toni sommessi che tentava, come si usa, di inculcargli.

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