68 I/ fiorire dei sogni LETREPRIGIONI DELL'INDIA Anita Desai Come molti altri scrittori faccio parte del Pen. Con regolarità ne leggo i bollettini relativi agli scrittori che in varie parti del mondo sono rinchiusi nelle prigioni e firmo fogli di protesta e appelli rivolti ai vari governi nazionali. So qual è il prezzo che uno scrittore deve pagare in cambio della libertà di parola in paesi con regimi tirannici, dispotici e totalitari. Di recente, grazie all'esplosione di una rivoluzione pacifica, in molti di questi paesi ci si è resi conto che il trionfo di tali movimenti è dipeso dal coraggio e dalla sofferenza di scrittori e altri artisti. Ma non è di questo tipo di repressione o di libertà che voglio parlare. Io vengo da un paese che si vanta di essere una democrazia da quando, nel 1947, si è reso indipendente dalla dominazione coloniale. Da noi le elezioni si sono svolte a intervalli regolari e pienamente legali e sono state per lo più vinte da quei candidati che il nostro popolo ha scelto di votare. Non sono a conoscenza di alcun caso di scrittore che sia in prigione per via delle sue opinioni. È vero che per un breve periodo, il cosiddetto periodo dell'emergenza, solamente quegli scrittori e artisti che si sono dimostrati disposti a incensare il regime hanno ricevuto la protezione del governo e, nel caso di registi, hanno avuto accesso agli schermi cinematografici o televisivi. Ma quando, e io tra gli altri, abbiamo declinato il loro invito, non siamo stati puniti e il peggio che ci è capitato è stato di essere ignorati. Come dicevo, in generale, uno scrittore è libero di esprimere i suoi punti di vista attraverso la stampa. Qualcuno riceve approvazione, altri no, ma non è questione di rischiare la vita o di fare la corte alla morte. Quindi non è necessario che parli della loro condizione. Questo significa che io possa venirvi a dire che nel mio paese la repressione non esiste? Che la libertà è di tutti, la libertà di parola e di espressione? Niente affatto e vorrei riuscire a darvi conto di una sottile e radicatissima forma di repressione: una complicità segreta nel lasciarsi portare via la libertà, per la quale non si può biasimare né il regime attuale né quello passato e per cui deve essere denunciata un'intera società con la sua storia e il suo peso di costumi e tradizioni. La questione potrà sembrare di scarsa rilevanza sia per il vostro paese sia per gli altri paesi occidentali. Vi verrà da chiedervi perché io abbia scelto di sollevare una questione che vi sembrerà obsoleta, arcaica e forzata. Lo faccio, perché penso si debba essere coscienti del fatto che essere fuori daJle prigioni non significa di per sé essere liberi e che essere sopravvissuti non significa essere sfuggiti alla repressione. Tutti coloro che fanno parte del Pene ne sottoscrivono gli ideali sanno che cosa aveva in mente Saul Bellow quando ha detto: "Tutti sanno che la repressione non funziona per compartimenti stagni. Colpire iri un punto significa colpire anche nel punto accanto." Penso che il mondo debba sapere che ci sono varie forme di repressione. Io vorrei descriverne due o tre. Una delle prigioni di cui parlerò è quella che il mio paese ha creato specificamente per le donne. Come altri paesi dove per tradizione esse vengono oppresse, l'India trasforma le sue donne in divinità. A Ovest avete il culto della vergine Maria. In India, dove in tutto si tende verso la pluralità e l'eccesso, ci sono centinaia di migliaia di culti analoghi. Tutti, in un modo o nell'altro, sono costruiti attorno alla Dea Madre, figura feconda da cui fluiscono tutti i buoni oggetti: latte, cibo, calore, conforto. Il seno e i fianchi ampi, le curve generose, le proporzioni attraenti ne fanno non soltanto la madre ideale, ma anche la donna ideale: sposa, amante, oggetto di piacere e di gioco. In India essa è la fonte più ricca di ogni espressione artistica: scultura, pittura, danza e poesia. Attorno a lei si è costituito un corpus sterminato di miti e di leggende. Molti nomi le sono stati attribuiti: Sita, Draupadi, Durga, Parati, Laksmi ecc. In ciascun mito essa gioca il ruolo della moglie leale, ferma nella devozione verso il proprio signore. Mite, docile, piena di fiducia, fedele e pronta al perdono anche quando è dotata di spirito e di coraggio, essa aderisce a un archetipo, disposta com 'è ad attraversare il fuoco e l'acqua, il disonore e la disgrazia, per il bene del!' amato. Come Sita dichiara offrendo di accompagnare il suo uomo in un esilio che durerà quattordici anni: "Certamente la sua fortuna è anche la mia ... Noi staremo insieme. L'acqua sarà nettare, le piante selvatiche latte, le pelli non lavorate saranno coperte dai molti colori. Non posso essere buttata come l'acqua che resta in fondo alla tazza. Caro Rama, io sono umile polvere ai tuoi piedi, perfettamente felice." Che razza di ideale da proporre a una bambina! E la donna indiana, fin dalla sua infanzia, viene cresciuta con queste leggende, che le sono familiari come a voi occidentali lo sono Riccioli d'oro o Cenerentola. E non c'è verso di sottrarsi ai modelli imposti. Anche se nella realtà da noi la donna non è altro che un manovale comune - prima nella casa paterna, poi in quella del marito - una bestia da soma destinata a mettere al mondo una catena di bambini, abituata a ogni tipo di brutalità, slealtà o fallimento del marito, per lei non esiste alternativa possibile: deve vivere come hanno vissuto Sita o Drupadi. Perché la donna indiana è l'incarnazione di Durga. Il mito la tiene prigioniera, incatenata mani e piedi. Ribellarsi a questa situazione - sia con le parole sia con i fatti - significherebbe mettere in discussione il mito, attaccare la leggenda; e questo non è permesso, perché proprio qui sta la pietra angolare su cui si è edificata la famiglia indiana e quindi l'intera società indiana. Dire che tale situazione è stata creata dagli uomini per il loro vantaggio è semplicistico. La verità è che esiste una piena collusione delle donne che in qualche perversa maniera insistono nell'incarnare il mito. Battuta, maltrattata, tormentata, non dirado fino a morirne, in punto di morte la donna dichiarerà che il proprio uomo non ne ha nessuna colpa. Perché? Be', le ragioni sono più d'una. La più ovvia è che essa è analfabeta, priva di un'educazione e di una qualifica che le permettano di guadagnarsi da vivere e di mantenersi. Abbandonare il tetto domestico significa alla lettera fare la corte alla morte su una strada. L'altra ragione di cui devo parlare è che essa è così indottrinata dagli ideali di onore, status, rispettabilità, che nulla la spingerà a opporvisi. Se lo facesse, sarebbe come mettere in discussione la sua stessa esistenza: se non è venuta al mondo per difendere I' onore del marito, della famiglia, della società, perché mai è venuta al mondo? Qual è la sua ragion d'essere, il suo significato? Perfino nella mitologia l'unica eroina capace di vedere la verità al di là della facciata, la trovò così devastante da esserne distrutta. Sita, dopo aver passato quattordici anni in esilio con il marito Rama, venne da lui respinta sulla base del sospetto che avesse permesso al demone re Ravana di usarle violenza; obbligata a sottoporsi alla prova del fuoco, ne uscì senza danno alcuno, la sua virtù intatta, ma subito dopo chiese alla terra di aprirsi e di inghiottirla: avendo visto il volto del disonore, scelse di morire. E c'è un'altra ragione ancora: in India dove le famiglie sono
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