momenti romantici e tragici, che la vita sia un sogno e che noi, i sognatori, viviamo delle visioni, che cos'altro è se non il desiderio di una grande leggenda, una storia poderosa che penetri ogni cosa e che ci spieghi la vita; e dopo averci dato il senso delle cose le colleghi tutte come il filo di una collana? A quel punto non saranno più sogni, ma la vita vera guardata in pieno giorno. E così, qualche tempo fa, sentendomi sola, ho pensato di iscrivermi a un club. Ce n'erano per collezionisti di francobolli, per collezionisti di monete (non voglio dire i bancari), per escursionisti, per anziani, e perfino un club di scrittori; quest'ultimo, mi parve di capire, organizzato da un intraprendente agente letterario. C'era una società chiamata UNO (che faranno mai?) e tante altre ancora. Alla fine trovai un piccolo circolo sociale di quartiere e mi iscrissi. Sebbene fossimo molto vicini a Londra, compresi nella sua rete stradale, avremmo tranquillamente potuto essere in una lontana città di provincia, un banalissimo gruppo che rivedeva vecchi film, invitava ogni tanto un ospite straniero e aveva un modesto buffet, per lo più birra e panini. Solo il tesoriere pareva attivo, una sorta di lombrico lungo, scuro e snodato, il tipo del maestro di campagna, che organizza la vita intellettuale dei paesetti. Eravamo sotto Natale e proposero, non avendo denaro (e in realtà non cercandone nemmeno), di festeggiare tra noi - con i film, la lotteria, il banco dei regali e infine ... ognuno avrebbe raccontato una storia. Che paura! Ecco che cosa capita a entrare in un club. Che potevo raccontare io? Un Natale che non dimenticherò mai? (New York, Losanna, Sydney)? Un'intensa favola alla maniera dei Grimm come L'osso che canta (una riscrittura di Caino e Abele)? Oppure la trovata di quell'acuto scrittore francoamericano che è Julien Green, che ciascuno di noi è influenzato, se non addirittura formato per la vita, da una favola appresa nell'infanzia? Era un'"inchiesta" che avevo già fatto. Un economista era stato colpito da piccolo da "I fabbricanti di sale" (perché il mare è salato). Un re aveva mandato a chiamare dei fabbricanti di sale; la loro nave affondò, ma loro continuarono a macinare sale. Io ero stata ammaliata dalla leggenda di Orlando e Oliviero. Non so quante volte avevo letto l'episodio di Roncisvalle; e nella mia vita interiore c'è sempre stato un Orlando in cerca di un Oliviero. Ma le cose andarono assai diversamente. Il tesoriere si alzò dietro al piccolo tavolo da cucina che avevano messo nel mezzo; voleva cominciare lui, ma non raccontando una storia, bensì recitando una poesia che aveva imparato a scuola e che lo aveva soggiogato allora e per tutta la vita ("A scuola non ero bravo, sebbene i miei genitori facessero ogni sorta di sacrifici per me; non riuscivo a imparare niente a memoria, ma questa la imparai"). Era "Abou ben Adhem". Dopo di lui una donna lesse una storia lunga e scritta con cura intorno a un fatto accaduto in una locanda; era successo a lei. Era una storia di carattere irlandese, e dopo di lei il marito, un insegnante gallese, raccontò, tirandola molto per le lunghe, una vicenda che era realmente avvenuta al suo paese, nel Galles. Non credevo alle mie orecchie - mi guardai attorno imbarazzata. La conoscevo già. L'avevo sentita a New York, e ora mi si ripresentava come un progenitore di quella storiella, una sorta di selvaggio lanoso e sdentato, ma con un finale rispettabile. Come aveva fatto quel raccontino da due soldi ad arrivare fin nel cuore del Galles? Poi si fece avanti un altro narratore, di prepotenza - non c'era modo di fermarli. Balzavano in piedi, alzavano la mano, dicevano "Desidero ..." La ragazza della locanda, l'insegnate gallese, volevano tutti parlare un'altra volta. Li dovemmo rintuzzare. 65 E nel frattempo mi era venuta in mente una storia splendida, - che era successa a un mio amico nella Mongolia Interiore circa quarant'anni prima - ma mi avrebbero creduto? -che aveva ereditato l'armatura di Gengis Khan. Ma intanto, con maggior vigore e quasi tutte, quelle persone noiose e compiaciute si animarono, divennero tante bocche vocianti dalle quali scaturivano storie, brutte e comuni o mai sentite prima d'allora. Quanto a me, non avevano idea che fossi una scrittrice. "Ha scritto forse una lettera al 'Chronicle'?" (noto giornaletto locale) mi chiese il tesoriere turbato da qualche reminiscenza. Ma io ero nuova, e loro troppo ben educati per interpellarmi. Eccolo, l'oceano del racconto, che nasceva a gocce, di rugiada della collina o sudore di un pendio scosceso che scendeva giù confondendosi con altri rivoletti tra le pietre, proprio come la Moldava di Smetana, allargandosi e rombando e scorrendo tumultuoso verso il mare aperto. La stessa cosa poteva succedere dovunque; e succede ovunque. Il racconto non muore, e finché è vivo non vuol esser legato ad alcuno schema. Solo quando è ridotta a una formula rigida, o quando è imitazione, muore; muore quando viene tenuto fermo, non altrimenti. Quei milioni di gocce d'acqua fungono da specchio delle nostre vite. I popoli non hanno storia, secondo Jean-Henry Fabre: "Soffocati dal presente non si sognano nemmeno di tenere a mente il passato. Ma fascicoli dimenticati di documenti di famiglia rappresentano archivi di prim'ordine e poi confortanti, dal buon odore, ci parlerebbero dei nostri antenati, della loro lotta paziente contro un destino aspro, e dei loro sforzi tenaci per costruire, un granello sull'altro, quel che noi siamo oggi ... Come interesse individuale, nessuna narrazione ha un valore altrettanto alto. Ma puitroppo succede che il focolare venga abbandonato e una volta fuggita la covata il nido sia dimenticato." Negli Stati Uniti soprattutto, credo che il racconto abbia assunto precisamente questo valore; quei mille e mille granelli di sabbia delle vite personali singole sono stati in parte raccolti. Dovunque si stampi una nuova testata, affluiscono centinaia di racconti, sia autentici che plagiati, sia immaginosi che umili. Come si può immagazzinare un così vasto tesoro naturale? Esso è inesauribile. Ce n'è tanto che se ne può anche sprecare una parte commercialmente (come poi accade) e può succedere che gente di talento si esaurisca mercificandosi, ma c'è sempre una riserva gratuita e fresca. Quel che serve è solo un gran numero di luoghi dove i racconti si possano stampare o raccontare (non c'è nemmeno bisogno di stamparli). Alcuni di essi potranno morire o moriranno; ma la storia dell'uomo mai. Note I) Parola aborigena incorporata nel l'inglese australi ano e riferita a esseri sovrannaturali maliziosi ma di natura benevola. 2) Parola inglese che indica uno strumento spesso usato nei rituali iniziatici, il cui suono è secondo gli aborigeni la voce di potenti esseri sovrannaturali, quali ad esempio il serpente dell'arcobaleno nell'Australia del Nord. Copyright Estate of Christina Stead. Da The Uncollected Stories of Christina Stead, Penguin 1986. Riprodotto in "Linea d'ombra" n. 58
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