Foto Sereno Componini/ Contrasto numerose e non tutti i bambini possono sperare di ricevere un'educazione, il dono dell'educazione viene riservato ai figli maschi e assai di rado concesso alle femmine, esattamente come il cibo migliore è dato al bambino di sesso maschile, piuttosto che sprecato con la femmina. Così l'analfabetismo femminile è assai diffuso, proprio come la denutrizione, e poche sono le donne indiane che possono accedere alla parola scritta e stampata. Che ricorso può dunque fare una donna alla giustizia? Che cosa sa della Costituzione o dei suoi diritti legali? Non è un caso che la gran pa11edelle opere letterarie create nel passato da donne sia in poesia, dal momento che la poesia è una forma artistica legata all'oralità, che non richiede alfabetizzazione né in chi la crea né in chi la ascolta. Può essere memorizzata e recitata. Esiste infatti un corpus consistente di testi poetici creati da donne indiane. Molto poco ne venne scritto mentre erano ancora in vita. Di curioso c'è che il tema della maggior parte della poesia classica è l'attaccamento di una donna per un uomo. Il che molto spesso non è che un modo di rappresentare la tensione dell'anima verso la divinità, l'attaccamento spirituale; ma le donne poeta sentirono il bisogno di esprimerli in termini fisici e sessuali. Il mito della femminilità indiana era troppo forte per permettere qualsiasi altra modalità. Le donne da noi hanno cominciato a scrivere prosa, soltanto nel Ventesimo secolo. La letteratura autoanalitica e psicologica caratteristica del nostro secolo, quando viene affrontata da scrittrici indiane, produce una curiosa omogeneità di tono: malinconia, lamentosità, lacrimosità. Perché non contiene alcuna forza argomentativa, un discorso, una critica? Be', perché per una donna, oggi come in passato, queste facoltà sono interdette, non fanno parte della nostra eredità, della nostra tradizione. Dal momento che l'atteggiamento critico non è mai stato incoraggiato - anzi è stato scoraggiato attivamente e con fermezza - le donne indiane non hanno sviluppato la capacità critica. Hanno la ca69 pacità di mostrare rispetto e la capacità di denunciare, ma non di esprimere una critica fredda e ragionata: il che, all'interno del loro lavoro, è una triste mancanza. Come lo è l'assenza evidente di un'ampia esperienza di vita. Avendo dovuto confinarsi alla scena domestica - pochissime di noi hanno sperimentato il mondo esterno alla casa e alla famiglia-, l'area di studio a disposizione delle donne indiane rimane ristretta, limitata. Tante limitazioni. Tanta censura e autocensura. Da qui non si arriva forse ali' oppressione, ali' oppressione di un intero genere? Condizioni pressoché identiche valgono per l'altra prigione domestica di cui voglio parlare: la prigione domestica della religione. In India veniamo educati a pensare che la religione contenga il più alto grado di verità, il maggior grado di bontà, a credere che una vita religiosa sia la miglior forma possibile di vita, quella a cui tutti gli indiani aspirano, indipendentemente dalle loro origini. Mettere in discussione questa convinzione significherebbe mettere in discussione l'intera società, una società intensamente religiosa, un paese dove la religione non è stata confinata a un unico luogo o a un solo giorno per settimana, ma è ovunque, in ogni momento, perché essa è un modo di vivere, capace di determinare il nostro modo di mangiare, di vestire, di lavarci, sposarci, allevare i nostri figli, parlare e vivere. Separare la religione da una società di questo tipo sarebbe come strapparle il cuore o privarla di gambe e braccia. La gente non saprebbe come vivere in assenza di divinità e una volta privata della fede. Chi ha la forza di guardare in faccia non Dio, ma se stesso? Non un futuro di là da venire, ma il qui e ora? E così la religione non viene messa in discussione. Se mai lo fosse, sarebbe l'inizio della fine. L'unico scrittore che lo ha fatto è stato Salman Rushdie, perché credeva, come ha dichiarato durante un suo intervento recente al Erbert Read di Londra, che "Avere rispetto perciò che è sacro voglia dire esserne paralizzati. L'idea tende a trasformare
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