70 altre idee - Incertezza, Progresso, Cambiamento - in crimini." Di crimine è stato accusato quando ha scritto Versetti satanici e, come sapete, da quel momento non ha più smesso di nascondersi, per paura di essere ammazzato. Il suo caso è estremo ed eccezionale, naturalmente, ma se di casi del genere non ce ne sono di più non è perché altri iconoclasti siano stati più fortunati, quanto piuttosto perché, in India e in generale in Oriente, di iconoclasti non ce ne sono proprio; non sarebbero tollerati. Se ci sono dei razionalisti, degli scrittori che come Rushdie credono nella discussione, nel valore del discorso e della sua decostruzione, ebbene essi hanno scelto di non parlare, di non esporsi agli stessi rischi che lui ha accettato di correre. E questa è una forma di repressione, di imprigionamento. Prigioniero di una struttura religiosa carica di pregiudizi - che sia musulmana o indù non fa differenza -,troppo esposto al lavaggio del cervello o alle intimidazioni dei leader religiosi e alla sprovvedutezza e ingenuità di coloro che da essi si lasciano guidare, troppo debole e pauroso per tentare di cambiare il corso delle cose, lo scrittore è costretto al silenzio e all'immobilità. Così, sui due temi più coinvolgenti che ci siano al mondo, la relazione tra uomo e donna e quella tra uomo e Dio, c'è il silenzio o, se ci sono parole, troppo spesso esse sono false o ipocrite. C'è poi una terza area di cui voglio parlare e a cui si può applicare il discorso della repressione. Penserete che finalmente io stia nominando qualcosa di cui eravate al corrente: la questione economica. Chi non conosce il bisogno di guadagnarsi da vivere, di sopravvivere e, anche, di sopravvivere meglio del prossimo? Questo universale bisogno è un nemico dell 'aite e della libertà d'espressione grande quanto la questione dei sessi e la religione. E capace di dettare le sue condizioni all'artista: gli dice che cosa è vendibile, che cosa avrà successo. Una situazione che un artista, ma sarebbe meglio dire chiunque lavori, chiunque nel mondo sia produttivo, riconosce. Si impara il rapporto tra domanda e offerta e naturalmente questo incide sul prodotto. Ma in India, un paese più povero di quasi tutti gli altri, con una stratificazione sociale tra le peggiori, la questione economica esercita anche un altro tipo di pressione, una pressione molto più sottile e insidiosa. Se, ogni volta che si lascia la sicurezza della propria casa - non importa che la casa sia grande e lussuosa o piccola e affollata - si incontra il volto della fame, della denutrizione e della malattia, si può poi tornare nella propria stanza e scrivere una poesia o dipingere un quadro e credere che ciò abbia un senso, che servirà a riempire quella mano tesa o a curare quel corpo malato? Parlando di me, ogni volta che sono in India e cerco di scrivere, mi vedo davanti quella faccia e sento quella voce che chiede: "A cosa mi serve? Buon per te che te ne stai lì seduta a scarabocchiare, ma è forse utile a qualcun altro?" Si può provare a ignorarla questa voce o persuadersi che anche l'arte è una forma di alimento, ma si finirà per capire che non se ne è capaci. Lentamente e sicuramente essa erode la confidenza che si ha nel proprio lavoro e altrettanto essa fa con ogni forma di piacere che in esso si trova. Non è che io stia immaginandomi una situazione o esagerandola. Se esco di casa e incontro gente, c'è questa domanda, talvolta educatamente taciuta, ma spesso rivoltami con molta durezza: che cosa fai, tu donna educata, scrivendo romanzi, fiction? E io una risposta non ce l'ho, perché una parte di me è d'accordo che sì, dovrei piuttosto raccogliere quei piccoli mendicanti coperti di stracci e insegnargli a leggere e scrivere così da metterli in grado di guadagnarsi da vivere in modo più decente che chiedendo l'elemosina. Un mio amico che insegna all'università mi ha detto: quello che dovresti veramente fare sarebbe scrivere testi scolastici per i bambini; insegnargli le cose che hanno davvero bisogno di sapere: non buttare la spazzatura nelle strade, tenersi puliti e in ordine, e altre impmtanti cose del genere. Una parte di me si è offesa: cosa? Era su quello che mi sarei dovuta sprecare? E l'altra parte si è trovata d'accordo e voleva dire che sì, ci sono bisogni molto più urgenti del bisogno di fiction. I bisogni urgenti: è dunque questi che dovremmo servire o non piuttosto quei bisogni eterni, segreti, istintivi, così profondi da non poter essere nominati? La società chiede una risposta, l'artista un'altra. Ascoltare la società significa ritrovarsi con la propria fede nell'arte gradualmente erosa e distrutta. (...) Ma perché parlare di queste forme di repressione, comuni e tradizionali in India, qui da voi, in un paese che ha condizioni molto differenti e dove le condizioni che ho appena descritto sono quasi impensabili? Ho continuato a parlare di questioni che sembrano non riguardare affatto le vostre vite. Eppure io credo che le riguardino. Non credo che l'arte sia una torre d'avorio, che la fiction sia invenzione. Credo invece che esse siano il distillato, l'essenza della vita e dell'esperienza. Se si crede che l'arte sia verità, allora l'arte non deve avere punti deboli, sbrecciature attraverso cui possa entrare la menzogna. Deve essere intera e completa e deve essere difesa. Ogni volta che la menzogna la attacca o che l'ipocrisia tenta di penetrarla, bisogna toglierle di mezzo. E così concludo con un appello: l'Occidente non dovrebbe accettare né menzogne né ipocrisie sull'India o dal l'India. Trovo che l'Occidente ha due idee fisse a proposito dell'India. La prima è che è una terra romantica, piena di santoni, maharajas, palazzi e elefanti: l'India di Hollywood e dei romanzi d'appendice. La seconda è quella di un'India terra degli orrori: un luogo di intollerabile povertà e squallore, di fame e di malattia. Questa è l'India di cui sono aggressivamente a caccia la stampa e i mass media. Come può un paese avere due immagini così contraddittorie? La spiegazi.one è che nessuna delle due è vera, o almeno non interamente vera. Ciascuna è soltanto una mezza verità. Ci si può essere familiarizzati con la faccia del maharaja o con la faccia del bambino che mendica, ma abbiamo imparato qualcosa dell'essere umano che ci sta dietro? Della creazione di queste mezze verità gli indiani sono colpevoli tanto quanto gli occidentali. Avete sentito di quei mondi di sogno creati da produttori cinematografici indiani per le masse, masse affamate di sogni alla celluloide. La stessa riluttanza a guardare in faccia la verità esiste nella nostra arte e nella nostra letteratura; in ugual modo esiste nella nostra vita di tutti i giorni: consumati dalla passione per il pettegolezzo e lo scandalo, raramente ci preoccupiamo dei fatti. E questa riluttanza a guardare in faccia la verità è condivisa dai lettori e dagli spettatori occidentali, perché anch'essi, ai fatti nudi e crudi, preferiscono sia la versione romantica che quella scioccante. Non per malizia né per ignoranza - anche se talora proprio di questo si tratta-, ma perché la verità è così spesso ordinaria, banale, senza colore e senza attrattiva. Eppure io credo che il suo valore sia maggiore. Io penso che un granello di polvere sia da preferire al fiore di carta, al finto specchietto, agli stracci e al piattino del mendicante, perché ha il valore della verità. Se la letteratura, se l'arte hanno scopo alcuno, ebbene questo scopo è di mostrare, con coraggio e senza compromessi, la nuda faccia della verità; e qui a Ovest, come a Est, dobbiamo imparare a distinguere e a riconoscere, e a valutare. Una volta che si sia detta la verità, ci si sarà liberati della società, delle sue prigioni. Si sarà entrati nel regno della libertà. Riprodotto in Nord Sud Est Ovest allegato a "Linea d'ombra" n. 66
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