Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

S2 Il jìorire dei sogni SCRIVERERACCONTI Flannery O' Connor Traduzione di Carola Certi Qualcuno dice che il racconto è una delle forme letterarie più difficili; ho sempre cercato di spiegarmi come mai la si possa pensare così su uno dei modi d'espressione che ritengo tra i più elementari e spontanei. Dopotutto, si comincia fin da bambini ad ascoltare e raccontare storie, e la cosa non sembra tanto complicata. Ho il sospetto che molti di voi abbiano passato la vita a raccontare storie, eppure eccovi qui seduti - a cercare di scoprire come si fa. La settimana scorsa, dopo aver scritto alcune di queste tranquillizzanti considerazioni, per poterle esporre oggi qui ho però perso la calma quando ho letto i sette manoscritti che alcuni di voi mi avevano dato da leggere. E ho dovuto riconoscere che se il racconto non è una delle forme letterarie più ardue, comunque, per alcuni è più difficile che per altri. Ho la sensazione che molti inizialmente posseggano un certo talento narrativo, ma che lo perdano per strada. Sicuramente, la capacità di creare qualcosa di vivo con le parole è essenzialmente un dono. Se lo possiedi perché ci sei nato, allora puoi svilupparlo, ma se non ce l'hai, ti conviene lasciar perdere. Ho scoperto però che quelli che non l'hanno, sono spesso anche quelli che si ostinano più accanitamente a scrivere racconti. E sono certa che sono proprio loro a scrivere libri e articoli su come si scrivono racconti. Una mia amica sta seguendo un corso per corrispondenza sul l'argomento, e mi ha segnalato il titolo di qualche capitolo, ad esempio "Ricetta del racconto per chi vuol scriverne", "Come creare i personaggi", "Avanti con l'intreccio!". Questa forma di depravazione le costa ventisette dollari. Mi sembra sembra che parlare di come scrivere racconti in termini di intreccio, personaggi, temi, sia come cercare di descrivere l'espressione di un volto dicendo dove sono gli occhi, il naso e la bocca. Ho sentito alcuni studenti che dicevano: "me la cavo molto bene con l'intreccio, ma sono un disastro con il personaggio", oppure: "ho questo tema ma non la trama più adatta a esso", e una volta ne ho sentito uno che diceva: "la storia ce l'ho, ma mi manca la tecnica". "Tecnica" è un termine ric01Tentenel loro vocabolario. Una volta ho tenuto una conferenza in un club di scrittori e nell 'intervallo dedicato alle domande, un'amica cara mi ha chiesto: "Potrepbe spiegare la tecnica del racconto a scatole cinesi?" Dovetti ammettere che ne ignoravo del tutto l'esistenza, ma la tipa mi assicurò che non era una sua invenzione, che c'era perfino un concorso per un racconto di questo genere, primo premio cinquanta dollari, al quale partecipava. Ma lasciamo da parte i privi di talento; ce ne sono cui il talento non manca, e che tuttavia annaspano al buio perché veramente non sanno cos'è un racconto. Le cose ovvie sono probabilmente le più difficili da definire. Cos'è un racconto, tutti credono di saperlo. Ma se chiedi a uno studente di scriverne uno, probabilmente ne caverai di tutto - un ricordo, un episodio, un'opinione, un aneddoto - davvero di tutto, meno che un racconto. Un racconto è un'azione drammatica autosufficiente; in un buon racconto, i personaggi emergono tramite l'azione e l'azione è condotta tramite i personaggi, e il significato deriva dall'insieme di quest'esperienza. Personalmente preferisco definire un racconto un evento drammatico che implica la presenza di una persona in quanto persona, e in quanto persona particolare - partecipe cioè della condizione umana in generale e di una situazione umana specifica. Un racconto implica sempre, drammaticamente, il mistero della personalità. Avevo prestato alcuni racconti a una signora di campagna che sta in fondo alla via in cui abito; restituendomeli, ha commentato, "Be', queste storie mostrano proprio come si comporta certa gente" e io mi sono detta che aveva proprio ragione; quando scrivi un racconto devi accontentarti di cominciare esattamente di qui - mostrando come si comp01ta certa gente, a dispetto di tutto. Ovviamente, cominciare da qui significa porsi a un livello molto modesto, e la maggior parte delle persone convinte di voler scrivere storie non sono disposte ad accettarlo. Vogliono parlare di problemi, non di gente; o di modelli astratti, non di situazioni concrete. Hanno un'idea, un sentimento, o un ego esuberante, oppure vogliono semplicemente diventare-uno-scrittore, o dispensare saggezza all'umanità in modo abbastanza semplice da permetterle di assorbirla. In ogni caso non hanno da proporre una storia, e, se così fosse, non sarebbero disposti a scriverla; in mancanza di una storia, si dedicano a cercare una teoria, una formula, una tecnica. Naturalmente questo non vuol dire che quando si scrive un racconto si debba dimenticare o abbandonare la propria posizione morale. Le convinzioni sono la luce che consente di vedere, ma non possono sostituirsi allo sguardo e tanto meno a ciò che si vede. Per lo scrittore di narrativa, l'occhio filtra ogni cosa, coinvolge l'intera personalità e tutto il mondo esterno che riesce a captare. Coinvolge persino il giudizio. Il giudizio è qualcosa che ha inizio nell'atto di vedere; quando questo non succede, o quando il giudizio è scisso dalla visione, si crea una confusione mentale che si trasmette al racconto. La narrativa (fiction) opera attraverso i sensi e una delle ragioni per cui, secondo me, molti trovano così difficile scrivere racconti è perché non tengono conto del fatto che convincere attraverso i sensi richiede moltissimo tempo e moltissima costanza. Nessun lettore crederà a quello che lo scrittore di narrativa si limita a narrargli, se non gli sembra di provarla anche lui, se non è portato a sentire anche lui le stesse cose. La prima e più evidente caratteristica della narrativa è che essa affronta la realtà attraverso ciò che si può vedere, udire, odorare, gustare, toccare. Naturalmente non si tratta di qualcosa che si impara soltanto con la testa. È necessario che diventi una consuetudine, un modo abituale di guardare le cose. Lo scrittore di narrativa deve capire che non può suscitare pietà, commozione, riflessione servendosi della pietà, della commozione e della riflessione. È necessario che dia corpo a queste cose, che conferisca peso ed estensione al suo mondo. I racconti degli scrittori alle prime armi di solito traboccano di sentimento; stabilire poi di chi sia questo sentimento, spesso è difficilissimo. Molte volte il dialogo procede senza il supporto di un personaggio veramente visibile, e da ogni angolo della vicenda sbucano fuori pensieri incontrollati. Generalmente questo accade perché il giovane autore è tutto assorbito dai suoi pensieri e sentimenti invece che dall'azione drammatica, e perché è troppo pigro e retorico per scendere al livello concreto nei cui limiti la finzione può operare. Egli ritiene che il giudizio stia da un lato e la sensazione dall'altro, ma per lo scrittore di narrativa

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