Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

to di vista di quei critici - davvero mi sarebbe piaciuto poter dir loro che comprendevo benissimo le critiche e che ero parzialmente d'accordo e che se avessi potuto scrivere il romanzo in un qualsiasi altro modo, lo avrei senz'altro fatto. Non volevo scrivere un altro romanzo in prima persona, o almeno, ero convinta di non volerlo. Ho cercato più e più volte di cominciare il libro in terza persona ma, molto semplicemente, non voleva andare avanti. In quelle prime stesure le pagine iniziali erano tutte sbagliate. Erano troppo artificiose; il personaggio di Rachel non si rivelava. Così, alla fine mi arresi e smisi di fare opposizione. Cominciai a scrivere il romanzo come in realtà dovevo aver intensamente desiderato di scriverlo - in prima persona, attraverso lo sguardo di Rachel. Sapevo che ciò significava che la prospettiva del romanzo sarebbe stata limitata - ma dopotutto così era anche la vita di Rachel. Sapevo che avrei dovuto stare molto attenta, perché Rachel è un 'isterica potenziale che, per un certo periodo, non si rende conto di questo suo stato, ma la prosa non avrebbe dovuto essere isterica, altrimenti avrebbe perso la capacità di comunicare la sua personalità. Sapevo che gli altri personaggi, visti soltanto attraverso lo sguardo di Rachel, avrebbero potuto anche non emergere così chiaramente come avrei voluto - in particolare Nick, suo amante per un breve periodo, doveva comunicare al lettore più di quanto Rachel fosse riuscita a capire di lui fino quasi alla fine del romanzo. Per quanto riguarda gli aspetti positivi, però, c'era il fatto che Rachel era molto autopercettiva, una di quelle persone che stanno sempre ad ascoltarsi il battito del polso. Intuiva cose di se stessa che Hagar non vedeva dentro di sé, anche se Rachel tendeva a esagerare troppo le proprie inadeguatezze e manchevolezze. Speravo che questa esagerazione fosse evidente, non solo attraverso le affermazioni, ovviamente troppo cariche, che Rachel faceva a proposito di se stessa, ma anche attraverso la reazione di Nick. A Nick, dapprima, Rachel non sembra altro che una donna piuttosto attraente e intelligente ed è solo quando lei gli rivela le proprie profonde insicurezze che l'uomo percepisce quanto sia disperato il bisogno di Rachele quanto poco egli possa fare per soddisfarlo. Nessuno riuscirebbe a soddisfarlo - Rachel ha bisogno di troppo e Nick riconosce di non essere Dio, di non essere onnipotente, di non essere in grado di salvare un'altra persona. Naturalmente, l'uso del presente indicativo nel romanzo presentava dei problemi in termini di continuità narrativa - ossia, il modo per andare dal punto A al punto B - e penso che nel libro ci siano delle parti dove questo diventa un vero e proprio difetto. D'altra parte, sentivo che l'indicativo presente era essenziale per comunicare un senso di immediatezza, l'impressione che tutto stesse accadendo proprio in quel momento e sentivo che questo senso di immediatezza era necessario per rendere chiara la qualità del dolore di Rachele i suoi caparbi sforzi di sopravvivenza. Le sue fantasie erano necessarie, in parte semplicemente perché erano lì presenti, elemento integrante della sua personalità, e in parte per comunicare il desiderio di un uomo, di bambini suoi. (Per inciso, quando venne tratto un film dal romanzo, la maggior parte degli esterni venne girata a Danbury, in Connecticut. Stewart Stern, che scrisse la sceneggiatura, mi raccontò di una scena che, alla fine, non venne usata per il film, ma che un giovanotto di Danbury probabilmente non dimenticherà mai. Questo attraente ragazzo continuò ad aggirarsi intorno al set cinematografico per alcuni giorni, chiedendo insistentemente quale sarebbe stata la sua parte. Finalmente, ottenne una risposta. "Oh, non si preoccupi" gli dissero, "Lei è solo una fantasia masturbatoria".) Il che ci conduce alla domanda su come si sentono gli scritto61 ri quando da uno dei loro romanzi viene tratto un film. Non so perché ma questa è una domanda che mi viene posta alcune dozzine di volte in una singola settimana, così ora darò una risposta, diciamo, en masse, sperando che la domanda non salti fuori di nuovo. Mi è piaciuto molto il film; sono stata contenta che sia stato girato; in generale ho approvato il modo in cui il libro è stato usato. Ma in un certo senso non aveva nulla a che fare con me - non si trattava del mio lavoro. Una volta, a un ricevimento in Inghilterra, una signora piena di buone intenzioni mi presentò così - "Questa è Margaret Laurence - ha scritto il libro di Rachel, Rachel (La prima volta di .Jennifer) e pensate un po' - lo conoscevo quando era solo un romanzo!". Ecco come ammazzare gli scrittori con una sola pugnalata. Ebbene, per quanto il film mi abbia interessata e sia stata felice di vederlo, per me si tratta ancora solo di un romanzo. Anche se nulla del mio quarto romanzo, The Fire-Dwellers (Gli abitatori del fuoco), può davvero essere definito nuovo nei termini formali del romanzo contemporaneo, la sua struttura mi ha dato molte preoccupazioni prima di iniziarne la stesura e ho preso in considerazione e scartato molte tecniche prima di riuscire finalmente a escogitare quella con la quale il romanzo è stato scritto. Sentivo fortemente l'esigenza di un tipo di forma che comunicasse la sensazione che tutto stava accadendo allo stesso momento, simultaneamente. Ovviamente, se cercate di trasmettere il vasto numero di eventi che si ripercuotono sulla coscienza del- !'individuo in ogni minuto della giornata, dovete essere molto selettivi e sperare di comunicare il più possibile tramite una descrizione più implicita che quantitativa. O si fa così, oppure si scrive un romanzo di cinquantamila pagine, una scelta questa che era molto lontana dal mio scopo. In effetti, volevo scrivere qualcosa in un tipo di prosa che fosse molto più frugale e ridotto ai minimi termini di qualsiasi cosa avessi scritto in precedenza. Mi ero molto allontanata, almeno per quanto riguardava la mia opinione personale, dalla qualità ornata e piuttosto oratoriale dei pensieri di Nathaniel in This Side .Jordan. Non volevo narrazioni lunghe, né brani lunghi, qualunque fosse il tema. Narrazione, sogni, ricordi, un continuo commento interiore - tutto doveva essere breve, addirittura frammentario, per comunicare la qualità aspra e discordante della vita di Stacey. Non volevo scrivere un romanzo interamente in prima persona, ma non volevo neppure scriverne uno interamente in terza persona. L'aspetto interiore e quello esteriore della vita di Stacey erano in tale reciproco disaccordo che era essenziale avere a disposizione il suo commento interno per far risaltare il frequente contrasto tra ciò che Stacey pensa e quello che poi dice. Era già qualche anno che Stacey era nella mia mente. Sapevo quasi troppe cose di lei e della sua famiglia. Ero spesso sopraffatta dall'assoluta impossibilità di riuscire a riversare materiale a sufficienza in un romanzo, allo stesso tempo lasciando fuori molti dei particolari più strettamente domestici, come per esempio la pulizia della casa, un 'azione che in realtà occupava la maggior parte del tempo di Stacey, ma che, alla lettura, non risultava affascinante. Probabilmente nel libro non ho usato abbastanza dettagli di questo genere - un recensore ha commentato che Stacey non fa che starsene seduta a bere gin e a leggere riviste femminili. Ci sarebbe da chiedergli chi diavolo pensava che nella casa dei MacAindra si occupasse dei pasti e lavasse i piatti. All'inizio, comunque, il romanzo mi ha dato molti problemi. Lo avevo cominciato molte volte, abbandonandolo sempre perché non mi sembrava che la forma fosse in grado di rispecchiare i personaggi e i problemi reali. Una volta, addirittura, bruciai in

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