Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

64 Poi vennero i racconti dell'interno, la vita di quel popolo dalla pelle scura cui apparteneva la terra, sebbene anch'esso fosse arrivato in un secondo momento, nessuno sapeva da dove: coraggiosi vogatori, portati alla deriva dai venti e le correnti; e poi venivano gli eventi delle ere geologiche ("Siamo un paese molto antico, dove le montagne, corrose dal vento, sono diventate collinette e rocce; e i vulcani spenti non ci danno più noia, mentre continuano a esplodere al di là della fossa, in Nuova Zelanda"); e perfino eventi storici per lo più relativi alla vita del capitano James Cook: mio padre, da giovane, gli somigliava. Devo escludere tutte le favole delle tante, mille serate tra i due e i quattro anni e mezzo, che hanno formato la mia visione del mondo - un interesse per gli uomini e la natura, una sensazione che siano tutti uguali, il mostro estinto, l'insetto del corallo, l'uomo di colore e noi, gli uccelli e i pesci; e un'altra sensazione curiosa, che ancora mi porto dietro, come di eternità terrestre, di un sole che non tramonta mai. E ciò perché insisteva molto su quell'aspetto logorato dal tempo, "vissuto" e gialQuando mio padre si risposò avevo compiuto solo quattro anni, ma dovetti presto badare a un fratellino più piccolo e poi a un altro ancora; presto divenni la dondolatrice di culle e la messaggera, quella che cantava le ninnananne e raccontava le favole. Non le ricordo però. li racconto ha qualcosa di magico. Se in un gruppo di persone qualcuno dice "Canterò una canzone" a chi interessa? (forse nel Galles o in Russia se ne interessano). Ma se uno dice "Vi racconto una storia; è successa proprio a me" allora tutti l'ascoltano. E la stessa passione che ha generato i cantastorie dei bazar, che incanta i folcloristi e che ci inchioda a guardare quelle vili, contorte, contratte e sterili storie alla Tv. E la speranza di riconoscere e farci spiegare la nostra esperienza. Offrite una chance agli scrittori, create periodici, aprite rubriche (per scrittori intendo tutti, non i professionisti, ma chiunque abbia bisogno di raccontare quel che gli è capitato un giorno) e non avranno fine le storie con tutto ciò che significano e che le rende lo-rossastro della nostra terra bruciata dal sole, forse a causa dei suoi mari scintillanti: e anche la totale assenza del concetto di morte. Per milioni di anni tutte quelle creature erano vissute ed erano morte, gli insetti del corallo, architetti delle barriere, le antiche foglie e i sauri che avevano lasciato solo una 1ieve impronta sulla roccia petrolifera; e sapevo che la morte era necessaria "perché si verificasse l'evoluzione". Ma c'era la loro fragile impronta, essi erano esistiti. In un racconto di Cechov un padre noioso porta la sventurata figliola a fare lunghe passeggiate, indicandole la grandiosità delle distanze stellari e la nostra vita infinitamente piccola, e se ne gloria e si compiace di spaventarla. Ciò può accadere forse in un tetro paese nordico, dove si Il narrare è ciò che ne fa parte, lo schizzo, l'aneddoto, storielle argute, leggende e frammenti. Di dove vengono? Chi li inventa? Tutti noi forse. Chi li trasmette, così da farli passare incessantemente nella vita delle città? sente il freddo estremo e il senso della morte: ma non accadde certo a me. A me ciò procurava piacere; era come se un grande mantello mi coprisse e mi consentisse di vedere senza essere vista: il mantello dell'oscurità. E andammo avanti così, una sera dopo l'altra, per due anni, finché quel giovane si risposò ed ebbe altri figli a cui pensare. La sua specialità erano i pesci. Teneva talvolta una conferenza intitolata "Giganti e pigmei degli abissi". Io la conoscevo. Ma ce n'erano altre. C'era il bunyip' il leggendario baubau degli uomini neri - ce n'è uno in ogni paese: che altro era se non "tronchi d'albero rotolanti nella corrente" e la sua voce la voce del bull roarer2 degli uomini neri, e finanche il tarabuso in mezzo alle canne. Quando in quelle notti mi lasciava per andare a chiacchierare con la sorella come un uomo felice che parla con una donna felice, subito cominciavo a sentire altre voci; altri esseri parlanti cominciavano a raccontarmi la loro vita; e la cosa curiosa è che, a differenza dei mostri estinti e delle infinitesimali creature dell'oceano, che erano o sarebbero morte tutte, quegli esseri si lamentavano. Nella nostra casa, con un marito perduto e una moglie perduta, nessuno si lamentava. Deve essere stato a causa del mio modo di vedere: quegli esseri si lagnavano tutti. Il cassettone cominciava col dire: "Sono così pesante, pieno di abiti vecchi, i cassetti cigolano quando vanno avanti e indietro e mi graffiano tutto, sono impolverato ..."; e le doghe del parquet: "Che dovremmo dire noi? Sopportiamo il tuo peso, tu ci schiacci, e poi c'è quella cassa da imballaggio ..." Erano un mucchio di scontrosi, egoisti e brontoloni. Ma probabilmente erano fatti così. vitali - l'esperienza autentica e un punto di vista personale. Non è necessario che un racconto sia artistico o segua una formula, o somigli a Cekov, o all'ultima moda metropolitana o che so io. La bellezza di un racconto è nella sua verità e nel significato che ha per una data persona: è lì la sua efficacia. Ogni volta che si è data la possibilità di registrare questo genere di esperienze personali, familiari o di lavoro si sono viste centinaia e centinaia di storie nuove e di immenso interesse per le persone cui erano destinate - abitanti della provincia, membri di un sindacato, disoccupati, anziani e malati, sconosciuti. Non importa scrivere capolavori. L'idea di capolavoro lasciamola ai professionisti; per noi l'essenziale è la sincerità, l'autenticità. Ma guardate soltanto le raccolte che apparvero negli anni Trenta: non sono tutti racconti memorabili (qualcuno sì, però) eppure tutti fissano la realtà di un periodo in cui l'America soffriva e cercava uno sbocco, e rifletteva sul suo destino; e - guardate quei racconti oggi - sono un ricordo vivido, insostituibile. Ecco cosa c'è di buono in un racconto: è la vita vera di tutti, e tutti hanno qualcosa da raccontare. Raccontare è una magica necessità per la nostra felicità. In Occidente nessuno conosceva Le mille e una notte, finché non furono tradotte dall'abate Antoine Galland in Francia. Furono un successo strepitoso. Giovanotti alla moda si raccoglievano attorno alla casa dell'abate per fargli visita; e quando compariva gridavano "Dicci un'altra storia, abate; ancora una storia!" (ma succede anche a New York, di sera, quando, l'ho visto con i miei occhi, si riuniscono gli amici e raccontano il loro infinito, notevole folclore.) La sensazione, che ci assale in momenti strani,

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