Linea d'ombra - anno XIV - n. 115 - maggio 1996

46 lljìorire dei sogni ~ REALTA ChristaWolf Traduzione di Maria Teresa Mandatari A scrivere può accingersi soltanto colui per il quale la realtà non è più una cosa ovvia. Realtà? Gli scrittori romantici (questo è un buon segno) non sono d'accordo sulla sua consistenza, che davvero non è di agevole denominazione, come l'oggetto di studio dei fisici. Peraltro, dal fatto che se ne rendono visibili gli effetti, si può dedurre che esistono tuttora persone le quali mostrano di sentirsi commosse, toccate, influenzate dalla letteratura. Ciò che si agita in loro non è né la "vita stessa" né un'informazione circa determinati fatti, eppure ha a che fare con la verità. Esiste una verità al di là dell'importante mondo dei fatti. È qui che termina l'affinità con le scienze naturali: il narratore può conoscere i suoi risultati e utilizzarli, ma ciò ch'egli stesso scopre nella ricerca della natura degli esseri umani socialmente viventi, può ben dirsi "vero" senza che sia indispensabile - la dimostrazione della sua "precisione", richiesta invece da ogni esito scientifico. Sarebbe dunque giusto che, scrivendo, noi dovessimo inventare il mondo? Qualche tempo fa, io mi sono mossa, durante un lungo pomeriggio piovoso, nell'ambito del mondo dostoevskiano di Raskolnikov. È possibile metterlo a nudo, come una stratificazione archeologica, percorrendo determinati quartieri dell'odierna Leningrado. La casa dell'usuraia è ancora in piedi. Per questa scala, diceva il vecchio che ci guidava - nipote di Dostoevskij-, per questa stessa scala anche Raskolnikov è salito molte volte. Con l'animo oppresso, calpestammo con le nostre scarpe polverose le sue orme. - Qui, disse la nostra guida, su questo pianerottolo egli ha esitato, come loro sanno. Per sua fortuna - più tardi fu costretto a nascondersi - gli imbianchini lavoravano in questa abitazione a destra, e questa qui, a sinistra, era anch'essa vuota. Si può proprio dire che il caso abbia favorito i suoi propositi. Ancora una volta l'azione orribile parve dover essere imminente, mentre noi salivamo lentamente al piano superiore. - È avvenuto qui, disse il nipote di Dostoevskij con severità e tirò il campanello che quell'infausto giorno venne tirato da Raskolnikov. L'abitazione in cui chiedemmo di entrare reca oggi il numero 72. Una donna ancor giovane, che non trovò strana la nostra pretesa, ci pregò di entrare. Fummo avvertiti che non avremmo più trovato l'angusto ingresso ricordato da Dostoevskij: la parete divisoria tra questo e la cucina era stata abbattuta. Entrammo. Venimmo guidati attraverso la cucina nella camera da letto. Il letto bianco e tuttora troneggiante della giovane donna, il suo armadio-guardaroba - che cosa avevamo da cercare lì? Mi avvicinai alla finestra. - Là, dove lei sta adesso - là stava ritta l'usuraia, quando Raskolnikov la colpì. - Involontariamente mi tirai indietro d'un passo, tradendomi: io stessa ero forse già coinvolta nel groviglio/intrico di realtà e invenzione? Non è inquietante per lei, chiedemmo alla giovane donna, abitare qui? - Ma lei abituata a domande simili rispose placidamente: Così così. Ci si abitua. Come se vi fosse mai stata una pozza di sangue al posto dove adesso c'era il suo scendiletto. In silenzio discendemmo le due scale, attraversammo il cortile, il vecchio androne e uscimmo sulla strada. La nostra guida si offerse di dimostrarci che Raskolnikov diede al servo, che sospettava di lui, un falso recapito. Si ricorderà che, come ogni assassino, egli si sentì spinto a ritornare sul luogo del misfatto. Sicché viene interrogato, gli si chiede nome e recapito. Raskolnikov, colto di sorpresa, dice il proprio nome, ha tuttavia la presenza di spirito di dare un recapito falso: "Abito nella casa Schill, qui nella via traversa, non molto lontano, appartamento numero 14". - Noi dunque dimostreremo la menzogna di Raskolnikov, cosa che Dostoevskij non ritenne necessario fare. Andiamo nella via traversa e ci rechiamo alla casa Schill. Molto a posto non ci sentiamo, a dire il vero, quando il nipote di Dostoevskij ha soltanto un gesto sprezzante di fronte all'idea assurda che il personaggio Raskolnikov abbia "realmente" potuto abitare lì. Infatti, adesso egli percorre insieme con noi i settecentotrenta passi di cui, seguendo il romanzo, Raskolnikov necessitava per raggiungere dalla propria abitazione la casa dell'uccisa. Il percorso, oltrepassando di molto la casa Schill, ci conduce a un incrocio - a quella casa d'angolo su cui contrassegni e iscrizioni in lingua tedesca e russa ricordano un 'acqua alta verificatasi molto, molto tempo fa, e nel cui androne la nostra attenzione è attratta da una semplice porta di legno, che si apriva in passato, cioè ai tempi di Raskolnikov, dall'altro lato. Se ne ricordano? Qui c'era accatastata della legna, e qui Raskolnikov, il quale non era ancora pervenuto all'idea dello strumento mortale, vide insperatamente luccicare la scure! Nuove scale di pietra. Alla fine, ci troviamo ai piedi di quei tredici scalini di legno che devono aver condotto alla soffitta di Raskolnikov - sebbene lo stanzone da tempo sia destinato a stenditoio. È qui, disse il vecchio che ci incita più che guidarci; di tutte le case dei dintorni soltanto qui esistono queste finestre di cucina che affacciano sul corridoio, lungo le quali, come sapranno, Raskolnikov era costretto a strisciare, se non voleva che la padrona di casa gli ricordasse continuamente i suoi debiti. Proprio qui, però, ai piedi di questa scala, le realtà di grado diverso, entro cui da ore ci muovevamo non senza un'impressione di vertigine, si coagularono finalmente in una complicata ma non imperscrutabile unità. Infatti, in quella soffitta di Raskolnikov lo stesso Dostoevskij, posseduto dal lavoro al suo libro, aveva cercato rifugio dai suoi creditori. Le indagini del nipote non lasciavano alcun dubbio. Avvertiamo di nuovo un-il terreno sotto i piedi. Qui, un autore attestato da documenti, una figura storica, una persona in carne e ossa, ha vissuto cento anni fa, e non ha trovato altra salvezza dalle proprie angustie interiori ed esteriori se non nella proiezione dei propri conflitti su un personaggio - si può mai dire, ancora, inventato? - che coabita con lui nella medesima miserevole camera, porta i pegni alla medesima usuraia ed è capace di fare ciò che dev 'esser sorto come orrenda idea sperimentale nel cervello dell'autore, e forse in realtà ha potuto non accadere perché trasferita con tutte le forze al sostituto, al personaggio-ombra: cioè l'assassinio d'una creatura, che appare al cervello malato dell'assassino come inferiore, schifosa, degna di scomparire. Più profonda, più sinistra non potrebbe essere, la fusione tra "argomento" e "autore". Solo da una tale fusione deriva una terza circostanza, cioè la nuova realtà del libro, che si porta dietro "vere" case, strade, abitazioni e scale senza fatica alcuna, ma non necessita naturalmente della prova che proprio queste case e camerette esistano esattamente come vennero descritte. Giacché

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