60 era difficile l'impresa che stavo tentando, non mi ci sarei mai provata. Non sono del tutto dispiaciuta di averla tentata e infatti, da vari commenti di recensori africani, credo che almeno alcune parti dei capitoli africani abbiano una certa autenticità. Ma forse non tanta quanta un tempo credevo. In realtà non riesco più a tornare su un libro una volta che è stato pubblicato, ma pensando a questa conferenza, ho riletto parti di This Side Jordan. Mi sono stupita a scoprire che non sono stati i capitoli africani a resistere meglio alla prova del tempo (mentre scrivevo il romanzo, erano i miei preferiti) ma piuttosto quelli europei. Alla fine penso di essere riuscita a capire meglio gli europei, anche se la mia simpatia per i colonialisti era davvero minima se non addirittura inesistente. Il romanzo The Stone Angel (L'angelo di pietra) presentò un gran numero di problemi di forma e di voce. Avevo deciso che non sarei mai riuscita a penetrare abbastanza profondamente nelle menti degli africani - o, almeno, che ero anivata al massimo delle mie possibilità di non africana - e avevo un gran desiderio di tornare a scrivere di persone appartenenti al mio stesso background, persone il cui pensiero e linguaggio mi fossero familiari. Hagar era una donna di novant'anni e mi sembrava impossibile comunicarne in modo soddisfacente i pensieri inespressi, la rabbia contro il destino se non scrivendo il romanzo in prima persona. Credo sia legittimo pensare che non c'è molta differenza tra la difficoltà di scrivere un romanzo secondo il punto di vista di una novantenne e scriverne uno nell'ottica di un insegnante africano, ma io non considerai il problema sotto questo aspetto. Hagar era della generazione dei miei nonni - sentivo di conoscerla molto bene, anche se non è stata basata su llessuna persona reale. Mentre scrivevo The Stone Ange/, mi sentivo molto convinta dell'autenticità della voce di Hagar e ho provato uno strano piacere nel riscoprire un linguaggio che quasi non sapevo di conoscere, mentre i modi di dire dei miei nonni continuavano a tornarmi in mente. Certo, una narrazione in prima persona può essere limitante, ma in questo caso mi ha fornito un'opportunità per rivelare al lettore riguardo ad Hagar più di quanto ella stessa conoscesse di sé, dato che le sue opinioni sul mondo sono condizionate in modo molto evidente e percepibile. La forma del romanzo mi ha dato più problemi della voce. Decisi che lo avrei scritto al presente, con dei flashback in cui avrei usato il passato. Questo metodo sembra un po' rigido, ma avevo anche a che fare con un personaggio rigido. In realtà, l'uso del flashback non mi piaceva molto e Dio solo sa se non è stato fin troppo usato - e questa è probabilmente la ragione per cui sempre meno scrittori lo usano oggi. Ma non riuscii a escogitare nessun modo alternativo per comunicare la qualità degli eventi che caratterizzavano il lungo passato di Hagar. In un certo senso, penso che in The Stone Angel questo metodo non abbia dato cattivi risultati semplicemente perché Hagar è tanto vecchia, vive molto nel proprio passato e - come molte persone anziane - in realtà ricorda più facilmente il passato remoto piuttosto che gli avvenimenti recenti. Nei romanzi, gli episodi tratti dal passato dovrebbero seguire una sorta di ordine cronologico? Di solito non è così che funziona la memoria umana. Sotto certi aspetti mi sarebbe piaciuto che i ricordi di Hagar seguissero un ordine casuale. Mi resi conto però che, considerando il vasto arco di tempo che tali ricordi avrebbero coperto, tale metodo avrebbe reso il romanzo troppo confuso per il lettore. Non sono ancora sicura di aver deciso per il meglio risolvendomi a presentare i ricordi di Hagar in ordine cronologico. Questo è un punto molto delicato. Qualcuno potrebbe obiettare che il metodo da me scelto diminuisce la somiglianza del romanzo con la vita, ma d'altra parte la scrittura - per quanto consapevolmente disordinato sia il suo metodo - non è mai caotica come la vita. L'arte, infatti, non è la vita. Non è mai paradossale, caotica, complessa o viva come la vita. Tutti i ricordi di Hagar sono provocati da un evento nel presente e penso che ciò sia legittimo e che questo tipo di reazione accada anche nella realtà. Comunque, la coincidenza degli avvenimenti nel presente che, convenientemente, provocano dei ricordi in sequenza, probabilmente richiede al lettore una grande prova di fede. Oggi penso che il romanzo sia forse troppo ordinato, ma quello mi sembrò l'unico modo per scriverlo. Lottiamo contro i difetti, ma non sempre possiamo fare qualcosa per evitarli. D'altra parte la connessione tra il passato e il presente di Hagar dà una necessaria unità al libro e riesce a comunicare almeno qualcosa dell'immediatezza del passato all'interno della sua mente. Un altro problema che mi sono trovata ad affrontare in The Stone Angel riguardava la legittimità o meno che una donna come Hagar avesse pensieri in cui luoghi e avvenimenti erano parzialmente descritti in termini di immagini poetiche. Le descrizioni della foresta, per esempio, o della prateria durante la siccità - tutte le descrizioni che mi vennero spontanee scrivendo il libro - in realtà erano di Hagar o erano mie? Me ne preoccupai moltissimo, perché non volevo che Hagar avesse pensieri che non appartenevano al personaggio e riconosco che questa è una delle difficoltà della narrazione in prima persona - la mancanza di un punto di vista esterno, di fatto l'abolizione del narratore. D'altra parte, non riuscivo a credere che quelle descrizioni fossero veramente incongrue con il personaggio. Non so perché avessi questa impressione, ma sentii che erano giuste nel momento stesso in cui le immaginai. Sembravano in tema con Hagar. Onestamente, scrivendo il romanzo non mi posi nemmeno il problema. Fu solo in seguito, durante la seconda stesura, che cominciai a preoccuparmi. Alla fine giunsi alla conclusione che anche persone che nelle relazioni con gli altri sono più o meno incapaci di esprimersi, nei rapporti con se stesse sono perfettamente in grado di percepire il mondo in termini più poetici (anche se non do molta fiducia a questa espressione) di quanto la loro voce esterna possa mostrare. Probabilmente questa è stata una semplice razionalizzazione, ma non ne sono del tutto sicura. Se avessi eliminato delle descrizioni che, al momento della scrittura mi erano sembrate così naturalmente in tono con Hagar, mi sarebbe sembrato quasi di farle un insulto. E non volevo certo rischiare di offenderla - anzi, non osavo. Così l'ho lasciata fare alla sua maniera e forse questa è l'unica cosa che possiamo fare con i nostri personaggi - cercare di lasciarli il più liberi possibile, o piuttosto, accettare il semplice dato di fatto della loro libertà. Se, come in parte tutti dobbiamo fare, scriviamo direttamente dal nostro subconscio, allora dobbiamo fidarci della voce del personaggio. Ciò non significa che non si debbano tentare delle riscritture - questo non fa parte del contratto. Neanche i nostri personaggi hanno il diritto di chiedere che lo scrittore non riveda minuziosamente un romanzo dopo che la prima stesura è stata completata, per estirpare le ripetizioni o potare senza pietà tutta la prosa ornata che può essere inavvertitamente spuntata come una specie di fungo velenoso. Quando venne pubblicato il mio terzo romanzo A Jest of God (Una burla di Dio), alcuni recensori lo criticarono perché, ancora una volta, si trattava di un romanzo scritto in prima persona e prevalentemente al presente indicativo, ma questa volta senza quel!' equilibrio con gli eventi del passato che i flashback avevano dato a The Stone Angel. Ebbene, sono riuscita a capire il pun-
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==